Liceo scientifico statale Orazio Grassi
Per altri approfondimenti

 

 

 

Giornata della memoria 27 gennaio 2006


In MEMORIA

Risultato di un laboratorio realizzato con gli alunni del
Liceo Scientifico “O. Grassi” di Savona

Liberamente tratto da L’Istruttoria di Peter Weiss
e da altri testi a cura del Professor Angelo Maneschi
tra cui L’universo concentrazionario. Un alfabeto

a cura di Francesca Giacardi

 

PROLOGO

Buio. Introduzione, inni, canti nazisti. Lentamente si alza la luce

INTRODUZIONE

***1***

VANESSA: Venne il funesto 1938, con le leggi razziali; poi la guerra e, con la guerra, uno spartiacque che da solo determina un "prima" e un "poi": venne Auschwitz.

GIULIA A.: Ragazzi biondi
GIULIA S.: o bruni,
ERICA: alti
DAIANA: o bassi,
SERENA: con gli occhi chiari
FRA: o scuri.
SILVIA: Bambine e bambini allegri o dispettosi,
DAMIANO: timidi o balbuzienti,
ILARIA: chiacchieroni o antipatici:
TUTTI: bambini e basta.
VANESSA: Era l’Italia del 1938 e furono allontanati dalle loro scuole
TUTTI: perché ebrei,
GISELLA i loro genitori vennero espulsi dalle loro professioni
TUTTI: perché ebrei,
ELISA: lo stesso accadde a molti altri che persero il lavoro, la casa, perfino il diritto di ascoltare la radio.
TUTTI: Perché ebrei.
VANESSA: E questo fu solo l’inizio:
MAVI: Alla fine di una orribile catena di allontanamenti ed esclusioni quegli stessi bambini con i loro genitori, nonni e zii, salirono su treni per luoghi da cui non c’era ritorno.
VALENTINA: Erano gli anni del fascismo e del nazismo al potere: gli anni della seconda guerra mondiale che coinvolse centinaia di milioni di persone e causò decine di milioni di morti in tutto il mondo.
VANESSA: Quei luoghi da cui non c’era ritorno si chiamavano
GIULIA A.: Auschwitz,
DAMIANO: Treblinka,
DAIANA: Bergen Belsen,
MARTINA: Mautahusen,
ERIKA: Dachau
FRANCESCA: E molti altri ancora:
SILVIA: Erano luoghi progettati e realizzati per sfruttare in modo industriale il loro lavoro prima e i loro corpi dopo.
SERENA: Con i loro capelli vennero realizzati materassi e cuscini,
MAVI: Con le loro salme fecero sapone e paralumi.
ILARIA: Furono sei milioni gli ebrei di tutta Europa che vennero uccisi nelle camere a gas e i cui corpi vennero bruciati nei forni crematori.
GIULIA S.: Con loro anche zingari, omosessuali, Testimoni di Geova, malati di mente, oppositori politici.
GISELLA: Da allora sono passate decine di anni e anche i pochissimi bambini che allora sopravvissero sono oggi uomini e donne anziani.
ELISA: Eppure raccontare quelle vicende, restituire un volto ed un nome ai milioni di esseri umani che vennero uccisi nei campi di sterminio nazifascisti rimane un impegno importante.
SERENA: Non solo per gli ebrei,
MARTINA: Né solo per gli italiani
SERENA: anche quelli ebrei
SARA:ma per noi tutti che ci accingiamo a costruire un’ Europa delle cittadinanze e dei diritti di tutti.
VANESSA: L’Europa in cui avvenne lo sterminio industrializzato di milioni di essere umani non può nascere senza memoria.

Movimento intorno a banchi. Le guardie passano tra le file e con una botta sulla spalla indicano il campo di concentramento alla classe(Auschwitz, Mauthausen, Ravensbrück Bergen Belsen, Treblinka, Dachau), fino a colpirli tutti. Quando un detenuto è toccato si risiede di schiena al suo posto. Le guardie continuano a marciare. Quando un compagno inizia a marciare loro si fermano

CAPITOLO 1: L’INIZIO

***2***

MAVI:Sono stata deportata nei campi di concentramento perché l’8 settembre c'è stata la disfatta dell'esercito italiano e, siccome allora mio marito era militare ad Aosta, anche lui come tutti gli altri dopo otto anni di servizio militare, otto anni che indossava la divisa militare, è scappato anche lui assieme a tutti gli altri. Abbiamo aiutato, diciamo... Ha fatto parte della Resistenza, in un modo abbastanza blando, ma allora non ci voleva tanto per essere arrestati
DAMIANO: Anche se non si partecipava alla Resistenza in quel periodo bastava una frase fuori luogo, oppure un'imprecazione per il pane che non ci davano o per la fame che si pativa, si poteva benissimo essere arrestati.
MAVI: Essere arrestati non significava aver fatto qualche cosa, il significato di essere arrestati era questo: il governo italiano doveva consegnare al governo tedesco un numero tot di prigionieri,
DAMIANO: E allora per raggiungere questa cifra tutto andava bene, quelli presi nel rastrellamento e quelli presi anche per delle sciocchezze.

DAIANA: Così ci caricarono su dei treni
DAMIANO: Nessuno sapeva dove ci stessero portando
DAIANA: Dicevano che eravamo diretti ad un campo di lavoro; come avremmo potuto credere che dei bimbetti, dei neonati, dei malati servissero a questo scopo? Alle nostre domande non venivano date risposte plausibili; non era importante convincerci, era importante tenerci tranquilli perché non esplodesse il panico (…).

GIULIA S.-: Esposti inermi al freddo,
DAMIANO: alla fame,
DAIANA : alla violenza,
MAVI:agli SS e ai loro cani assassini,
DAMIANO: al fango e alla pioggia,
SERENA: eravamo tutti candidati ad una morte precoce. Politici, musicisti, scrittori, contadini, militari, sacerdoti, gente comune, zingari, omosessuali, mendicanti, prostitute, alcolizzati, persone affette da malattie veneree e testimoni di Geova

GIULIA A.: Io e mio fratello siamo stati espulsi dalla scuola pubblica e abbiamo avuto la possibilità, chiamiamola possibilità, e fortuna di poter continuare a studiare. Siamo stati, però, subito segnalati, registrati, controllati e quindi siamo stati deportati proprio a seguito di questa segnalazione.
ERIKA: Eravamo convinte di andare in Germania a lavorare, non sapevamo nulla di ciò che ci aspettava. Arrivate a Ravensbrück ci trovammo di fronte ad un grande viale alla fine del quale c’era un grande ingresso, un grande portone; abbiamo cominciato a vedere le torrette, con le guardie sopra, con le armi puntate, il filo spinato... Abbiamo visto le prime prigioniere incolonnate. C'erano delle colonne di donne che erano vestite a righe, qualcuno coi capelli rasati e con gli attrezzi agricoli. Le facevano anche cantare. Altre invece trascinavano delle misere carrette dove erano andate a raccogliere i morti nel campo.
DAIANA: Ben presto conoscemmo l’appello, una delle forme della sofferenza quotidiana. Si trattava di stare almeno un’ora in piedi, che piovesse o che nevicasse non faceva alcuna differenza.
DAMIANO: Se c’era una punizione, l’appello poteva durare (ad Auschwitz successe), dodici, ventiquattro ore
DAIANA: E chi sveniva rimaneva per terra, nessuno poteva toccarlo
GIULIA S.: Il mio numero di matricola era 113.009, hundertdreizehennullnullneun. Il mattino in cui ci fu il mio primo appello, quando arrivò il mio numero, io ero completamente a digiuno di tedesco, non sapevo proprio niente. Quelli ripetevano: “hundertdreizehennullnullneun!” e io niente. Ad un certo momento il sorvegliante si degnò di aprire il registro, così io senti il mio nome e gridai “Presente!”,
MICHELA: Komme hier
GIULIA S.: Mi fecero avvicinare
ELEONORA: Achtung!
GIULIA S.: Mi misi sull’attenti. Poi mi sputo in fronte e con la matita copiativa mi scrisse il numero sulla fronte. Poi mi fecero voltare a destra e mi sputò sulla guancia, poi a sinistra
ELEONORA: Gira per il campo finché non sai il tuo numero!
GIULIA S.: Ecco perché ho imparato il numero anche in tedesco

***3***

MICHELA: Gli ospiti del Lager sono divisi in tre categorie. Tutti sono vestiti a righe, sono tutti Haftlinge, detenuti, ma i criminali portano accanto al numero cucito un triangolo verde, i politici un triangolo rosso, gli ebrei portano la stella ebraica, rossa e gialla.
MONICA: E poi c’era un altro triangolo
MICHELA: Quello rosa
ELEONORA: Per gli omosessuali

Le guardie riprendono a marciare, ma dopo poco un compagno all’improvviso si volta verso loro, indicandone una , quella fa un passo avanti, tutti spontaneamente si voltano a guardalo

SARA: Raccontaci come arrivavano i detenuti nel campo
ELEONORA: A piedi o in camion o in treno. I treni arrivavano di regola il martedì il giovedì e il venerdì
SARA: Cosa avveniva al loro arrivo?
ELEONORA: Venivano raggruppati davanti al portale del lager, poi arrivava il capo trasporto e consegnava all’accettazione i documenti del trasporto. Infine gli veniva consegnato un numero
SARA: Quale era il suo compito?
ELEONORA: Ero responsabile soltanto della corrispondenza
SARA: Cioè?
ELEONORA: Una parte dei detenuti era dislocata. Io dovevo registrarli
SARA: E gli altri?
ELEONORA: Gli altri erano trasferiti
SARA: Dov’è la differenza?
ELEONORA: I detenuti dislocati erano integrati nel lager. Quelli trasferiti non erano presi in forza, né compresi tra gli effettivi. Questa è la differenza tra dislocamento e trasferimento
SARA: Cosa accadeva ai detenuti trasferiti?
ELEONORA: Erano subito liquidati nel piccolo crematorio
SARA: Questo, prima che ad Aushwitz costruissero i grandi crematori?
ELEONORA: Essi furono costruiti solo nel 1942
SARA: Cosa dicevate ai detenuti destinati al trasferimento?
ELEONORA: Li informavamo che dovevano dirigersi verso le docce, per spidocchiarsi
SARA: Non si agitavano?
ELEONORA: No, entravano tranquilli

MARTINA: Alla fine del mio turno, mi accadde un giorno di incrociare un gruppo di deportati che, scortati dagli SS e dai loro cani, venivano condotti al Crematorio per il loro tragico destino. Dal gruppo si sollevò una voce: “Ciao, dove ci stanno portando?”. Sorpresa che qualcuno potesse individuarmi in quella confusione, subito riconobbi un impiegato della comunità ebraica di Firenze che conoscevo molto bene. “Non ti preoccupare, Elena, vi stanno portando alla doccia. Stai tranquillo!” Credo di avergli dato un po’ di coraggio, ma non ebbi risposta, perché il gruppo si era rapidamente allontanato e perché era proibito conversare tra i gruppi.

CAPITOLO 2: VOLER DIMENTICARE

MICHELA: Giù t’ho detto, stai giù!
MONICA: Chi t’Ha dato il permesso d’alzarti?
MICHELA: Devi fare quello che ti diciamo noi, hai capito? E voi che cosa avete da guardare
MONICA: Cos’è? Non ci riconoscete più?
MICHELA: Ci avete già dimenticato?

***4***
VANESSA: (Le guardie restano immobili) Mai potrei dimenticare quel silenzio notturno che mi privò, per tutta l’eternità, del desiderio di vivere. Mai dimenticherò quei momenti che uccisero il mio Dio e la mia anima, e ridussero i miei sogni in polvere.
GISELLA: Vorrei dimenticare, ma continuo a vedermi tutto davanti. Vorrei farmi cancellare il numero sul braccio. In estate quando porto vestiti senza maniche la gente lo fissa e nel loro sguardo, è sempre la stessa espressione
ILARIA: Che espressione?
GISELLA: Di scherno
GISELLA: Ho conosciuto un bambino al blocco 34., biondo, con la testa rapata e con un vestito che gli cadeva addosso. Aveva forse quattro anni, non parlava e non capiva nessuna lingua. Era un bambino che non aveva nome, eppure come noi portava un numero e un triangolo rosso – politico – sul petto. Non l'ho mai visto piangere e non l'ho mai sentito lamentarsi. Veniva all'appello e poi correva a nascondersi in blocco. Di notte si accucciava in un letto e cercava posto fra le braccia di qualcuno di noi. L'ho visto per una quindicina di giorni, poi è scomparso.
ELISA: A Birkenau non c’erano bambini, tutti i bambini sotto i 14 anni venivano portati direttamente alla camera a gas. Non ne lasciavano in vita nemmeno uno. Era una lunga colonna senza fine che si dirigeva fino alla camera a gas
GISELLA: C’erano neonati attaccati al seno della madre o che dormivano fra le sue braccia
ELISA: Bimbi che imploravano acqua
ILARIA: Bimbi che piangevano per il giocattolo perduto nella calca
GISELLA: Bimbi con lo sguardo immerso in quello disperato delle loro mamme
VANESSA: Ricordo il ribrezzo per i primi pidocchi che ci trovammo addosso, le cimici intorno
ELISA: I pidocchi erano un’ulteriore tortura collettiva, e individuale. Ogni sera si effettuava il rito del Lauskontroll, ovvero il controllo dei pidocchi, che mieteva una serie infinita di vittime. Nell’incerta luce della baracca, prendevi la tua camicia e guardavi nelle giunture se c'era qualche pidocchio. Dopo aver ben guardato, tutti passavamo davanti al kapò, il quale seduto su uno sgabello guardava e per ogni pidocchio che non avevamo visto distribuiva cinque bastonate. Una volta, fra Natale e Capodanno, con un freddo tremendo e il campo pieno di neve, mi trovarono cinque pidocchi: venticinque bastonate. Non solo. Mi fecero arrampicare sulla porta esterna della baracca e mi fecero mettere gli abiti sotto la neve. Restai nudo tutta la notte, il giorno dopo ripresi gli abiti e andai a lavorare.

GISELLA: Noi scavavamo trincee. In Polonia l’autunno e poi l’inverno arrivano molto prima che da noi, per cui al freddo, sotto l’acqua, vestite di stracci, con le SS sul bordo della fossa a controllare che la pala fosse abbastanza piena, era un indescrivibile supplizio. Non ci pensavano due volte ad aizzarti contro il cane e quando succedeva, la malcapitata veniva riportata al campo a braccia e quasi mai sopravviveva.
ILARIA: In lontananza vedevamo una bianca casetta di contadini.
GISELLA: Sembrava un miraggio, gente vi entrava, gente ne usciva: era la vita.
ELISA: Dal camino saliva un lieve filo di fumo:
ILARIA: Immaginavi la pentola sulla stufa, la famiglia riunita intorno al desco.
GISELLA: Ricordo quella casa come il più grande desiderio che io abbia mai avuto: potervi arrivare, nascondermi, scaldarmi al tepore di quella stufa, passarvi il resto dei miei giorni.
VANESSA: Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
CAPITOLO 3: IL TENTATIVO DI CAPIRE
Le guardie cominciano a marciare intorno alla classe. Prima lentamente e poi sempre più velocemente. Si fanno spazio tra i compagni di classe, qualcuno cade a terra. Uno di questi si rialza, si mette in proscenio

***5***

ILARIA: Come detenuta lei era nella Sezione Politica, cosa ci faceva?
SILVIA: Prima ero stenodattilografa in sala scrittura poi, per le mie conoscenze linguistiche, diventai interprete
ILARIA: Com’era la baracca della sezione politica
SILVIA: Era a un piano dipinta di verde
ILARIA:Com’era la sala scrittura?
SILVIA: C’erano vasi di fiori sui davanzali e tendine
ILARIA: Qual’era il suo compito
SILVIA: Dovevo tenere le liste dei morti, il giorno e la causa della morte
ILARIA: Lì registravate tutti i decessi che avvenivano nei Lager?
SILVIA: Solo quelle dei detenuti che avevano ottenuto un numero.
ILARIA: E quelli che erano stati trasferiti?
SILVIA: No
ILARIA: Che cause di decesso registravate?
SILVIA: La maggior parte delle cause di decesso che registravamo erano fittizie. Non potevamo scrivere “fucilata durante una fuga e così segnavamo “infarto”
ILARIA: Soldato, come fermava i tentativi di fuga dei detenuti

Monica fa un passo avanti

MONICA: Durante un tentativo di fuga il soldato doveva richiamare tre volte il fuggitivo, poi lasciare partire un colpo di ammonimento
ILARIA: Sa qualcosa del lancio del berretto?
MONICA: Su che?
ILARIA: Sul lancio del berretto
MONICA: Per sentito dire
ILARIA: Cosa sentì?
MONICA: Raccontavano che buttavano in aria i berretti e poi sparavano
MARTINA: Chi buttava in aria i berretti?
DAMIANO: Di chi erano i berretti?
GIULIA S.: E chi sparava?
MONICA: Non lo so
ILARIA: Cosa le raccontarono?
MONICA: …Ordinavano ad un detenuto di strapparsi dal capo il berretto e di buttarlo in aria, poi gridavano
MICHELA: Via corri a riprenderlo

DAMIANO inizia a correre continuamente incalzato da MICHELA. Il resto della scena è immobile. Dopo due giri il ragazzo inciampa e stramazza per terra. MICHELA gli va accanto

MONICA: Mentre quello correva lo stendevano con una fucilata
ILARIA:E se non correva?
MONICA: Gli sparavano lo stesso per rifiuto dell’obbedienza

MONICA torna al suo posto mentre MICHELA e il ragazzo a terra restano immobili

***6***

ILARIA: Continui pure
SILVIA: Invece di denutrizione scrivevamo dissenteria

Si alzano VALENTINA e FRANCESCA

VALENTINA: La mattina ognuno riceveva mezzo litro di broda, la broda conteneva un surrogato di caffè. Inoltre 5 grammi di zucchero.
FRANCESCA: Certi avevano conservato un pezzo di pane secco della sera prima. A mezzogiorno passavano la zuppa. La zuppa era fatta con bucce di patate, rape e cavolo, con una minima giunta di carne e grasso e una sostanza farinosa che dava alla zuppa del lager il sapore della zuppa del Lager.
VALENTINA: Inoltre c’erano nella zuppa stracci, ritagli di carta.
FRANCESCA: Durante la distribuzione i detenuti non litigavano per ricevere il primo mestolo, ma per occupare l’ultimo posto della fila. Il primo terzo della zuppa consisteva in sola acqua. Solo sul fondo fluttuava qualcosa di nutriente
VALENTINA: Anche a casa avevo sempre avuto fame, o almeno avevo creduto di averne; ma così ininterrotta, diciamo, così a lungo termine, non l’avevo mai avuta prima. Mi trasformai in un buco, in un vuoto e ogni mio tentativo, ogni mio sforzo mirava superare, a riempire, a far tacere le continue richieste di quel vuoto senza fondo, quel vuoto incolmabile.

SILVIA:Inoltre dovevamo badare che due detenuti non morissero nello stesso minuto, e che le cause di decesso si addicessero alla loro età. Quindi un ventenne non poteva morire di debolezza cardiaca
ILARIA: Può dirci delle cifre relative ai decessi registrati da lei?
SILVIA: Lavoravo 12-15 ore al giorno, sui registri dei decessi capitavano fino a 300 morti al giorno
ILARIA: C’erano anche decessi provocati da interventi diretti della sezione politica?
SILVIA: Ogni giorno là dentro morivano detenuti per maltrattamenti o fucilazioni
ILARIA: Come avvenivano le fucilazioni?

Si alza GIULIA S.

GIULIA S.: I detenuti erano messi con la faccia contro il muro a 1-2 metri l’uno dall’altro. L’esecutore si accostava al primo, alzava la carabina fino alla nuca e sparava da una distanza da circa 10 centimetri. Quello che stava vicino vedeva tutto, appena caduto il primo toccava a lui
ILARIA: Le mani dei detenuti erano legate?
GIULIA S.: Fino al 1942 erano legate dal dorso con filo di ferro. Poi smisero perché l’esperienza aveva mostrato che quasi tutti i detenuti si mantenevano tranquilli
ILARIA: Che motivo adduceva per la fucilazione dei prigionieri di guerra?
MICHELA: Si trattava di distruggere un’ideologia. Con il loro fanatismo politico quei prigionieri minacciavano la sicurezza del lager

FRANCESCA: Nell’autunno del 1943 una mattina presto vidi nel cortile del Block 11 una bimba. Aveva un vestito rosso e una treccia. Era sola, teneva le mani strette ai fianchi, come un soldato. Una volta si piegò e tolse la polvere dalle scarpe, poi tornò immobile. Ad un tratto vidi una guardia entrare nel cortile, stringeva forte un fucile dietro il dorso. Prese la bimba per mano, lei s’incamminò buona, buona, si fece mettere con il viso contro il muro. La bimba si voltò. L’uomo tornò a girarle la testa contro la parete, alzò il fucile, sparò alla bimba.

***7***

ILARIA: Come avvenivano gli interrogatori nella Sezione Politica?
SILVIA: Cominciavano sempre in modo calmo. Si accostavano al detenuto e facevano domande che io dovevo tradurre. Se il detenuto non rispondeva, scuotevano un mazzo di chiavi di fronte al suo viso. Se il detenuto continuava a tacere, gli sbattevano le chiavi in faccia. Alla fine gli dicevano

MONICA: Ho una macchina che ti farà parlare

ILARIA: Che macchina era?
SILVIA: La chiamavano il grammofono
ILARIA: Lei vide la macchina?
SILVIA: Sì
ILARIA: Com’era?
SILVIA: Erano sbarre
ILARIA: Ci può spiegare meglio?
SILVIA: Era un’armatura alla quale i detenuti venivano appesi. Udivamo i colpi e le urla. Dopo un’ora o dopo anche più ore, venivano portati fuori. Non li riconoscevamo più
ILARIA: Erano vivi?
SILVIA: Chi non era morto, difficilmente passava le ore seguenti

VALENTINA: Quando fui chiamato nella stanza degli interrogatori vidi sul tavolo un piatto con delle aringhe. Mi domandarono se avessi fame, risposi di no. Poi mi dissero

MICHELA: Abbiamo preparato un’insalata per te

VALENTINA: Mi ordinò di mangiare, io non potevo perché avevo le mani strette dalle manette. Allora mi sbatterono il viso nel piatto. Dovetti inghiottire le aringhe, erano tanto salate che vomitai. Dovetti leccare il vomito e l’avanzo delle aringhe. Alla fine avevo in bocca ancora qualcosa e gridarono

MONICA: Attenti che non sputi il resto nel corridoio

I soldati ridono come pazzi

ILARIA: Ammettete di aver maltrattato quest’uomo?

ELEONORA, MICHELA e MONICA smettono di ridere

MICHELA: No
ILARIA: Avete mai maltratto qualcuno durante un’interrogatori
MICHELA: Se il detenuto confessava la pena era subito sospesa
ILARIA: E se il prigioniero non confessava?
MICHELA: Veniva battuto fino al primo sangue. Poi era finita
ILARIA: Era presente un medico?
MICHELA: Non vedemmo mai un ordine che parlava della presenza di un medico. Non era necessario, perché nel momento in cui il sangue correva, noi sospendevamo l’interrogatorio. Lo scopo dell’interrogatorio di rigore era raggiunto quando il sangue colava dai pantaloni

Al pubblico

***8***

VANESSA: Immagina che cosa vuol dire vivere in un campo dove si bruciano 10 mila persone al giorno, col fetore di carne umane che ti perseguita giorno e notte.
GISELLA:Immagina i prigionieri di Auschwitz, di Treblinka, di Mauthausen, uomini e donne che hanno assistito impotenti alla morte dei loro genitori, delle loro moglie, dei loro figli, dei loro parenti
ELISA: Vi domanderete: mi domanderete, ma come si esce da quell’inferno? In quali condizioni?
VANESSA: Semplice. Un uomo che è stato nel lager non esce più dal campo. Un uomo è sempre là.

CAPITOLO 4: L’INCUBO

Musica. I soldati iniziano a marciare, sempre intorno, ma ora sono più distanti, qualcuno ogni tanto perde il ritmo. I componenti della classe aiutandosi fra loro, tornano tutti a posto formando un cerchio con le sedie. Cinque ragazze si alzano e si mettono davanti in riga SERENA, GIULIA A., ERIKA, MAVI, DAIANA, MARTINA. Con le sedie formano un cerchio. Le guardie smettono di marciare, si abbassa lentamente la musica.

***9***

SERENA: Nel campo di Ravensbrück eravamo tutte donne: giovani, vecchie... Insomma, c'era un po' di tutto, ma solo donne. In questo campo sono stati fatti anche degli esperimenti sulle prigioniere.
DAIANA: Esperimenti anche molto terribili.
SERENA: Quello che è stato fatto a me, come a tante altre – consisteva nel toglierci il ciclo mestruale, e allora... A chi mettevano qualcosa nel mangiare... Invece a tante altre veniva... Ti mettevano su un tavolo e ti veniva iniettato, direttamente... Un liquido molto irritante: questo liquido ci ha tolto le mestruazioni. Da quel momento sino a quando non sono tornata a casa, anzi un periodo di tempo dopo che sono rientrata a casa, non ho più avuto le mestruazioni.
DAIANA: loro dicevano che noi eravamo come degli schiavi, e che gli schiavi si riproducono troppo in fretta, come i topi, perciò certamente anche in questo senso cercavano il modo di eliminare il più possibile le persone.
SERENA: Anche nei nostri riguardi, che non avremmo potuto magari più procreare, più avere figli. Questo penso che sia stato lo scopo di questo esperimento, e anche soprattutto, per vedere l'effetto sulla donna, togliendo il ciclo mestruale... L'effetto che poteva fare. L'effetto è stato quello che poi i nostri corpi si sono riempiti anche di grossi foruncoli: foruncoli sempre pieni di pus... E poi anche i pidocchi... I pidocchi si accompagnavano benissimo coi foruncoli.
MAVI: Nel blocco esperimenti c’erano ragazze di 17, 18 anni. Erano state scelte tra le più sane. Su loro eseguivano esperimenti con raggi Röntgen. Fissavano loro una placca sul ventre e una sul di dietro. I raggi venivano diretti sulle ovaie, che bruciavano. Sul ventre e sul di dietro rimanevano gravi ustioni, ulcere. Nei mesi successivi le ragazze erano sottoposte a numerose operazioni
DAIANA: Venivano asportate le ovaie e le ghiandole sessuali
MARTINA: Con una siringa cui era stata applicata una canula si spingeva nell’utero una sostanza pastosa come il cemento, che provocava un dolore cocente come quello delle doglie
DAIANA: Avevi la sensazione che il ventre scoppiasse
MARTINA: Attraverso quest’operazione si voleva incollare l’ovidotto per impedire il concepimento
DAIANA: Durante i sei mesi trascorsi nel blocco esperimenti, furono eseguite 400 operazioni del genere. In relazione ad esse venivano effettuate anche fecondazioni artificiali. Se si verificava una gravidanza si provocava un aborto
ERIKA: Un mattino mi vennero a predente, mi avvolsero in una coperta, come al solito ero nuda e mi portarono fuori al freddo. Arrivò una specie di ambulanza. Pensai subito alla camera a gas ma poi mi dissi “Ma la camera a gas per una persona sola, e l’ambulanza…” . Mi portarono ad Auschwitz. Arrivammo davanti ad un’edificio più grande degli altri
DAIANA: Non era la camera a gas
GIULIA A.: Entrammo in una stanza a due letti. Letti veri, non tavolacci, con lenzuola e coperte
ERIKA: E c’era un vero bagno in cui mi accompagnarono, un bagno come non ne vedevo da tanto tempo. Mi fecero lavare con del sapone – quasi non ricordavo più come si facesse - poi mi dettero una camicia da notte. Tutto era pulito in ordine. Avevo sete ed andai a bere dal lavandino. Arrivò di corsa un’infermiera: “Tu non bere, acqua inquinata, c’è tifo!” “Ma che importa, sono mesi che bevo quest’acqua, me lo sarei già preso!” “Tu aspetta” Uscì sempre di corsa e rientrò portandomi un bicchiere di latte. “Ma che sta succedendo?” mi chiesi. Lo seppi anche troppo presto. Il mattino seguente arrivò il dottore
GIULIA A.: E fu tremendo
ERIKA: Mi portarono in sala operatoria, Mi cosparsero con una pomata, non so cosa fosse, e due ore dopo ero tutta una piaga. Il dolore era insopportabile, piangevo e mi lamentavo
GIULIA A.: “Ti porto la marmellata” Così tentava di consolarla il medico. Gliela portò davvero, ma non riuscì a mangiarla, stava troppo male.. Poco dopo seppe che si trovava al blocco esperimenti, provavano su di noi delle medicine, ma prima dovevano farci ammalare
ERIKA: Rimasi al blocco per molto tempo
GIULIA A.: Quando il dottore si avvicinava al suo letto , voltava la testa come a dire “Questa non ce la fa”
ERIKA: Ce la faccio, vedrai! Pian piano mi alzai dal letto e sorreggendomi con la sedia mi trascinai fino al lavandino. Alzai gli occhi e vidi una donna sconosciuta, uno scheletro sparuto coperto di piaghe. Pensai “Dio mio com’è ridotta questa!” E portai le mani al viso
GIULIA A.: La sconosciuta fece lo stesso gesto.
ERIKA: Allora capii con orrore che stavo guardando la mia immagine allo specchio. Non mi ero più specchiata da quando avevo lasciato la mia casa. Dio quanto piansi!
GIULIA A.: Eppure ce la fece. Quando smisero di iniettarle microbi, riuscì a rimettersi a camminare.

Le ragazze s abbracciano tra loro. ELEONORA si toglie la benda sugli occhi entra dentro al cerchio.

CAPITOLO 5: APRIRE GLI OCCHI

***10***

ELEONORA: Smettetela

Tutti si girano verso A

ELEONORA: Già quando eravamo a scuola una parola su tre si riferiva a coloro che avevano colpa di tutto e che si dovevano eliminare. Ci ficcarono in testa che era soltanto per il bene del popolo. La Fürereschulen ci insegnarono anzitutto ad accettare ogni cosa in silenzio. Se uno faceva una domanda rispondevano. Quello che si fa è secondo la legge, importa poco che le leggi oggi siano diverse. Ci dicevano “dovete imparare avete bisogno più d’istruzione che di pane” Dovete capire, ci tolsero la facoltà di pensare, c’erano altri che pensavano per noi!

Si mette a piangere e crolla a terra

SARA: Sapevate che nel campo si facevano esperimenti per conto di industrie farmaceutiche?
MONICA: Seppi soltanto che si trattava di un grosso settore industriale nelle cui varie branche lavoravano i detenuti del campo come operai
SARA: I padroni delle aziende, sapevano che i loro operai erano detenuti dei campi di concentramento?
MONICA: lavoravamo tutti per l’economia della guerra
SARA: Le industrie pagavano salari per i detenuti che lavoravano?
MONICA: Certo, secondo tariffe determinate
SARA: Il salario a chi veniva pagato?
MONICA: All’amministrazione del Lager. Questa doveva provvedere al mantenimento dei detenuti
SILVIA: Le aziende sapevano dell’operazione di annientamento?
MONICA: In tre anni di permanenza sul posto, suppongo che qualcosa dovevano pur aver immaginato. Ma non so se avessero compreso la quantità di morti di cui si trattava
SILVIA: Quelle stesse industrie hanno tutt’ora dei vantaggi da quegli esperimenti?
MONICA: Certamente, sono pervenute a brillanti risultatI grazie alle operazioni che si eseguivano nei lager
SILVIA: E continuano ad averne anche un ritorno economico?
MONICA: Sono agli apici del settore economico farmaceutico mondiale.

ELISA: E voi che siete i nostri aguzzini?
DAMIANO: Dormite bene la notte?
GISELLA: Nessun fantasma infesta anche i vostri sogni?
VALENTINA: E quando vi specchiate, riuscite a guardarvi negli occhi
FRANCESCA: A vedervi dentro?

MONICA e MICHELA entrano nel cerchio con ELEONORA, i ragazzi le sbendano

MONICA: Eravamo convinti che quegli ordini ci venissero dati per raggiungere un segreto obiettivo di guerra.
MICHELA: Lo stato di perpetua eccitazione in cui vivevamo, dovuto alle richieste dei nostri stessi superiori, alle difficoltà causate dalla guerra, ai problemi sempre nuovi che nascevano giornalmente nei campi, e soprattutto all'incessante fiume di prigionieri in arrivo, mi costringevano a pensare esclusivamente al mio lavoro, ad immergermi esclusivamente in esso.
MONICA: Ciascuno in Germania doveva impegnarsi fino in fondo perché potessimo vincere la guerra.
MICHELA: Per questo i campi di concentramento erano diventati vere fabbriche belliche, e a questa attività si doveva subordinare ogni cosa, di fronte ad essa dovevano cadere tutte le considerazioni di qualsiasi genere... A quel tempo non riflettevo: avevo ricevuto un ordine ed era mio dovere eseguirlo. Non potevo permettermi di giudicare se questo sterminio in massa degli ebrei fosse o no necessario, la mia mente non arrivava tanto in là. “Il Fuhrer comanda, noi obbediamo”, non era certo una frase né uno slogan, per noi. Era un concetto preso terribilmente sul serio.

Tutti lentamente si alzano e si mettono davanti in riga

ILARIA: Le SS non erano super uomini, ma squallidi personaggi che evitavano i rischi della prima linea al fronte di guerra, pagando tale salvagente con un devastante mestiere sanguinario.
VALENTINA: Erano individui insensibili e corrotti, ai quali il nazismo, con un lungo training, aveva annullato nella psiche gli istinti morali
SILVIA: Per noi gli SS erano senza volto, perché non avevano nessuna opportunità di scambiare neppure un semplice sguardo con loro
VANESSA: E loro nemmeno ci vedevano

Buio. Musica.


FINE




Liceo Scientifico Statale "O. Grassi"SAVONA