In MEMORIA
Risultato
di un laboratorio realizzato con gli alunni del
Liceo Scientifico “O. Grassi” di Savona
Liberamente
tratto da L’Istruttoria di Peter Weiss
e da altri testi a cura del Professor Angelo Maneschi
tra cui L’universo concentrazionario. Un alfabeto
a
cura di Francesca Giacardi
PROLOGO
Buio.
Introduzione, inni, canti nazisti. Lentamente si alza
la luce
INTRODUZIONE
***1***
VANESSA:
Venne il funesto 1938, con le leggi razziali; poi
la guerra e, con la guerra, uno spartiacque che da
solo determina un "prima" e un "poi":
venne Auschwitz.
GIULIA
A.: Ragazzi biondi
GIULIA S.: o bruni,
ERICA: alti
DAIANA: o bassi,
SERENA: con gli occhi chiari
FRA: o scuri.
SILVIA: Bambine e bambini allegri o dispettosi,
DAMIANO: timidi o balbuzienti,
ILARIA: chiacchieroni o antipatici:
TUTTI: bambini e basta.
VANESSA: Era l’Italia del 1938 e furono allontanati
dalle loro scuole
TUTTI: perché ebrei,
GISELLA i loro genitori vennero espulsi dalle loro
professioni
TUTTI: perché ebrei,
ELISA: lo stesso accadde a molti altri che persero
il lavoro, la casa, perfino il diritto di ascoltare
la radio.
TUTTI: Perché ebrei.
VANESSA: E questo fu solo l’inizio:
MAVI: Alla fine di una orribile catena di allontanamenti
ed esclusioni quegli stessi bambini con i loro genitori,
nonni e zii, salirono su treni per luoghi da cui non
c’era ritorno.
VALENTINA: Erano gli anni del fascismo e del nazismo
al potere: gli anni della seconda guerra mondiale
che coinvolse centinaia di milioni di persone e causò
decine di milioni di morti in tutto il mondo.
VANESSA: Quei luoghi da cui non c’era ritorno si chiamavano
GIULIA A.: Auschwitz,
DAMIANO: Treblinka,
DAIANA: Bergen Belsen,
MARTINA: Mautahusen,
ERIKA: Dachau
FRANCESCA: E molti altri ancora:
SILVIA: Erano luoghi progettati e realizzati per sfruttare
in modo industriale il loro lavoro prima e i loro
corpi dopo.
SERENA: Con i loro capelli vennero realizzati materassi
e cuscini,
MAVI: Con le loro salme fecero sapone e paralumi.
ILARIA: Furono sei milioni gli ebrei di tutta Europa
che vennero uccisi nelle camere a gas e i cui corpi
vennero bruciati nei forni crematori.
GIULIA S.: Con loro anche zingari, omosessuali, Testimoni
di Geova, malati di mente, oppositori politici.
GISELLA: Da allora sono passate decine di anni e anche
i pochissimi bambini che allora sopravvissero sono
oggi uomini e donne anziani.
ELISA: Eppure raccontare quelle vicende, restituire
un volto ed un nome ai milioni di esseri umani che
vennero uccisi nei campi di sterminio nazifascisti
rimane un impegno importante.
SERENA: Non solo per gli ebrei,
MARTINA: Né solo per gli italiani
SERENA: anche quelli ebrei
SARA:ma per noi tutti che ci accingiamo a costruire
un’ Europa delle cittadinanze e dei diritti di tutti.
VANESSA: L’Europa in cui avvenne lo sterminio industrializzato
di milioni di essere umani non può nascere
senza memoria.
Movimento
intorno a banchi. Le guardie passano tra le file e
con una botta sulla spalla indicano il campo di concentramento
alla classe(Auschwitz, Mauthausen, Ravensbrück
Bergen Belsen, Treblinka, Dachau), fino a colpirli
tutti. Quando un detenuto è toccato si risiede
di schiena al suo posto. Le guardie continuano a marciare.
Quando un compagno inizia a marciare loro si fermano
CAPITOLO
1: L’INIZIO
***2***
MAVI:Sono
stata deportata nei campi di concentramento perché
l’8 settembre c'è stata la disfatta dell'esercito
italiano e, siccome allora mio marito era militare
ad Aosta, anche lui come tutti gli altri dopo otto
anni di servizio militare, otto anni che indossava
la divisa militare, è scappato anche lui assieme
a tutti gli altri. Abbiamo aiutato, diciamo... Ha
fatto parte della Resistenza, in un modo abbastanza
blando, ma allora non ci voleva tanto per essere arrestati
DAMIANO: Anche se non si partecipava alla Resistenza
in quel periodo bastava una frase fuori luogo, oppure
un'imprecazione per il pane che non ci davano o per
la fame che si pativa, si poteva benissimo essere
arrestati.
MAVI: Essere arrestati non significava aver fatto
qualche cosa, il significato di essere arrestati era
questo: il governo italiano doveva consegnare al governo
tedesco un numero tot di prigionieri,
DAMIANO: E allora per raggiungere questa cifra tutto
andava bene, quelli presi nel rastrellamento e quelli
presi anche per delle sciocchezze.
DAIANA:
Così ci caricarono su dei treni
DAMIANO: Nessuno sapeva dove ci stessero portando
DAIANA: Dicevano che eravamo diretti ad un campo di
lavoro; come avremmo potuto credere che dei bimbetti,
dei neonati, dei malati servissero a questo scopo?
Alle nostre domande non venivano date risposte plausibili;
non era importante convincerci, era importante tenerci
tranquilli perché non esplodesse il panico
(…).
GIULIA
S.-: Esposti inermi al freddo,
DAMIANO: alla fame,
DAIANA : alla violenza,
MAVI:agli SS e ai loro cani assassini,
DAMIANO: al fango e alla pioggia,
SERENA: eravamo tutti candidati ad una morte precoce.
Politici, musicisti, scrittori, contadini, militari,
sacerdoti, gente comune, zingari, omosessuali, mendicanti,
prostitute, alcolizzati, persone affette da malattie
veneree e testimoni di Geova
GIULIA
A.: Io e mio fratello siamo stati espulsi dalla scuola
pubblica e abbiamo avuto la possibilità, chiamiamola
possibilità, e fortuna di poter continuare
a studiare. Siamo stati, però, subito segnalati,
registrati, controllati e quindi siamo stati deportati
proprio a seguito di questa segnalazione.
ERIKA: Eravamo convinte di andare in Germania a lavorare,
non sapevamo nulla di ciò che ci aspettava.
Arrivate a Ravensbrück ci trovammo di fronte
ad un grande viale alla fine del quale c’era un grande
ingresso, un grande portone; abbiamo cominciato a
vedere le torrette, con le guardie sopra, con le armi
puntate, il filo spinato... Abbiamo visto le prime
prigioniere incolonnate. C'erano delle colonne di
donne che erano vestite a righe, qualcuno coi capelli
rasati e con gli attrezzi agricoli. Le facevano anche
cantare. Altre invece trascinavano delle misere carrette
dove erano andate a raccogliere i morti nel campo.
DAIANA: Ben presto conoscemmo l’appello, una delle
forme della sofferenza quotidiana. Si trattava di
stare almeno un’ora in piedi, che piovesse o che nevicasse
non faceva alcuna differenza.
DAMIANO: Se c’era una punizione, l’appello poteva
durare (ad Auschwitz successe), dodici, ventiquattro
ore
DAIANA: E chi sveniva rimaneva per terra, nessuno
poteva toccarlo
GIULIA S.: Il mio numero di matricola era 113.009,
hundertdreizehennullnullneun. Il mattino in cui ci
fu il mio primo appello, quando arrivò il mio
numero, io ero completamente a digiuno di tedesco,
non sapevo proprio niente. Quelli ripetevano: “hundertdreizehennullnullneun!”
e io niente. Ad un certo momento il sorvegliante si
degnò di aprire il registro, così io
senti il mio nome e gridai “Presente!”,
MICHELA: Komme hier
GIULIA S.: Mi fecero avvicinare
ELEONORA: Achtung!
GIULIA S.: Mi misi sull’attenti. Poi mi sputo in fronte
e con la matita copiativa mi scrisse il numero sulla
fronte. Poi mi fecero voltare a destra e mi sputò
sulla guancia, poi a sinistra
ELEONORA: Gira per il campo finché non sai
il tuo numero!
GIULIA S.: Ecco perché ho imparato il numero
anche in tedesco
***3***
MICHELA:
Gli ospiti del Lager sono divisi in tre categorie.
Tutti sono vestiti a righe, sono tutti Haftlinge,
detenuti, ma i criminali portano accanto al numero
cucito un triangolo verde, i politici un triangolo
rosso, gli ebrei portano la stella ebraica, rossa
e gialla.
MONICA: E poi c’era un altro triangolo
MICHELA: Quello rosa
ELEONORA: Per gli omosessuali
Le
guardie riprendono a marciare, ma dopo poco un compagno
all’improvviso si volta verso loro, indicandone una
, quella fa un passo avanti, tutti spontaneamente
si voltano a guardalo
SARA:
Raccontaci come arrivavano i detenuti nel campo
ELEONORA: A piedi o in camion o in treno. I treni
arrivavano di regola il martedì il giovedì
e il venerdì
SARA: Cosa avveniva al loro arrivo?
ELEONORA: Venivano raggruppati davanti al portale
del lager, poi arrivava il capo trasporto e consegnava
all’accettazione i documenti del trasporto. Infine
gli veniva consegnato un numero
SARA: Quale era il suo compito?
ELEONORA: Ero responsabile soltanto della corrispondenza
SARA: Cioè?
ELEONORA: Una parte dei detenuti era dislocata. Io
dovevo registrarli
SARA: E gli altri?
ELEONORA: Gli altri erano trasferiti
SARA: Dov’è la differenza?
ELEONORA: I detenuti dislocati erano integrati nel
lager. Quelli trasferiti non erano presi in forza,
né compresi tra gli effettivi. Questa è
la differenza tra dislocamento e trasferimento
SARA: Cosa accadeva ai detenuti trasferiti?
ELEONORA: Erano subito liquidati nel piccolo crematorio
SARA: Questo, prima che ad Aushwitz costruissero i
grandi crematori?
ELEONORA: Essi furono costruiti solo nel 1942
SARA: Cosa dicevate ai detenuti destinati al trasferimento?
ELEONORA: Li informavamo che dovevano dirigersi verso
le docce, per spidocchiarsi
SARA: Non si agitavano?
ELEONORA: No, entravano tranquilli
MARTINA:
Alla fine del mio turno, mi accadde un giorno di incrociare
un gruppo di deportati che, scortati dagli SS e dai
loro cani, venivano condotti al Crematorio per il
loro tragico destino. Dal gruppo si sollevò
una voce: “Ciao, dove ci stanno portando?”. Sorpresa
che qualcuno potesse individuarmi in quella confusione,
subito riconobbi un impiegato della comunità
ebraica di Firenze che conoscevo molto bene. “Non
ti preoccupare, Elena, vi stanno portando alla doccia.
Stai tranquillo!” Credo di avergli dato un po’ di
coraggio, ma non ebbi risposta, perché il gruppo
si era rapidamente allontanato e perché era
proibito conversare tra i gruppi.
CAPITOLO
2: VOLER DIMENTICARE
MICHELA:
Giù t’ho detto, stai giù!
MONICA: Chi t’Ha dato il permesso d’alzarti?
MICHELA: Devi fare quello che ti diciamo noi, hai
capito? E voi che cosa avete da guardare
MONICA: Cos’è? Non ci riconoscete più?
MICHELA: Ci avete già dimenticato?
***4***
VANESSA: (Le guardie restano immobili) Mai potrei
dimenticare quel silenzio notturno che mi privò,
per tutta l’eternità, del desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quei momenti che uccisero
il mio Dio e la mia anima, e ridussero i miei sogni
in polvere.
GISELLA: Vorrei dimenticare, ma continuo a vedermi
tutto davanti. Vorrei farmi cancellare il numero sul
braccio. In estate quando porto vestiti senza maniche
la gente lo fissa e nel loro sguardo, è sempre
la stessa espressione
ILARIA: Che espressione?
GISELLA: Di scherno
GISELLA: Ho conosciuto un bambino al blocco 34., biondo,
con la testa rapata e con un vestito che gli cadeva
addosso. Aveva forse quattro anni, non parlava e non
capiva nessuna lingua. Era un bambino che non aveva
nome, eppure come noi portava un numero e un triangolo
rosso – politico – sul petto. Non l'ho mai visto piangere
e non l'ho mai sentito lamentarsi. Veniva all'appello
e poi correva a nascondersi in blocco. Di notte si
accucciava in un letto e cercava posto fra le braccia
di qualcuno di noi. L'ho visto per una quindicina
di giorni, poi è scomparso.
ELISA: A Birkenau non c’erano bambini, tutti i bambini
sotto i 14 anni venivano portati direttamente alla
camera a gas. Non ne lasciavano in vita nemmeno uno.
Era una lunga colonna senza fine che si dirigeva fino
alla camera a gas
GISELLA: C’erano neonati attaccati al seno della madre
o che dormivano fra le sue braccia
ELISA: Bimbi che imploravano acqua
ILARIA: Bimbi che piangevano per il giocattolo perduto
nella calca
GISELLA: Bimbi con lo sguardo immerso in quello disperato
delle loro mamme
VANESSA: Ricordo il ribrezzo per i primi pidocchi
che ci trovammo addosso, le cimici intorno
ELISA: I pidocchi erano un’ulteriore tortura collettiva,
e individuale. Ogni sera si effettuava il rito del
Lauskontroll, ovvero il controllo dei pidocchi, che
mieteva una serie infinita di vittime. Nell’incerta
luce della baracca, prendevi la tua camicia e guardavi
nelle giunture se c'era qualche pidocchio. Dopo aver
ben guardato, tutti passavamo davanti al kapò,
il quale seduto su uno sgabello guardava e per ogni
pidocchio che non avevamo visto distribuiva cinque
bastonate. Una volta, fra Natale e Capodanno, con
un freddo tremendo e il campo pieno di neve, mi trovarono
cinque pidocchi: venticinque bastonate. Non solo.
Mi fecero arrampicare sulla porta esterna della baracca
e mi fecero mettere gli abiti sotto la neve. Restai
nudo tutta la notte, il giorno dopo ripresi gli abiti
e andai a lavorare.
GISELLA:
Noi scavavamo trincee. In Polonia l’autunno e poi
l’inverno arrivano molto prima che da noi, per cui
al freddo, sotto l’acqua, vestite di stracci, con
le SS sul bordo della fossa a controllare che la pala
fosse abbastanza piena, era un indescrivibile supplizio.
Non ci pensavano due volte ad aizzarti contro il cane
e quando succedeva, la malcapitata veniva riportata
al campo a braccia e quasi mai sopravviveva.
ILARIA: In lontananza vedevamo una bianca casetta
di contadini.
GISELLA: Sembrava un miraggio, gente vi entrava, gente
ne usciva: era la vita.
ELISA: Dal camino saliva un lieve filo di fumo:
ILARIA: Immaginavi la pentola sulla stufa, la famiglia
riunita intorno al desco.
GISELLA: Ricordo quella casa come il più grande
desiderio che io abbia mai avuto: potervi arrivare,
nascondermi, scaldarmi al tepore di quella stufa,
passarvi il resto dei miei giorni.
VANESSA: Mai dimenticherò quella notte, la
prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita
una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò
quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti
dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi
in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò
quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che
mi ha tolto per l’eternità il desiderio di
vivere.
CAPITOLO 3: IL TENTATIVO DI CAPIRE
Le guardie cominciano a marciare intorno alla classe.
Prima lentamente e poi sempre più velocemente.
Si fanno spazio tra i compagni di classe, qualcuno
cade a terra. Uno di questi si rialza, si mette in
proscenio
***5***
ILARIA:
Come detenuta lei era nella Sezione Politica, cosa
ci faceva?
SILVIA: Prima ero stenodattilografa in sala scrittura
poi, per le mie conoscenze linguistiche, diventai
interprete
ILARIA: Com’era la baracca della sezione politica
SILVIA: Era a un piano dipinta di verde
ILARIA:Com’era la sala scrittura?
SILVIA: C’erano vasi di fiori sui davanzali e tendine
ILARIA: Qual’era il suo compito
SILVIA: Dovevo tenere le liste dei morti, il giorno
e la causa della morte
ILARIA: Lì registravate tutti i decessi che
avvenivano nei Lager?
SILVIA: Solo quelle dei detenuti che avevano ottenuto
un numero.
ILARIA: E quelli che erano stati trasferiti?
SILVIA: No
ILARIA: Che cause di decesso registravate?
SILVIA: La maggior parte delle cause di decesso che
registravamo erano fittizie. Non potevamo scrivere
“fucilata durante una fuga e così segnavamo
“infarto”
ILARIA: Soldato, come fermava i tentativi di fuga
dei detenuti
Monica
fa un passo avanti
MONICA:
Durante un tentativo di fuga il soldato doveva richiamare
tre volte il fuggitivo, poi lasciare partire un colpo
di ammonimento
ILARIA: Sa qualcosa del lancio del berretto?
MONICA: Su che?
ILARIA: Sul lancio del berretto
MONICA: Per sentito dire
ILARIA: Cosa sentì?
MONICA: Raccontavano che buttavano in aria i berretti
e poi sparavano
MARTINA: Chi buttava in aria i berretti?
DAMIANO: Di chi erano i berretti?
GIULIA S.: E chi sparava?
MONICA: Non lo so
ILARIA: Cosa le raccontarono?
MONICA: …Ordinavano ad un detenuto di strapparsi dal
capo il berretto e di buttarlo in aria, poi gridavano
MICHELA: Via corri a riprenderlo
DAMIANO
inizia a correre continuamente incalzato da MICHELA.
Il resto della scena è immobile. Dopo due giri
il ragazzo inciampa e stramazza per terra. MICHELA
gli va accanto
MONICA:
Mentre quello correva lo stendevano con una fucilata
ILARIA:E se non correva?
MONICA: Gli sparavano lo stesso per rifiuto dell’obbedienza
MONICA
torna al suo posto mentre MICHELA e il ragazzo a terra
restano immobili
***6***
ILARIA:
Continui pure
SILVIA: Invece di denutrizione scrivevamo dissenteria
Si
alzano VALENTINA e FRANCESCA
VALENTINA:
La mattina ognuno riceveva mezzo litro di broda, la
broda conteneva un surrogato di caffè. Inoltre
5 grammi di zucchero.
FRANCESCA: Certi avevano conservato un pezzo di pane
secco della sera prima. A mezzogiorno passavano la
zuppa. La zuppa era fatta con bucce di patate, rape
e cavolo, con una minima giunta di carne e grasso
e una sostanza farinosa che dava alla zuppa del lager
il sapore della zuppa del Lager.
VALENTINA: Inoltre c’erano nella zuppa stracci, ritagli
di carta.
FRANCESCA: Durante la distribuzione i detenuti non
litigavano per ricevere il primo mestolo, ma per occupare
l’ultimo posto della fila. Il primo terzo della zuppa
consisteva in sola acqua. Solo sul fondo fluttuava
qualcosa di nutriente
VALENTINA: Anche a casa avevo sempre avuto fame, o
almeno avevo creduto di averne; ma così ininterrotta,
diciamo, così a lungo termine, non l’avevo
mai avuta prima. Mi trasformai in un buco, in un vuoto
e ogni mio tentativo, ogni mio sforzo mirava superare,
a riempire, a far tacere le continue richieste di
quel vuoto senza fondo, quel vuoto incolmabile.
SILVIA:Inoltre
dovevamo badare che due detenuti non morissero nello
stesso minuto, e che le cause di decesso si addicessero
alla loro età. Quindi un ventenne non poteva
morire di debolezza cardiaca
ILARIA: Può dirci delle cifre relative ai decessi
registrati da lei?
SILVIA: Lavoravo 12-15 ore al giorno, sui registri
dei decessi capitavano fino a 300 morti al giorno
ILARIA: C’erano anche decessi provocati da interventi
diretti della sezione politica?
SILVIA: Ogni giorno là dentro morivano detenuti
per maltrattamenti o fucilazioni
ILARIA: Come avvenivano le fucilazioni?
Si
alza GIULIA S.
GIULIA
S.: I detenuti erano messi con la faccia contro il
muro a 1-2 metri l’uno dall’altro. L’esecutore si
accostava al primo, alzava la carabina fino alla nuca
e sparava da una distanza da circa 10 centimetri.
Quello che stava vicino vedeva tutto, appena caduto
il primo toccava a lui
ILARIA: Le mani dei detenuti erano legate?
GIULIA S.: Fino al 1942 erano legate dal dorso con
filo di ferro. Poi smisero perché l’esperienza
aveva mostrato che quasi tutti i detenuti si mantenevano
tranquilli
ILARIA: Che motivo adduceva per la fucilazione dei
prigionieri di guerra?
MICHELA: Si trattava di distruggere un’ideologia.
Con il loro fanatismo politico quei prigionieri minacciavano
la sicurezza del lager
FRANCESCA:
Nell’autunno del 1943 una mattina presto vidi nel
cortile del Block 11 una bimba. Aveva un vestito rosso
e una treccia. Era sola, teneva le mani strette ai
fianchi, come un soldato. Una volta si piegò
e tolse la polvere dalle scarpe, poi tornò
immobile. Ad un tratto vidi una guardia entrare nel
cortile, stringeva forte un fucile dietro il dorso.
Prese la bimba per mano, lei s’incamminò buona,
buona, si fece mettere con il viso contro il muro.
La bimba si voltò. L’uomo tornò a girarle
la testa contro la parete, alzò il fucile,
sparò alla bimba.
***7***
ILARIA:
Come avvenivano gli interrogatori nella Sezione Politica?
SILVIA: Cominciavano sempre in modo calmo. Si accostavano
al detenuto e facevano domande che io dovevo tradurre.
Se il detenuto non rispondeva, scuotevano un mazzo
di chiavi di fronte al suo viso. Se il detenuto continuava
a tacere, gli sbattevano le chiavi in faccia. Alla
fine gli dicevano
MONICA:
Ho una macchina che ti farà parlare
ILARIA:
Che macchina era?
SILVIA: La chiamavano il grammofono
ILARIA: Lei vide la macchina?
SILVIA: Sì
ILARIA: Com’era?
SILVIA: Erano sbarre
ILARIA: Ci può spiegare meglio?
SILVIA: Era un’armatura alla quale i detenuti venivano
appesi. Udivamo i colpi e le urla. Dopo un’ora o dopo
anche più ore, venivano portati fuori. Non
li riconoscevamo più
ILARIA: Erano vivi?
SILVIA: Chi non era morto, difficilmente passava le
ore seguenti
VALENTINA:
Quando fui chiamato nella stanza degli interrogatori
vidi sul tavolo un piatto con delle aringhe. Mi domandarono
se avessi fame, risposi di no. Poi mi dissero
MICHELA:
Abbiamo preparato un’insalata per te
VALENTINA:
Mi ordinò di mangiare, io non potevo perché
avevo le mani strette dalle manette. Allora mi sbatterono
il viso nel piatto. Dovetti inghiottire le aringhe,
erano tanto salate che vomitai. Dovetti leccare il
vomito e l’avanzo delle aringhe. Alla fine avevo in
bocca ancora qualcosa e gridarono
MONICA:
Attenti che non sputi il resto nel corridoio
I
soldati ridono come pazzi
ILARIA:
Ammettete di aver maltrattato quest’uomo?
ELEONORA,
MICHELA e MONICA smettono di ridere
MICHELA:
No
ILARIA: Avete mai maltratto qualcuno durante un’interrogatori
MICHELA: Se il detenuto confessava la pena era subito
sospesa
ILARIA: E se il prigioniero non confessava?
MICHELA: Veniva battuto fino al primo sangue. Poi
era finita
ILARIA: Era presente un medico?
MICHELA: Non vedemmo mai un ordine che parlava della
presenza di un medico. Non era necessario, perché
nel momento in cui il sangue correva, noi sospendevamo
l’interrogatorio. Lo scopo dell’interrogatorio di
rigore era raggiunto quando il sangue colava dai pantaloni
Al
pubblico
***8***
VANESSA:
Immagina che cosa vuol dire vivere in un campo dove
si bruciano 10 mila persone al giorno, col fetore
di carne umane che ti perseguita giorno e notte.
GISELLA:Immagina i prigionieri di Auschwitz, di Treblinka,
di Mauthausen, uomini e donne che hanno assistito
impotenti alla morte dei loro genitori, delle loro
moglie, dei loro figli, dei loro parenti
ELISA: Vi domanderete: mi domanderete, ma come si
esce da quell’inferno? In quali condizioni?
VANESSA: Semplice. Un uomo che è stato nel
lager non esce più dal campo. Un uomo è
sempre là.
CAPITOLO
4: L’INCUBO
Musica.
I soldati iniziano a marciare, sempre intorno, ma
ora sono più distanti, qualcuno ogni tanto
perde il ritmo. I componenti della classe aiutandosi
fra loro, tornano tutti a posto formando un cerchio
con le sedie. Cinque ragazze si alzano e si mettono
davanti in riga SERENA, GIULIA A., ERIKA, MAVI, DAIANA,
MARTINA. Con le sedie formano un cerchio. Le guardie
smettono di marciare, si abbassa lentamente la musica.
***9***
SERENA:
Nel campo di Ravensbrück eravamo tutte donne:
giovani, vecchie... Insomma, c'era un po' di tutto,
ma solo donne. In questo campo sono stati fatti anche
degli esperimenti sulle prigioniere.
DAIANA: Esperimenti anche molto terribili.
SERENA: Quello che è stato fatto a me, come
a tante altre – consisteva nel toglierci il ciclo
mestruale, e allora... A chi mettevano qualcosa nel
mangiare... Invece a tante altre veniva... Ti mettevano
su un tavolo e ti veniva iniettato, direttamente...
Un liquido molto irritante: questo liquido ci ha tolto
le mestruazioni. Da quel momento sino a quando non
sono tornata a casa, anzi un periodo di tempo dopo
che sono rientrata a casa, non ho più avuto
le mestruazioni.
DAIANA: loro dicevano che noi eravamo come degli schiavi,
e che gli schiavi si riproducono troppo in fretta,
come i topi, perciò certamente anche in questo
senso cercavano il modo di eliminare il più
possibile le persone.
SERENA: Anche nei nostri riguardi, che non avremmo
potuto magari più procreare, più avere
figli. Questo penso che sia stato lo scopo di questo
esperimento, e anche soprattutto, per vedere l'effetto
sulla donna, togliendo il ciclo mestruale... L'effetto
che poteva fare. L'effetto è stato quello che
poi i nostri corpi si sono riempiti anche di grossi
foruncoli: foruncoli sempre pieni di pus... E poi
anche i pidocchi... I pidocchi si accompagnavano benissimo
coi foruncoli.
MAVI: Nel blocco esperimenti c’erano ragazze di 17,
18 anni. Erano state scelte tra le più sane.
Su loro eseguivano esperimenti con raggi Röntgen.
Fissavano loro una placca sul ventre e una sul di
dietro. I raggi venivano diretti sulle ovaie, che
bruciavano. Sul ventre e sul di dietro rimanevano
gravi ustioni, ulcere. Nei mesi successivi le ragazze
erano sottoposte a numerose operazioni
DAIANA: Venivano asportate le ovaie e le ghiandole
sessuali
MARTINA: Con una siringa cui era stata applicata una
canula si spingeva nell’utero una sostanza pastosa
come il cemento, che provocava un dolore cocente come
quello delle doglie
DAIANA: Avevi la sensazione che il ventre scoppiasse
MARTINA: Attraverso quest’operazione si voleva incollare
l’ovidotto per impedire il concepimento
DAIANA: Durante i sei mesi trascorsi nel blocco esperimenti,
furono eseguite 400 operazioni del genere. In relazione
ad esse venivano effettuate anche fecondazioni artificiali.
Se si verificava una gravidanza si provocava un aborto
ERIKA: Un mattino mi vennero a predente, mi avvolsero
in una coperta, come al solito ero nuda e mi portarono
fuori al freddo. Arrivò una specie di ambulanza.
Pensai subito alla camera a gas ma poi mi dissi “Ma
la camera a gas per una persona sola, e l’ambulanza…”
. Mi portarono ad Auschwitz. Arrivammo davanti ad
un’edificio più grande degli altri
DAIANA: Non era la camera a gas
GIULIA A.: Entrammo in una stanza a due letti. Letti
veri, non tavolacci, con lenzuola e coperte
ERIKA: E c’era un vero bagno in cui mi accompagnarono,
un bagno come non ne vedevo da tanto tempo. Mi fecero
lavare con del sapone – quasi non ricordavo più
come si facesse - poi mi dettero una camicia da notte.
Tutto era pulito in ordine. Avevo sete ed andai a
bere dal lavandino. Arrivò di corsa un’infermiera:
“Tu non bere, acqua inquinata, c’è tifo!” “Ma
che importa, sono mesi che bevo quest’acqua, me lo
sarei già preso!” “Tu aspetta” Uscì
sempre di corsa e rientrò portandomi un bicchiere
di latte. “Ma che sta succedendo?” mi chiesi. Lo seppi
anche troppo presto. Il mattino seguente arrivò
il dottore
GIULIA A.: E fu tremendo
ERIKA: Mi portarono in sala operatoria, Mi cosparsero
con una pomata, non so cosa fosse, e due ore dopo
ero tutta una piaga. Il dolore era insopportabile,
piangevo e mi lamentavo
GIULIA A.: “Ti porto la marmellata” Così tentava
di consolarla il medico. Gliela portò davvero,
ma non riuscì a mangiarla, stava troppo male..
Poco dopo seppe che si trovava al blocco esperimenti,
provavano su di noi delle medicine, ma prima dovevano
farci ammalare
ERIKA: Rimasi al blocco per molto tempo
GIULIA A.: Quando il dottore si avvicinava al suo
letto , voltava la testa come a dire “Questa non ce
la fa”
ERIKA: Ce la faccio, vedrai! Pian piano mi alzai dal
letto e sorreggendomi con la sedia mi trascinai fino
al lavandino. Alzai gli occhi e vidi una donna sconosciuta,
uno scheletro sparuto coperto di piaghe. Pensai “Dio
mio com’è ridotta questa!” E portai le mani
al viso
GIULIA A.: La sconosciuta fece lo stesso gesto.
ERIKA: Allora capii con orrore che stavo guardando
la mia immagine allo specchio. Non mi ero più
specchiata da quando avevo lasciato la mia casa. Dio
quanto piansi!
GIULIA A.: Eppure ce la fece. Quando smisero di iniettarle
microbi, riuscì a rimettersi a camminare.
Le
ragazze s abbracciano tra loro. ELEONORA si toglie
la benda sugli occhi entra dentro al cerchio.
CAPITOLO
5: APRIRE GLI OCCHI
***10***
ELEONORA:
Smettetela
Tutti
si girano verso A
ELEONORA:
Già quando eravamo a scuola una parola su tre
si riferiva a coloro che avevano colpa di tutto e
che si dovevano eliminare. Ci ficcarono in testa che
era soltanto per il bene del popolo. La Fürereschulen
ci insegnarono anzitutto ad accettare ogni cosa in
silenzio. Se uno faceva una domanda rispondevano.
Quello che si fa è secondo la legge, importa
poco che le leggi oggi siano diverse. Ci dicevano
“dovete imparare avete bisogno più d’istruzione
che di pane” Dovete capire, ci tolsero la facoltà
di pensare, c’erano altri che pensavano per noi!
Si
mette a piangere e crolla a terra
SARA:
Sapevate che nel campo si facevano esperimenti per
conto di industrie farmaceutiche?
MONICA: Seppi soltanto che si trattava di un grosso
settore industriale nelle cui varie branche lavoravano
i detenuti del campo come operai
SARA: I padroni delle aziende, sapevano che i loro
operai erano detenuti dei campi di concentramento?
MONICA: lavoravamo tutti per l’economia della guerra
SARA: Le industrie pagavano salari per i detenuti
che lavoravano?
MONICA: Certo, secondo tariffe determinate
SARA: Il salario a chi veniva pagato?
MONICA: All’amministrazione del Lager. Questa doveva
provvedere al mantenimento dei detenuti
SILVIA: Le aziende sapevano dell’operazione di annientamento?
MONICA: In tre anni di permanenza sul posto, suppongo
che qualcosa dovevano pur aver immaginato. Ma non
so se avessero compreso la quantità di morti
di cui si trattava
SILVIA: Quelle stesse industrie hanno tutt’ora dei
vantaggi da quegli esperimenti?
MONICA: Certamente, sono pervenute a brillanti risultatI
grazie alle operazioni che si eseguivano nei lager
SILVIA: E continuano ad averne anche un ritorno economico?
MONICA: Sono agli apici del settore economico farmaceutico
mondiale.
ELISA:
E voi che siete i nostri aguzzini?
DAMIANO: Dormite bene la notte?
GISELLA: Nessun fantasma infesta anche i vostri sogni?
VALENTINA: E quando vi specchiate, riuscite a guardarvi
negli occhi
FRANCESCA: A vedervi dentro?
MONICA
e MICHELA entrano nel cerchio con ELEONORA, i ragazzi
le sbendano
MONICA:
Eravamo convinti che quegli ordini ci venissero dati
per raggiungere un segreto obiettivo di guerra.
MICHELA: Lo stato di perpetua eccitazione in cui vivevamo,
dovuto alle richieste dei nostri stessi superiori,
alle difficoltà causate dalla guerra, ai problemi
sempre nuovi che nascevano giornalmente nei campi,
e soprattutto all'incessante fiume di prigionieri
in arrivo, mi costringevano a pensare esclusivamente
al mio lavoro, ad immergermi esclusivamente in esso.
MONICA: Ciascuno in Germania doveva impegnarsi fino
in fondo perché potessimo vincere la guerra.
MICHELA: Per questo i campi di concentramento erano
diventati vere fabbriche belliche, e a questa attività
si doveva subordinare ogni cosa, di fronte ad essa
dovevano cadere tutte le considerazioni di qualsiasi
genere... A quel tempo non riflettevo: avevo ricevuto
un ordine ed era mio dovere eseguirlo. Non potevo
permettermi di giudicare se questo sterminio in massa
degli ebrei fosse o no necessario, la mia mente non
arrivava tanto in là. “Il Fuhrer comanda, noi
obbediamo”, non era certo una frase né uno
slogan, per noi. Era un concetto preso terribilmente
sul serio.
Tutti
lentamente si alzano e si mettono davanti in riga
ILARIA:
Le SS non erano super uomini, ma squallidi personaggi
che evitavano i rischi della prima linea al fronte
di guerra, pagando tale salvagente con un devastante
mestiere sanguinario.
VALENTINA: Erano individui insensibili e corrotti,
ai quali il nazismo, con un lungo training, aveva
annullato nella psiche gli istinti morali
SILVIA: Per noi gli SS erano senza volto, perché
non avevano nessuna opportunità di scambiare
neppure un semplice sguardo con loro
VANESSA: E loro nemmeno ci vedevano
Buio.
Musica.
FINE