Indice

SCHEDA 1
Fabio CAFFARENA
Le terre matte e il caro paese. Epistolario di guerra dell’alpino Emanuele Colosso (1915-1918)
Edizioni del Comune di Finale Ligure, 2001

SCHEDA 2
Sergio LUZZATTO
La strada per Addis Abeba. Lettere di un camionista dall’impero (1936-1941)
Paravia/Scriptorium, Torino, 2000, Collana Fiori secchi.

SCHEDA 3
Luigi MARRELLA
I quaderni del Duce
Barbieri Editori, Taranto, 1995

SCHEDA 4
Sandro ANTONINI
Catene al pensiero e anelli ai polsi. Censura di guerra in Liguria (1940-1944)
De Ferrari editore, Genova, 1999.
Giuseppe PARDINI
Sotto l’inchiostro nero. Fascismo, guerra e censura postale in Lucchesia (1940-1944)
M.I.R. edizioni, Montespertoli (FI), 2001.

SCHEDA 5
Elena ZUBKOVA
Quando c’era Stalin. I russi dalla guerra al disgelo
Il Mulino, Bologna, 2003

SCHEDA 6
Italia AMOROSI
L’Italiano a scuola in Basilicata nei primi anni dell’Unità
Consiglio regionale di Basilicata, Potenza, 2002

SCHEDA 7
Francesco IBBA
Storie di antifascismo e di emigrazione
Editrice Liberetà, Roma, 2001



SCHEDA 8
Quinto ANTONELLI
Guida agli archivi scolastici di Rovereto
Longo, Rovereto, 1997
Maria L. PERNA (a cura di)
Tra vecchie carte… esperienze didattiche negli archivi di scuole torinesi
Consorzio di scuole per gli archivi scolastici, I.P.S.R.S.C.,
Itc Lea Q. Sella di Torino, s.d.
Maria T. SEGA (a cura di)
La scuola fa la storia. Gli archivi scolastici per la ricerca e la didattica
Nuova Dimensione, Portogruaro (VE), 2002.

SCHEDA 9
Maurizio RIDOLFI (a cura di)
Almanacco della Repubblica. Storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane
Bruno Mondatori, Milano, 2003

SCHEDA 10
G. CRAINZ
Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta
Donzelli, Roma, 2001

SCHEDA 11
G. CRAINZ
Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta
Donzelli, Roma, 2003

SCHEDA 12
M. CALEGARI
La sega di Hitler
Selene edizioni, Milano, 2004

   
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Schede bibliografiche a cura di Davide Montino

SCHEDA 1
Fabio CAFFARENA
Le terre matte e il caro paese. Epistolario di guerra dell’alpino Emanuele Colosso (1915-1918)
Edizioni del Comune di Finale Ligure, 2001

Attraverso le quasi 300 lettere dell’alpino Emanuele Calosso, l’A. mostra l’esperienza della Grande Guerra dal punto di vista di un singolo individuo, partecipe di un evento che subisce prima ancora di comprendere. Nell’ormai consolidato solco degli studi sulla scrittura popolare della Prima guerra mondiale, egli connette i piani del grande evento e del vissuto personale, restituendoci una delle milioni di voci di individui coinvolti in quella guerra, senza cadere però nel particolarismo, anzi rendendo le vicende e i pensieri del soldato Calosso parte e rappresentazione del più vasto dramma collettivo che lo coinvolge. La trascrizione delle lettere, inoltre, ha il pregio di mettere un vasto, complesso e ricco epistolario a disposizione di ricercatori, studenti o semplici appassionati che vogliono “intessere” un dialogo nel tempo con un protagonista della vicenda che segnò violentemente l’irruzione della modernità nel mondo occidentale.

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SCHEDA 2
Sergio LUZZATTO
La strada per Addis Abeba. Lettere di un camionista dall’impero (1936-1941)
Paravia/Scriptorium, Torino, 2000, Collana Fiori secchi.

Nell’Impero voluto e costruito dall’Italia fascista, ad una figura è assegnato il compito di rappresentare il dinamismo e l’epopea della conquista civile dell’Etiopia: è il camionista, tutt’uno col suo camion, che accompagna lungo le strade africane i sogni di grandezza del regime. A quest’immagine, che ha anche influenzato in certa parte la storiografia sul colonialismo italiano, si contrappone la dura realtà di chi ha vissuto tragicamente quell’avventura, che l’A. rivela attraverso l’epistolario di Nicola Gattari, appunto un camionista dell’Impero. Dal suo punto di vista l’AOI non ha nulla di eroico né di attraente (“in ogni dove la vita è bruttissima qui in Africa”), ma è solo un’altra delle tante occasioni (era già stato emigrante in America e in Francia) con cui egli tenta di cambiare la propria vita e quella della sua famiglia. E’ un modo, quello proposto dall’A. in questo volume, di approfondire l’esperienza coloniale fascista oltre i facili luoghi comuni, e partendo proprio da chi avrebbe dovuto -il popolo- trarre i maggiori benefici dall’impresa, stando alla propaganda dell’epoca. Le lettere private permettono così di osservare da “una prospettiva più angolata, ma meno deformante di quella della retorica fascista” (p. 11) una pagina importante della nostra storia recente, essendo rappresentazioni individuali di percorsi collettivi e sentimenti diffusi.

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SCHEDA 3
Luigi MARRELLA
I quaderni del Duce
Barbieri Editori, Taranto, 1995

L’autore ha pazientemente recuperato, in tutta Italia, più di 600 quaderni del periodo fascista, o immediatamente precedenti o posteriori. Sulla base di questo vasto e vario campione, ha fornito un’attenta analisi iconografica del materiale, non disdegnando, però, di riportare anche alcuni contenuti (temi, dettati) dei quaderni. Il testo è corredato da una ricca serie di immagini a colori. L’idea che ha mosso questa operazione di raccolta e studio è stata quella della centralità del quaderno scolastico nell’insieme dei media fascisti dedicati all’educazione delle masse, proprio in virtù della facilità di lettura, da parte di scolari e famiglie, delle immagini che veicolavano i principi e i valori del regime.

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SCHEDA 4
Sandro ANTONINI
Catene al pensiero e anelli ai polsi. Censura di guerra in Liguria (1940-1944)
De Ferrari editore, Genova, 1999.
Giuseppe PARDINI
Sotto l’inchiostro nero. Fascismo, guerra e censura postale in Lucchesia (1940-1944)
M.I.R. edizioni, Montespertoli (FI), 2001.

Lo studio delle lettere censurate può essere utile, se trattato senza eccessi e forzature interpretative, per sondare in profondità gli umori, i pensieri, o semplicemente gli atteggiamenti della popolazione e dei militari negli anni della guerra. Questi due testi, ricchi di esempi e di larghe citazioni dalle lettere, offrono uno scenario composito dell’opinione pubblica (se di opinione pubblica si può parlare in un regime dittatoriale) di due zone ben delimitate geograficamente, ma che ciononostante possono portarci a riflessioni di carattere più generale. Quello che risulta è, nelle lettere di civili, una generale disaffezione al fascismo, mano a mano che la guerra volge al peggio, ma anche il continuare di svaghi (i balli e le feste) e il perdurare di antiche tradizioni e usanze (preghiere, catene di S. Antonio, etc…), il disegno di un’Italia largamente compresa nella zona grigia di cui ha parlato Claudio Pavone, intenta a “sopravvivere”, a non prendere posizione, a non compromettersi. Nelle lettere di militari, invece, ad un iniziale entusiasmo, subentra rapidamente la disillusione e la percezione di aver subito un raggiro: (stralcio di lettera dalla relazione del marzo 1941) Quando torneremo in Italia faremo i conti con quella gente che ci ha ingannati in quanto alla questione della preparazione. Guai ai militari, quel giorno (Pardini, pag. 36).
Nelle frasi fatte che spesso si incontrano, c’è poi il sedimentarsi di un senso comune che in tanti anni ha pervaso il paese (l’antipolitica, il complotto delle altre nazioni, il Duce lasciato solo, etc…), ma anche il fallimento di quel progetto totalitario di costruzione dell’Italiano nuovo, che qui manifesta “malcontento”, “notizie deprimenti”, “sentimento affettivo e religioso”, come indicavano, tra i tanti temi, le relazioni inviate al Ministero degli interni. Un’ultima considerazione sull’utilizzo delle fonti epistolografiche per indagare il grado e il tipo di consenso degli italiani durante il regime. E’ chiaro che esse sole non possono dare una risposta definitiva, ma è indubbio che sono, specie quelle censurate per non essere in sintonia con le direttive e le aspettative ufficiali, indicatori importanti delle opinioni degli italiani, e di ciò che loro premeva, e di quanto erano disposti a rischiare per il destino dell’Italia fascista, nei tragici momenti della guerra. Ecco cosa scrive un operaio, iscritto al Fascio dal 1926, alla moglie sfollata a Lavagna: (27 gennaio 1943) […] Per me la considero finita. Pensa per te e impara a maledire, a stramaledire quanto faccio io quel porco di… e quei porci di uomini che ci distrussero la vita. Maledico Iddio e stramaledico chi ha voluto la guerra. […] (Antonini, pag. 97). Un piccolo esempio, che però la dice lunga sull’Italia guerriera e cattolica che avrebbe dovuto forgiarsi nei vent’anni di regime

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SCHEDA 5
Elena ZUBKOVA
Quando c’era Stalin. I russi dalla guerra al disgelo
Il Mulino, Bologna, 2003

L’autrice, ricercatrice dell’Istituto di storia russa dell’Accademia delle scienze di Mosca, ricostruisce l’opinione pubblica e gli umori della società sovietica tra il 1945 e il 1957, a cavallo tra l’apice dello stalinismo e la destalinizzazione operata dal XX Congresso del Pcus. Quel che si segnala come importante in questo testo, oltre alla disponibilità di fonti tenute nascoste fino al crollo del regime sovietico (relazioni al Comitato Centrale sull’opinione pubblica, liste di domande poste dal pubblico alle conferenze politiche, osservazioni dei cittadini durante le discussioni nelle riunioni delle organizzazioni di partito o delle unità produttive), è l’utilizzo delle lettere inviate al Comitato centrale del partito tra il 1945 e il 1957, delle lettere indirizzate alla rivista “Novyi mir” tra il 1953 e io 1957, e delle lettere intercettate dalla divisione della censura militare dell’apparato statale di sicurezza tra il 1945 e il 1946, come fonte privilegiata per ricostruire i comportamenti di massa, la mentalità collettiva e gli atteggiamenti psicologici della popolazione russa. Una conferma che le fonti epistolografiche, debitamente interrogate, possono arricchire notevolmente i quadri interpretativi che emergono dall’utilizzo delle fonti tradizionali.

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SCHEDA 6
Italia AMOROSI
L’Italiano a scuola in Basilicata nei primi anni dell’Unità
Consiglio regionale di Basilicata, Potenza, 2002

Questo testo è l’edizione di una tesi di laurea, e della tesi conserva l’impostazione didascalica e una certa leggerezza analitica, ma ha il pregio di affrontare una questione poco dibattuta, ossia le competenze linguistiche scritte dei maestri all’indomani dell’Unità, e soprattutto di farlo partendo dai loro stessi scritti. In appendice, e accuratamente analizzati nel testo, l’autrice riporta, infatti, 20 prove d’esame elaborate tra il 1864 e il 1865 da aspiranti maestri e maestre elementari della Basilicata, per ottenere la patente d’insegnamento. In tal modo è possibile annotarne le competenze linguistiche specifiche, le peculiarità di genere nei modelli culturali di riferimento, i registri espressivi utilizzati (colti, burocratici, letterari, etc…), le influenze dell’oralità e del dialetto sulla lingua italiana.

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SCHEDA 7
Francesco IBBA
Storie di antifascismo e di emigrazione
Editrice Liberetà, Roma, 2001

L’autobiografia di Francesco Ibba si snoda a partire dal difficile ritorno a casa, finita la Seconda guerra mondiale, attraverso le vicende dei conflitti locali tra esponenti del vecchio sistema di potere fascista e i rappresentanti dei nuovi partiti, fino all’emigrazione in Belgio e alle attività sindacali in favore dei minatori. Quella di Ibba è la storia di un impegno politico, svolto nelle fila del Partito Sardo D’Azione (l’autore era amico di Emilio Lussu) e del sindacato, e di una grande “disillusione”. Attraverso la voce di una persona comune, con un minimo grado di scolarizzazione, possiamo ricostruire le tensioni sociali che attraversavano la penisola all’indomani del 25 aprile, specialmente in merito alla questione della continuità tra lo stato fascista e quello repubblicano, ma anche il tema dei reduci è presente, con il difficile inserimento e la sensazione che i sacrifici compiuti, nei campi di prigionia o nelle fila della Resistenza, possano risultare vani. Un approccio locale, microstorico, che però ha il vantaggio di restituire reali pratiche di scontro politico e sociale e di fornire il quadro particolare – e personale, soggettivo – di eventi ormai ricostruiti su base nazionale.
La storia di Francesco Ibba, così intrecciata con la Grande Storia – guerra, emigrazione, politica – è un racconto a volte aspro, altre disincantato, di quella che a prima vista sembra una sconfitta (infatti è costretto ad emigrare nottetempo all’estero), ma che alla fine si rivelerà una vittoria, nella misura in cui sono stati uomini come Francesco, le loro lotte, le loro conquiste e i loro fallimenti, ad edificare con fatica questa nostra democrazia, che fa salva la libertà di tutti. Questa autobiografia è un piccolo tassello, ma tanto più forte in quanto mostra le ragioni e gli ideali di una scelta insieme individuale e collettiva, nella ricostruzione dei momenti fondativi della Repubblica e della sua storia.

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SCHEDA 8
Quinto ANTONELLI
Guida agli archivi scolastici di Rovereto
Longo, Rovereto, 1997
Maria L. PERNA (a cura di)
Tra vecchie carte… esperienze didattiche negli archivi di scuole torinesi
Consorzio di scuole per gli archivi scolastici, I.P.S.R.S.C.,
Itc Lea Q. Sella di Torino, s.d.
Maria T. SEGA (a cura di)
La scuola fa la storia. Gli archivi scolastici per la ricerca e la didattica
Nuova Dimensione, Portogruaro (VE), 2002.

Ormai, la necessità di fare storia della scuola sul territorio, partendo da archivi scolastici e documentazione locale, nel senso di una microstoria delle istituzioni e del costume educativo, è un dato quasi del tutto acquisito. E sempre più evidente, anche per le implicazioni in merito alla storia in generale, è l’importanza di fonti quali i registri scolastici (in particolare le cronache degli insegnanti) e i quaderni di scuola, come d’altra parte, l’utilizzo didattico degli stessi materiali. I tre libri qui presentati, mostrano tre esempi di questa nuova tendenza, in alcuni suoi aspetti particolari.
Il testo curato da Maria Teresa Sega consta di una parte generale di metodo, per capire ed usare gli archivi scolastici e sul territorio (con interventi sulla memoria della scuola, sugli archivi trentini e su quelli comunali) per una storia della scuola che si integri con la storia delle scuole (è questo il senso dell’intervento di Ester De Fort) e di una parte analitica, che presenta alcune ricerche specifiche, come, ad esempio, su scuola e lavoro a Venezia nei primi del Novecento, oppure su scuola e fascismo in un liceo bolognese, sul Convitto “Francesco Biancotto” di Venezia tra anni Quaranta e Cinquanta o sul tema della soggettività dei bambini a scuola.
Analogo, ma con maggiori intenti didattici, è il volume curato da Maria Luisa Perna, anch’esso composto da una parte generale e da una specifica, con i risultati di percorsi didattici e di ricerca compiuti nelle scuole elementari e medie (superiori e inferiori) di Torino. Particolarmente interessante risulta la ricostruzione, a partire dalle cronache degli insegnanti, della visita del maggio 1939 del Duce a Torino, esempio di come il piano della scuola si intersechi proficuamente con quello della storia del fascismo, giacché si ha il modo di vedere all’opera una parte della “macchina del consenso” attivata in quegli anni intorno alla figura di Mussolini.
Infine, il testo di Quinto Antonelli è un esempio meticoloso del lavoro preliminare che è necessario compiere, cioè il riordinamento e l’inventariazione degli archivi scolastici. L’A., grazie anche all’esperienza di archivista maturata all’Archivio della Scrittura Popolare di Trento, ha realizzato uno strumento di base imprescindibile per chi voglia affrontare la storia della scuola a Rovereto. E’ grazie a lavori locali di questo genere (di cui si auspica un’intensificazione) che può partire una feconda stagione di studi innovativi sulla storia della scuola e dell’infanzia, che restituisca le dinamiche interne e dal basso della scolarizzazione di massa.

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SCHEDA 9
Maurizio RIDOLFI (a cura di)
Almanacco della Repubblica. Storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane
Bruno Mondatori, Milano, 2003

Attraverso il contributo di diversi studiosi, il volume affronta la storia dell’Italia repubblicana a partire dalla dimensione simbolica, culturale e rituale. Il percorso non può che iniziare, però, dalle esperienze storiche delle repubbliche giacobine e di quelle seguite ai moti del 1848, luoghi della memoria storica e politica, più o meno direttamente frequentati, che sono alla base del moderno concetto di Repubblica, che troviamo declinato poi nelle più diverse varianti: Repubbliche partigiane e Repubblica di Salò, la Costituente, la Repubblica vista dai monarchici, e così via. Il taglio scelto dal curatore e adottato nei diversi contributi getta luce, quindi, sui simboli e i luoghi metaforici che ruotano intorno al tema repubblicano: dallo stemma ai Presidenti, dalle canzoni alle onorificenze repubblicane, dal tricolore alla Festa del 2 giugno. Infine, ma non meno importanti, alcuni contributi si concentrano sulle immagini della Repubblica passate attraverso la televisione, il cinema e la scuola.
L’operazione curata da Ridolfi ha un taglio inevitabilmente pionieristico, articolandosi nella direzione di studi poco frequentati nel nostro paese (a differenza, per esempio, della Francia), specie per la storia più recente, ma nonostante la difficoltà di muoversi in un territorio poco conosciuto riesce a dare un quadro vasto dei temi e delle questioni storiografiche di fondo. La memoria della repubblica, forse debole, ha alle sue spalle un radicato fondamento nella tradizione democratica risorgimentale, ma dimostra una certa debolezza nel suo “momento pedagogico”. Ciò che emerge, infatti, come cifra dominante, è la carenza di un progetto educativo, intorno ai valori democratici e laici su cui si fonda la nostra Repubblica. Questa debolezza sembra derivare dallo scarso investimento, a livello simbolico, fatto dallo Stato sorto dopo il Referendum del giugno 1946. Nel timore di rinverdire fasti nazionalistici deliranti, che il Ventennio fascista aveva largamente elargito, il culto, la memoria e la tradizione della Repubblica ha scelto la via del “basso profilo”, delegando ad altre forme di appartenenza il ruolo di matrici identitarie forti, nel contesto di un paese geograficamente e culturalmente frastagliato, diviso dalla Guerra fredda e dominato da due culture politiche, quella cattolica e quella comunista, a forte carattere universalistico e “oltre-nazionale”. Considerare i miti e i simboli della Repubblica, quindi, può portare ad una riflessione più vasta sulle identità politiche e civili italiane, e può aiutare ad individuare i punti deboli del rapporto tra cittadini e istituzioni che paiono caratterizzare maggiormente il nostro paese.

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SCHEDA 10
G. CRAINZ
Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta
Donzelli, Roma, 2001

La vicenda del “boom economico”, nella storia d’Italia, è ormai abbastanza nota e frequentata. Quel che aggiunge l’A., però, è una particolare attenzione alle diverse culture e identità che si articolano, si scontrano, si sovrappongono in quelli che sono anni di profonda trasformazione economica ma soprattutto sociale. La tesi di fondo, che sorregge tutto l’impianto documentario, è che la gestione politica del mutamento (l’esperienza del centro-sinistra) è arrivata in ritardo sul procedere di fenomeni eterogenei e complessi, e che quindi la trasformazione dell’Italia in una società di massa e dei consumi è avvenuto in maniera anarchica e incontrollata, seguendo dinamiche spesso selvagge (non a caso l’ultimo capitolo si intitola “Il riformismo perduto”). Possiamo così vedere la situazione degli operai nelle fabbriche, e l’emarginazione cui erano destinati i comunisti; l’impatto violento tra gli immigrati del Sud e i cittadini delle grandi città industriali del Nord; la nascita delle sottoculture giovanili, attraverso la musica, il divertimento, il look, ma anche l’impegno politico del giovane e combattivo nuovo proletariato che si andava formando nei sempre più alienanti cicli produttivi che imponeva l’industria.
La narrazione storica, fatta con un occhio di riguardo anche al costume e alla cultura, mette in luce la dialettica tra il movimento irrefrenabile dei consumi e delle nuove identità e le soluzioni politiche adottate (in ritardo) o non adottate, e il fondersi del nuovo con strutture e mentalità tradizionali, il che ha dato vita ad un eccezionale impasto di moderno e di vecchio, secondo forme più o meno schizofreniche di adesione. In termini generali, questo aspetto è ben documentato dal rapporto che la Chiesa e la democrazia cristiana, da un lato, e il Partito comunista, dall’altro, hanno instaurato con la modernità. Cauta accettazione e moderata diffidenza, per ragioni diverse su entrambi i versanti, hanno finito per permettere che “nella costruzione di identità il mercato e i media [entrassero] come attori prepotenti, intervenendo in un terreno prima occupato solo, o prevalentemente, da soggetti pubblici o istituzionali” (p. X). Di fronte a queste nuove articolazioni di identità, all’A. interessa non tanto una descrizione lineare di quei processi, quanto ripercorrerne le dinamiche conflittuali all’interno di una schema che metta al centro la riflessione sul mutamento e su quanto, in questo mutamento sia nuovo e quanto invece si sia conservato o anche potenziato ulteriormente.

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SCHEDA 11
G. CRAINZ
Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta
Donzelli, Roma, 2003

In questo volume, l’A. sviluppa l’idea, già avanzata nel suo precedente lavoro Storia del miracolo italiano, di “democrazia congelata”, che egli veda all’opera negli anni della Guerra fredda. Ne Il paese mancato, infatti, possiamo seguire la visione pessimistica della nostra storia recente attraverso le occasione, via a via appunto mancate, in cui il nostro paese avrebbe potuto consolidarsi intorno ai valori laici e democratici (vedi Scheda 9) in un processo di sviluppo che non fosse solo economico ma anche culturale e civile. Per comprendere appieno questo frastagliato percorso, si deve partire dal libro dello stesso A. citato all’inizio (vedi Sceda 10), in cui centrale è il ritardo della politica nel comprendere e nell’elaborare strategie di fronte al cambiamento che travolge la società a cavallo tra anni cinquanta e Sessanta. Questa caratteristica, infatti, resta come una costante nella storia dell’Italia repubblicana, a fronte dei cambiamenti strutturali suggeriti dal 1968 o dal Referendum sul divorzio del 1974, oppure delle tante crisi che hanno investito il nostro paese, dal “Piano solo” agli anni bui del terrorismo rosso e nero. Ancora di più maturano identità molteplici e contrapposte, che si intrecciano e si scontrano nei più diversi settori. Un pregio di questo lavoro, infatti, è proprio mettere a nudo le contraddizioni nei più disparati ambiti: mondo accademico, giovani e scuola, politica ed economia, utilizzando abilmente fonti eterogenee, dai giornali alle grandi inchieste giornalistiche, dai documenti dell’Archivio Centrale dello Stato alle canzoni popolari.
La versatilità dell’A. e la sua attenzione a certi temi, però, rischiano di lasciare scoperto il lato più rigorosamente strutturale degli sviluppi dell’ultimo cinquantennio: le profonde trasformazioni industriali e di mercato e le articolazioni locali, nazionali e globali dell’economia capitalistica avanzata, sarebbero il terreno solido su cui edificare il pregevole lavoro qui proposto, in modo da permettere il delinearsi di un quadro più completo e definito.
Quando è uscito, il libro è stato oggetto di considerazione ma anche di critiche, rispetto a questa sua lettura della storia repubblicana dell’Italia. Certo, in alcune sue parti il giudizio si può moderare, soprattutto laddove sarebbe da discutere la reale capacità della politica (in senso generale) di intervenire strutturalmente a controllare e a dirigere i fenomeni socio-culturali nella moderna società di massa, ma resta valido nel suo assunto di fondo: più volte la mancanza di una classe dirigente che non ha saputo osare di più e che non ha rinunciato agli indugi ha determinato la mancanza, per così dire, di un salto di qualità della nostra democrazia nel senso di una gestione più consapevole della modernità e delle sue contraddizioni, specie in seno ai comportamenti privati ed individuali.

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SCHEDA 12
M. CALEGARI
La sega di Hitler
Selene edizioni, Milano, 2004

Questo libro, prima di tutto, è la storia di un incontro, tra l’autore ei protagonisti delle vicende raccontate. Sul filo della memoria nasce, dalle interviste raccolte con pazienza negli anni, la narrazione degli eventi che hanno coinvolto un gruppo di ragazzi di Bolzaneto (Genova) nei mesi della Resistenza. Scelte, strategie, casualità si sono intrecciate nella vita dei partigiani che componevano una piccola e agguerrita brigata, la “Balilla”, che si sono trovati nel vortice di una guerra crudele, rispetto alla quale non hanno potuto che affrontarla fino i fondo. Il pregio di questo lavoro sta nell’equilibrio sottile che si gioca appunto tra storia memoria, attraverso il quale mettere in luce temi storiografici importanti: cosa fu davvero la Resistenza, al di là dell’immagine retorica costituita dal mito popolo in armi? Quali furono le motivazioni che spinsero i ragazzi a salire in montagna? Che rapporti instauravano tra loro? Come hanno vissuto e metabolizzato, negli anni successivi, la violenza necessaria con cui hanno fatto i conti? Nei ricordi degli intervistati, emergono temi quali la voglia di libertà, la fuga dalla famiglia, il desiderio di avventura, all’interno di un orizzonte poco, e a volte per nulla, politicizzato. Un antifascismo intuitivo, “di pelle”, non certo una presa di posizione ideologica netta e sicura.
Andare in montagna è stata in primo luogo una scelta obbligata in risposta all’incertezza politico-istituzionale in cui l’armistizio aveva lasciato il paese: lì si sono ritrovate le persone più impensate, che stentavano a riconoscersi l’un l’altro. E nel cuore dell’esperienza, senza che a priori ci siano state motivazioni solide, si è formata la coscienza di quanto stava succedendo. Si sono imparate le parole della politica, i valori per cui si doveva combattere.
Il libro di Calegari apre una vasta serie di possibilità di riflessione, che demitizzano la Resistenza dandole però un volto più umano e reale. Piccole grandi storie riaffiorano nella memoria a mettere in luce processi complessi e anche contraddittori, come i due ragazzi che all’indomani dell’8 settembre si dividono: uno entra nei partigiani, l’altro nella Guardia Repubblicana, e alla sera, dopo il coprifuoco e fati i debiti segnali, si incontrano, passeggiano e discutono. L’uno figlio di famiglia operaia antifascista ma non militante, l’altro figlio di bottegai. A Bolzaneto i secondi, per status sociale, aderiscono alla Repubblica di Salò. Potrà non bastare alle grandi ricostruzioni storiche che cercano i risvolti etici, positivi o negativi, di quegli eventi ma è quanto è successo, e per comprenderlo bisogna necessariamente rivolgersi, con cura, ai protagonisti, si devono ricostruire tante microstorie che permettano di scendere tra gli eventi in profondità.


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Liceo scientifico statale Orazio Grassi