SCHEDA 1
Fabio CAFFARENA
Le terre matte e il caro paese. Epistolario di guerra dell’alpino
Emanuele Colosso (1915-1918)
Edizioni del Comune di Finale Ligure, 2001
Attraverso le quasi 300 lettere dell’alpino Emanuele Calosso,
l’A. mostra l’esperienza della Grande Guerra dal punto di
vista di un singolo individuo, partecipe di un evento che subisce prima
ancora di comprendere. Nell’ormai consolidato solco degli studi
sulla scrittura popolare della Prima guerra mondiale, egli connette
i piani del grande evento e del vissuto personale, restituendoci una
delle milioni di voci di individui coinvolti in quella guerra, senza
cadere però nel particolarismo, anzi rendendo le vicende e i
pensieri del soldato Calosso parte e rappresentazione del più
vasto dramma collettivo che lo coinvolge. La trascrizione delle lettere,
inoltre, ha il pregio di mettere un vasto, complesso e ricco epistolario
a disposizione di ricercatori, studenti o semplici appassionati che
vogliono “intessere” un dialogo nel tempo con un protagonista
della vicenda che segnò violentemente l’irruzione della
modernità nel mondo occidentale.
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SCHEDA 2
Sergio LUZZATTO
La strada per Addis Abeba. Lettere di un camionista dall’impero
(1936-1941)
Paravia/Scriptorium, Torino, 2000, Collana Fiori secchi.
Nell’Impero voluto e costruito dall’Italia fascista, ad
una figura è assegnato il compito di rappresentare il dinamismo
e l’epopea della conquista civile dell’Etiopia: è
il camionista, tutt’uno col suo camion, che accompagna lungo le
strade africane i sogni di grandezza del regime. A quest’immagine,
che ha anche influenzato in certa parte la storiografia sul colonialismo
italiano, si contrappone la dura realtà di chi ha vissuto tragicamente
quell’avventura, che l’A. rivela attraverso l’epistolario
di Nicola Gattari, appunto un camionista dell’Impero. Dal suo
punto di vista l’AOI non ha nulla di eroico né di attraente
(“in ogni dove la vita è bruttissima qui in Africa”),
ma è solo un’altra delle tante occasioni (era già
stato emigrante in America e in Francia) con cui egli tenta di cambiare
la propria vita e quella della sua famiglia. E’ un modo, quello
proposto dall’A. in questo volume, di approfondire l’esperienza
coloniale fascista oltre i facili luoghi comuni, e partendo proprio
da chi avrebbe dovuto -il popolo- trarre i maggiori benefici dall’impresa,
stando alla propaganda dell’epoca. Le lettere private permettono
così di osservare da “una prospettiva più angolata,
ma meno deformante di quella della retorica fascista” (p. 11)
una pagina importante della nostra storia recente, essendo rappresentazioni
individuali di percorsi collettivi e sentimenti diffusi.
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SCHEDA 3
Luigi MARRELLA
I quaderni del Duce
Barbieri Editori, Taranto, 1995
L’autore ha pazientemente recuperato, in tutta Italia, più
di 600 quaderni del periodo fascista, o immediatamente precedenti o
posteriori. Sulla base di questo vasto e vario campione, ha fornito
un’attenta analisi iconografica del materiale, non disdegnando,
però, di riportare anche alcuni contenuti (temi, dettati) dei
quaderni. Il testo è corredato da una ricca serie di immagini
a colori. L’idea che ha mosso questa operazione di raccolta e
studio è stata quella della centralità del quaderno scolastico
nell’insieme dei media fascisti dedicati all’educazione
delle masse, proprio in virtù della facilità di lettura,
da parte di scolari e famiglie, delle immagini che veicolavano i principi
e i valori del regime.
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SCHEDA 4
Sandro ANTONINI
Catene al pensiero e anelli ai polsi. Censura di guerra in Liguria (1940-1944)
De Ferrari editore, Genova, 1999.
Giuseppe PARDINI
Sotto l’inchiostro nero. Fascismo, guerra e censura postale in
Lucchesia (1940-1944)
M.I.R. edizioni, Montespertoli (FI), 2001.
Lo studio delle lettere censurate può essere utile, se trattato
senza eccessi e forzature interpretative, per sondare in profondità
gli umori, i pensieri, o semplicemente gli atteggiamenti della popolazione
e dei militari negli anni della guerra. Questi due testi, ricchi di
esempi e di larghe citazioni dalle lettere, offrono uno scenario composito
dell’opinione pubblica (se di opinione pubblica si può
parlare in un regime dittatoriale) di due zone ben delimitate geograficamente,
ma che ciononostante possono portarci a riflessioni di carattere più
generale. Quello che risulta è, nelle lettere di civili, una
generale disaffezione al fascismo, mano a mano che la guerra volge al
peggio, ma anche il continuare di svaghi (i balli e le feste) e il perdurare
di antiche tradizioni e usanze (preghiere, catene di S. Antonio, etc…),
il disegno di un’Italia largamente compresa nella zona grigia
di cui ha parlato Claudio Pavone, intenta a “sopravvivere”,
a non prendere posizione, a non compromettersi. Nelle lettere di militari,
invece, ad un iniziale entusiasmo, subentra rapidamente la disillusione
e la percezione di aver subito un raggiro: (stralcio di lettera dalla
relazione del marzo 1941) Quando torneremo in Italia faremo i conti
con quella gente che ci ha ingannati in quanto alla questione della
preparazione. Guai ai militari, quel giorno (Pardini, pag. 36).
Nelle frasi fatte che spesso si incontrano, c’è poi il
sedimentarsi di un senso comune che in tanti anni ha pervaso il paese
(l’antipolitica, il complotto delle altre nazioni, il Duce lasciato
solo, etc…), ma anche il fallimento di quel progetto totalitario
di costruzione dell’Italiano nuovo, che qui manifesta “malcontento”,
“notizie deprimenti”, “sentimento affettivo e religioso”,
come indicavano, tra i tanti temi, le relazioni inviate al Ministero
degli interni. Un’ultima considerazione sull’utilizzo delle
fonti epistolografiche per indagare il grado e il tipo di consenso degli
italiani durante il regime. E’ chiaro che esse sole non possono
dare una risposta definitiva, ma è indubbio che sono, specie
quelle censurate per non essere in sintonia con le direttive e le aspettative
ufficiali, indicatori importanti delle opinioni degli italiani, e di
ciò che loro premeva, e di quanto erano disposti a rischiare
per il destino dell’Italia fascista, nei tragici momenti della
guerra. Ecco cosa scrive un operaio, iscritto al Fascio dal 1926, alla
moglie sfollata a Lavagna: (27 gennaio 1943) […] Per me la considero
finita. Pensa per te e impara a maledire, a stramaledire quanto faccio
io quel porco di… e quei porci di uomini che ci distrussero la
vita. Maledico Iddio e stramaledico chi ha voluto la guerra. […]
(Antonini, pag. 97). Un piccolo esempio, che però la dice lunga
sull’Italia guerriera e cattolica che avrebbe dovuto forgiarsi
nei vent’anni di regime
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SCHEDA 5
Elena ZUBKOVA
Quando c’era Stalin. I russi dalla guerra al disgelo
Il Mulino, Bologna, 2003
L’autrice, ricercatrice dell’Istituto di storia russa dell’Accademia
delle scienze di Mosca, ricostruisce l’opinione pubblica e gli
umori della società sovietica tra il 1945 e il 1957, a cavallo
tra l’apice dello stalinismo e la destalinizzazione operata dal
XX Congresso del Pcus. Quel che si segnala come importante in questo
testo, oltre alla disponibilità di fonti tenute nascoste fino
al crollo del regime sovietico (relazioni al Comitato Centrale sull’opinione
pubblica, liste di domande poste dal pubblico alle conferenze politiche,
osservazioni dei cittadini durante le discussioni nelle riunioni delle
organizzazioni di partito o delle unità produttive), è
l’utilizzo delle lettere inviate al Comitato centrale del partito
tra il 1945 e il 1957, delle lettere indirizzate alla rivista “Novyi
mir” tra il 1953 e io 1957, e delle lettere intercettate dalla
divisione della censura militare dell’apparato statale di sicurezza
tra il 1945 e il 1946, come fonte privilegiata per ricostruire i comportamenti
di massa, la mentalità collettiva e gli atteggiamenti psicologici
della popolazione russa. Una conferma che le fonti epistolografiche,
debitamente interrogate, possono arricchire notevolmente i quadri interpretativi
che emergono dall’utilizzo delle fonti tradizionali.
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SCHEDA 6
Italia AMOROSI
L’Italiano a scuola in Basilicata nei primi anni dell’Unità
Consiglio regionale di Basilicata, Potenza, 2002
Questo testo è l’edizione di una tesi di laurea, e della
tesi conserva l’impostazione didascalica e una certa leggerezza
analitica, ma ha il pregio di affrontare una questione poco dibattuta,
ossia le competenze linguistiche scritte dei maestri all’indomani
dell’Unità, e soprattutto di farlo partendo dai loro stessi
scritti. In appendice, e accuratamente analizzati nel testo, l’autrice
riporta, infatti, 20 prove d’esame elaborate tra il 1864 e il
1865 da aspiranti maestri e maestre elementari della Basilicata, per
ottenere la patente d’insegnamento. In tal modo è possibile
annotarne le competenze linguistiche specifiche, le peculiarità
di genere nei modelli culturali di riferimento, i registri espressivi
utilizzati (colti, burocratici, letterari, etc…), le influenze
dell’oralità e del dialetto sulla lingua italiana.
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SCHEDA 7
Francesco IBBA
Storie di antifascismo e di emigrazione
Editrice Liberetà, Roma, 2001
L’autobiografia di Francesco Ibba si snoda a partire dal difficile
ritorno a casa, finita la Seconda guerra mondiale, attraverso le vicende
dei conflitti locali tra esponenti del vecchio sistema di potere fascista
e i rappresentanti dei nuovi partiti, fino all’emigrazione in
Belgio e alle attività sindacali in favore dei minatori. Quella
di Ibba è la storia di un impegno politico, svolto nelle fila
del Partito Sardo D’Azione (l’autore era amico di Emilio
Lussu) e del sindacato, e di una grande “disillusione”.
Attraverso la voce di una persona comune, con un minimo grado di scolarizzazione,
possiamo ricostruire le tensioni sociali che attraversavano la penisola
all’indomani del 25 aprile, specialmente in merito alla questione
della continuità tra lo stato fascista e quello repubblicano,
ma anche il tema dei reduci è presente, con il difficile inserimento
e la sensazione che i sacrifici compiuti, nei campi di prigionia o nelle
fila della Resistenza, possano risultare vani. Un approccio locale,
microstorico, che però ha il vantaggio di restituire reali pratiche
di scontro politico e sociale e di fornire il quadro particolare –
e personale, soggettivo – di eventi ormai ricostruiti su base
nazionale.
La storia di Francesco Ibba, così intrecciata con la Grande Storia
– guerra, emigrazione, politica – è un racconto a
volte aspro, altre disincantato, di quella che a prima vista sembra
una sconfitta (infatti è costretto ad emigrare nottetempo all’estero),
ma che alla fine si rivelerà una vittoria, nella misura in cui
sono stati uomini come Francesco, le loro lotte, le loro conquiste e
i loro fallimenti, ad edificare con fatica questa nostra democrazia,
che fa salva la libertà di tutti. Questa autobiografia è
un piccolo tassello, ma tanto più forte in quanto mostra le ragioni
e gli ideali di una scelta insieme individuale e collettiva, nella ricostruzione
dei momenti fondativi della Repubblica e della sua storia.
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SCHEDA 8
Quinto ANTONELLI
Guida agli archivi scolastici di Rovereto
Longo, Rovereto, 1997
Maria L. PERNA (a cura di)
Tra vecchie carte… esperienze didattiche negli archivi di scuole
torinesi
Consorzio di scuole per gli archivi scolastici, I.P.S.R.S.C.,
Itc Lea Q. Sella di Torino, s.d.
Maria T. SEGA (a cura di)
La scuola fa la storia. Gli archivi scolastici per la ricerca e la didattica
Nuova Dimensione, Portogruaro (VE), 2002.
Ormai, la necessità di fare storia della scuola sul territorio,
partendo da archivi scolastici e documentazione locale, nel senso di
una microstoria delle istituzioni e del costume educativo, è
un dato quasi del tutto acquisito. E sempre più evidente, anche
per le implicazioni in merito alla storia in generale, è l’importanza
di fonti quali i registri scolastici (in particolare le cronache degli
insegnanti) e i quaderni di scuola, come d’altra parte, l’utilizzo
didattico degli stessi materiali. I tre libri qui presentati, mostrano
tre esempi di questa nuova tendenza, in alcuni suoi aspetti particolari.
Il testo curato da Maria Teresa Sega consta di una parte generale di
metodo, per capire ed usare gli archivi scolastici e sul territorio
(con interventi sulla memoria della scuola, sugli archivi trentini e
su quelli comunali) per una storia della scuola che si integri con la
storia delle scuole (è questo il senso dell’intervento
di Ester De Fort) e di una parte analitica, che presenta alcune ricerche
specifiche, come, ad esempio, su scuola e lavoro a Venezia nei primi
del Novecento, oppure su scuola e fascismo in un liceo bolognese, sul
Convitto “Francesco Biancotto” di Venezia tra anni Quaranta
e Cinquanta o sul tema della soggettività dei bambini a scuola.
Analogo, ma con maggiori intenti didattici, è il volume curato
da Maria Luisa Perna, anch’esso composto da una parte generale
e da una specifica, con i risultati di percorsi didattici e di ricerca
compiuti nelle scuole elementari e medie (superiori e inferiori) di
Torino. Particolarmente interessante risulta la ricostruzione, a partire
dalle cronache degli insegnanti, della visita del maggio 1939 del Duce
a Torino, esempio di come il piano della scuola si intersechi proficuamente
con quello della storia del fascismo, giacché si ha il modo di
vedere all’opera una parte della “macchina del consenso”
attivata in quegli anni intorno alla figura di Mussolini.
Infine, il testo di Quinto Antonelli è un esempio meticoloso
del lavoro preliminare che è necessario compiere, cioè
il riordinamento e l’inventariazione degli archivi scolastici.
L’A., grazie anche all’esperienza di archivista maturata
all’Archivio della Scrittura Popolare di Trento, ha realizzato
uno strumento di base imprescindibile per chi voglia affrontare la storia
della scuola a Rovereto. E’ grazie a lavori locali di questo genere
(di cui si auspica un’intensificazione) che può partire
una feconda stagione di studi innovativi sulla storia della scuola e
dell’infanzia, che restituisca le dinamiche interne e dal basso
della scolarizzazione di massa.
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SCHEDA 9
Maurizio RIDOLFI (a cura di)
Almanacco della Repubblica. Storia d’Italia attraverso le tradizioni,
le istituzioni e le simbologie repubblicane
Bruno Mondatori, Milano, 2003
Attraverso il contributo di diversi studiosi, il volume affronta la
storia dell’Italia repubblicana a partire dalla dimensione simbolica,
culturale e rituale. Il percorso non può che iniziare, però,
dalle esperienze storiche delle repubbliche giacobine e di quelle seguite
ai moti del 1848, luoghi della memoria storica e politica, più
o meno direttamente frequentati, che sono alla base del moderno concetto
di Repubblica, che troviamo declinato poi nelle più diverse varianti:
Repubbliche partigiane e Repubblica di Salò, la Costituente,
la Repubblica vista dai monarchici, e così via. Il taglio scelto
dal curatore e adottato nei diversi contributi getta luce, quindi, sui
simboli e i luoghi metaforici che ruotano intorno al tema repubblicano:
dallo stemma ai Presidenti, dalle canzoni alle onorificenze repubblicane,
dal tricolore alla Festa del 2 giugno. Infine, ma non meno importanti,
alcuni contributi si concentrano sulle immagini della Repubblica passate
attraverso la televisione, il cinema e la scuola.
L’operazione curata da Ridolfi ha un taglio inevitabilmente pionieristico,
articolandosi nella direzione di studi poco frequentati nel nostro paese
(a differenza, per esempio, della Francia), specie per la storia più
recente, ma nonostante la difficoltà di muoversi in un territorio
poco conosciuto riesce a dare un quadro vasto dei temi e delle questioni
storiografiche di fondo. La memoria della repubblica, forse debole,
ha alle sue spalle un radicato fondamento nella tradizione democratica
risorgimentale, ma dimostra una certa debolezza nel suo “momento
pedagogico”. Ciò che emerge, infatti, come cifra dominante,
è la carenza di un progetto educativo, intorno ai valori democratici
e laici su cui si fonda la nostra Repubblica. Questa debolezza sembra
derivare dallo scarso investimento, a livello simbolico, fatto dallo
Stato sorto dopo il Referendum del giugno 1946. Nel timore di rinverdire
fasti nazionalistici deliranti, che il Ventennio fascista aveva largamente
elargito, il culto, la memoria e la tradizione della Repubblica ha scelto
la via del “basso profilo”, delegando ad altre forme di
appartenenza il ruolo di matrici identitarie forti, nel contesto di
un paese geograficamente e culturalmente frastagliato, diviso dalla
Guerra fredda e dominato da due culture politiche, quella cattolica
e quella comunista, a forte carattere universalistico e “oltre-nazionale”.
Considerare i miti e i simboli della Repubblica, quindi, può
portare ad una riflessione più vasta sulle identità politiche
e civili italiane, e può aiutare ad individuare i punti deboli
del rapporto tra cittadini e istituzioni che paiono caratterizzare maggiormente
il nostro paese.
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SCHEDA 10
G. CRAINZ
Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni
fra anni cinquanta e sessanta
Donzelli, Roma, 2001
La vicenda del “boom economico”, nella storia d’Italia,
è ormai abbastanza nota e frequentata. Quel che aggiunge l’A.,
però, è una particolare attenzione alle diverse culture
e identità che si articolano, si scontrano, si sovrappongono
in quelli che sono anni di profonda trasformazione economica ma soprattutto
sociale. La tesi di fondo, che sorregge tutto l’impianto documentario,
è che la gestione politica del mutamento (l’esperienza
del centro-sinistra) è arrivata in ritardo sul procedere di fenomeni
eterogenei e complessi, e che quindi la trasformazione dell’Italia
in una società di massa e dei consumi è avvenuto in maniera
anarchica e incontrollata, seguendo dinamiche spesso selvagge (non a
caso l’ultimo capitolo si intitola “Il riformismo perduto”).
Possiamo così vedere la situazione degli operai nelle fabbriche,
e l’emarginazione cui erano destinati i comunisti; l’impatto
violento tra gli immigrati del Sud e i cittadini delle grandi città
industriali del Nord; la nascita delle sottoculture giovanili, attraverso
la musica, il divertimento, il look, ma anche l’impegno politico
del giovane e combattivo nuovo proletariato che si andava formando nei
sempre più alienanti cicli produttivi che imponeva l’industria.
La narrazione storica, fatta con un occhio di riguardo anche al costume
e alla cultura, mette in luce la dialettica tra il movimento irrefrenabile
dei consumi e delle nuove identità e le soluzioni politiche adottate
(in ritardo) o non adottate, e il fondersi del nuovo con strutture e
mentalità tradizionali, il che ha dato vita ad un eccezionale
impasto di moderno e di vecchio, secondo forme più o meno schizofreniche
di adesione. In termini generali, questo aspetto è ben documentato
dal rapporto che la Chiesa e la democrazia cristiana, da un lato, e
il Partito comunista, dall’altro, hanno instaurato con la modernità.
Cauta accettazione e moderata diffidenza, per ragioni diverse su entrambi
i versanti, hanno finito per permettere che “nella costruzione
di identità il mercato e i media [entrassero] come attori prepotenti,
intervenendo in un terreno prima occupato solo, o prevalentemente, da
soggetti pubblici o istituzionali” (p. X). Di fronte a queste
nuove articolazioni di identità, all’A. interessa non tanto
una descrizione lineare di quei processi, quanto ripercorrerne le dinamiche
conflittuali all’interno di una schema che metta al centro la
riflessione sul mutamento e su quanto, in questo mutamento sia nuovo
e quanto invece si sia conservato o anche potenziato ulteriormente.
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SCHEDA 11
G. CRAINZ
Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta
Donzelli, Roma, 2003
In questo volume, l’A. sviluppa l’idea, già avanzata
nel suo precedente lavoro Storia del miracolo italiano, di “democrazia
congelata”, che egli veda all’opera negli anni della Guerra
fredda. Ne Il paese mancato, infatti, possiamo seguire la visione pessimistica
della nostra storia recente attraverso le occasione, via a via appunto
mancate, in cui il nostro paese avrebbe potuto consolidarsi intorno
ai valori laici e democratici (vedi Scheda 9) in un processo di sviluppo
che non fosse solo economico ma anche culturale e civile. Per comprendere
appieno questo frastagliato percorso, si deve partire dal libro dello
stesso A. citato all’inizio (vedi Sceda 10), in cui centrale è
il ritardo della politica nel comprendere e nell’elaborare strategie
di fronte al cambiamento che travolge la società a cavallo tra
anni cinquanta e Sessanta. Questa caratteristica, infatti, resta come
una costante nella storia dell’Italia repubblicana, a fronte dei
cambiamenti strutturali suggeriti dal 1968 o dal Referendum sul divorzio
del 1974, oppure delle tante crisi che hanno investito il nostro paese,
dal “Piano solo” agli anni bui del terrorismo rosso e nero.
Ancora di più maturano identità molteplici e contrapposte,
che si intrecciano e si scontrano nei più diversi settori. Un
pregio di questo lavoro, infatti, è proprio mettere a nudo le
contraddizioni nei più disparati ambiti: mondo accademico, giovani
e scuola, politica ed economia, utilizzando abilmente fonti eterogenee,
dai giornali alle grandi inchieste giornalistiche, dai documenti dell’Archivio
Centrale dello Stato alle canzoni popolari.
La versatilità dell’A. e la sua attenzione a certi temi,
però, rischiano di lasciare scoperto il lato più rigorosamente
strutturale degli sviluppi dell’ultimo cinquantennio: le profonde
trasformazioni industriali e di mercato e le articolazioni locali, nazionali
e globali dell’economia capitalistica avanzata, sarebbero il terreno
solido su cui edificare il pregevole lavoro qui proposto, in modo da
permettere il delinearsi di un quadro più completo e definito.
Quando è uscito, il libro è stato oggetto di considerazione
ma anche di critiche, rispetto a questa sua lettura della storia repubblicana
dell’Italia. Certo, in alcune sue parti il giudizio si può
moderare, soprattutto laddove sarebbe da discutere la reale capacità
della politica (in senso generale) di intervenire strutturalmente a
controllare e a dirigere i fenomeni socio-culturali nella moderna società
di massa, ma resta valido nel suo assunto di fondo: più volte
la mancanza di una classe dirigente che non ha saputo osare di più
e che non ha rinunciato agli indugi ha determinato la mancanza, per
così dire, di un salto di qualità della nostra democrazia
nel senso di una gestione più consapevole della modernità
e delle sue contraddizioni, specie in seno ai comportamenti privati
ed individuali.
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SCHEDA 12
M. CALEGARI
La sega di Hitler
Selene edizioni, Milano, 2004
Questo libro, prima di tutto, è la storia di un incontro, tra
l’autore ei protagonisti delle vicende raccontate. Sul filo della
memoria nasce, dalle interviste raccolte con pazienza negli anni, la
narrazione degli eventi che hanno coinvolto un gruppo di ragazzi di
Bolzaneto (Genova) nei mesi della Resistenza. Scelte, strategie, casualità
si sono intrecciate nella vita dei partigiani che componevano una piccola
e agguerrita brigata, la “Balilla”, che si sono trovati
nel vortice di una guerra crudele, rispetto alla quale non hanno potuto
che affrontarla fino i fondo. Il pregio di questo lavoro sta nell’equilibrio
sottile che si gioca appunto tra storia memoria, attraverso il quale
mettere in luce temi storiografici importanti: cosa fu davvero la Resistenza,
al di là dell’immagine retorica costituita dal mito popolo
in armi? Quali furono le motivazioni che spinsero i ragazzi a salire
in montagna? Che rapporti instauravano tra loro? Come hanno vissuto
e metabolizzato, negli anni successivi, la violenza necessaria con cui
hanno fatto i conti? Nei ricordi degli intervistati, emergono temi quali
la voglia di libertà, la fuga dalla famiglia, il desiderio di
avventura, all’interno di un orizzonte poco, e a volte per nulla,
politicizzato. Un antifascismo intuitivo, “di pelle”, non
certo una presa di posizione ideologica netta e sicura.
Andare in montagna è stata in primo luogo una scelta obbligata
in risposta all’incertezza politico-istituzionale in cui l’armistizio
aveva lasciato il paese: lì si sono ritrovate le persone più
impensate, che stentavano a riconoscersi l’un l’altro. E
nel cuore dell’esperienza, senza che a priori ci siano state motivazioni
solide, si è formata la coscienza di quanto stava succedendo.
Si sono imparate le parole della politica, i valori per cui si doveva
combattere.
Il libro di Calegari apre una vasta serie di possibilità di riflessione,
che demitizzano la Resistenza dandole però un volto più
umano e reale. Piccole grandi storie riaffiorano nella memoria a mettere
in luce processi complessi e anche contraddittori, come i due ragazzi
che all’indomani dell’8 settembre si dividono: uno entra
nei partigiani, l’altro nella Guardia Repubblicana, e alla sera,
dopo il coprifuoco e fati i debiti segnali, si incontrano, passeggiano
e discutono. L’uno figlio di famiglia operaia antifascista ma
non militante, l’altro figlio di bottegai. A Bolzaneto i secondi,
per status sociale, aderiscono alla Repubblica di Salò. Potrà
non bastare alle grandi ricostruzioni storiche che cercano i risvolti
etici, positivi o negativi, di quegli eventi ma è quanto è
successo, e per comprenderlo bisogna necessariamente rivolgersi, con
cura, ai protagonisti, si devono ricostruire tante microstorie che permettano
di scendere tra gli eventi in profondità.
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