Liceo scientifico statale Orazio Grassi

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Giornata della memoria 27 gennaio 2006

L’UNIVERSO CONCENTRAZIONARIO. UN ALFABETO
(a cura degli studenti del Liceo scientifico statale “Orazio Grassi” di Savona. Coordinamento: prof. Angelo Maneschi)

AGUZZINI












AGUZZINI
[…] Gli SS non erano dei superuomini, ma degli squallidi personaggi che evitavano i rischi della prima linea al fronte di guerra, pagando tale salvagente con un devastante mestiere sanguinario. Erano individui insensibili e corrotti, ai quali il nazismo, con un lungo training, aveva annullato nella psiche gli istinti morali. La guarnigione SS di sorveglianza ai Campi di Auschwitz I, Auschwitz II-Birkenau, Auschwitz III-Monowitz e sotto-Campi dipendenti contava circa tremila unità maschili, più una quantità modesta di personale femminile per il FKL (il Campo femminile). Le loro funzioni erano varie: dalla scorta agli Aussenkommandos (squadre al lavoro fuori dal Campo) al presidio sulla Rampa, dalla sicurezza in generale al Kanada, ai Forni Crematori, alle garitte, al territorio immediatamente circostante. I loro alloggiamenti erano delle baracche di legno luminose e confortevoli, con camerette piuttosto spartane (le ho viste quando per due giorni sono stato distaccato a far pulizia!). Gli ufficiali abitavano, invece, in case e ville requisite alla popolazione locale. La palazzina di due piani della Kommandantur di Birkenau, nella stessa area delle baracche, era vis à vis della Lagerstrasse B. Gli SS, fuori dagli orari di servizio, trascorrevano il tempo libero nei locali delle loro baracche, oppure nei pressi della Stazione di Auschwitz dove era organizzato per loro un luogo di ritrovo con musica e prostitute. Per lo sport disponevano nel Lager di un campo da football, uno di pallavolo e di una piscina. Nei mesi estivi andavano a nuotare anche nella vicina Sola, affluente della Vistola. Per noi gli SS erano senza volto, poiché non avevamo nessuna opportunità di scambiare neppure un semplice sguardo con loro. Il nostro riferimento erano le loro uniformi e i loro gradi. I loro cani dobermann erano minacciosi, arcigni. Erano stati istruiti a saltarci addosso e a strapparci i genitali, per poi leccare il sangue del prigioniero stramazzato al suolo, che moriva con urla disperate. (Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz)
[...] Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri "aguzzini". Il termine allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori, e completata poi dal Drill delle SS. A questa milizia parecchi avevano aderito per il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza, o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari. Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti, chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio. Sia ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore, erano tutti, ma dev’essere altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le "belle parole" del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)



APPELLO
Girai tutto attorno alla baracca. Cercai il posto dove, di solito, mi mettevo per lo Zahlappell, la conta del mattino e della sera, quel famigerato “appello” che era, appunto, una delle forme della sofferenza quotidiana, perché si trattava di stare, almeno un’ora, in piedi; che piovesse o nevicasse non faceva nessuna differenza. Se c’era una punizione, l’appello poteva durare (successe ad Auschwitz) dodici, ventiquattr’ore: chi sveniva rimaneva per terra, nessuno poteva toccarlo. Prima ci contava il Kapo (o la Kapo) della baracca; poi veniva la SS e di nuovo rifaceva il conto. (Liana Millu, deportata ad Auschwitz)
La paura dell’Appell è bestiale. L’SS l’hanno elaborato e pianificato minuziosamente, sistematicamente: nei primi anni dell’esistenza del campo ha prodotto decine di morti.Se un Haftling ha per caso lo sguardo rivolto altrove quando l’Unterschaufuhrer (il caporal maggiore) gli passa accanto, viene fucilato all’istante. Se una delle file non è perfettamente allineata, li fanno uscire tutti e cinque e li ammazzano uno per uno. Nessuno si muove. Nessuno batte ciglio. Non respirano nemmeno quelli davanti ai quali sfila l’SS. Sui trenta piazzali del Lager E e su quelli dei vicini A,B,C,D,F, 100-150.000 prigionieri affamati, abbrutiti dalla sete, le ferite sanguinanti per le bastonate, stanno irrigiditi sull’attenti. Un solo pensiero assilla ognuno: “Che le forze non mi abbandonino!che io non svenga proprio ora!” (Olivier Lustig, deportato ad Auschwitz)
In mezzo al Lager è la piazza dell’Appello, vastissima[…]Di fronte alla piazza dell’Appello c’è un’aiuola dall’erba accuratamente rasata, dove si montano le forche quando occorre. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


ARRIVO
Si vedevano, da entrambi i lati del binario, file di lumi bianchi e rossi, a perdita d'occhio; ma nulla di quel rumorio confuso che denunzia di lontano i luoghi abitati. Alla luce misera dell'ultima candela, spento il ritmo delle rotaie, spento ogni suono umano, attendemmo che qualcosa avvenisse.Accanto a me, serrata come me fra corpo e corpo, era stata per tutto il viaggio una donna. Ci conoscevamo da molti anni, e la sventura ci aveva colti insieme, ma poco sapevamo l'uno dell'altro. Ci dicemmo allora, nell'ora della decisione, cose che non si dicono fra i vivi. Ci salutammo, e fu breve; ciascuno salutò nell'altro la vita. Non avevamo più paura.Venne a un tratto lo scioglimento. La portiera fu aperta con fragore, il buio echeggiò di ordini stranieri, e di quei barbarici latrati dei tedeschi quando comandano, che sembrano dar vento a una rabbia vecchia di secoli. Ci apparve una vasta banchina illuminata da riflettori. Poco oltre, una fila di autocarri. Poi tutto tacque di nuovo. Qualcuno tradusse: bisognava scendere coi bagagli, e depositare questi lungo il treno. In un momento la banchina fu brulicante di ombre: ma avevamo paura di rompere quel silenzio, tutti si affaccendavano intorno ai bagagli, si cercavano, si chiamavano l'un l’altro, ma timidamente, a mezza voce. .(Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


[…] c’è quel rumore osceno e assordante degli assassini intorno a noi, quando arrivati a quella stazione preparata per noi, dai nostri assassini, già da anni, Birkenau – Auschwitz: la porta si apri e con grande violenza fummo tirati fuori tutti. C’era una folla immensa: scendevamo dai vagoni, smarriti, non sapevamo cosa fare, perché c’erano le SS con i loro cani, i prigionieri adibiti a dividerci, ad ammucchiare i nostri bagagli; le SS con i loro occhi gelidi e i loro sorrisini ( straordinari i loro sorrisini), avevano un ghigno con il quale ci dicevano: «State calmi, calmi, adesso vi dobbiamo solo registrare e poi le famiglie saranno riunite». Le donne con i bambini da una parte, e gli uomini dall’altra. Lasciai per sempre la mano di mio padre e non lo rividi mai più, e fui messa in fila con le altre donne. […] Ci guardavamo intorno, noi ragazze scese da quel treno dove ancora qualcuno ci chiamava amore, tesoro, guardavamo quel posto con muri grigiastri, fili spinati elettrizzati e ci chiedevamo ma dove siamo, quale posto è, stiamo sognando, è un incubo da cui ci sveglieremo non è possibile. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
[...] Terminata la selezione, divisero uomini e donne e ci fecero entrare in due baracche diverse. Qui avvenne la nostra orrenda metamorfosi. Il nostro processo di spersonalizzazione iniziava da quella baracca.
Costrette a spogliarci completamente nude, davanti ad alcune SS e alle guardine armate di bastoni, donne dal viso cattivo e prive di qualsiasi sentimento, fummo fatte poi sdraiare su dei lettini, come quelli in dotazione ai medici, e fummo completamente rasate in tutte le parti del corpo.
A questa mansione, erano addetti alcuni detenuti in camice bianco, che fungevano da barbieri. Da quegli uomini non udimmo neanche una parola, ma dal loro silenzio intuimmo che "dovevano" farlo. In un ultimo tentativo di difendermi da tanta violenza fisica e morale, serrai le gambe, cercando di coprirmi il seno con le braccia. Un nazista mi colpì con la canna del fucile e brutalmente gridò: "Spalanca le gambe e fatti rasare!"
In quel momento persi tutta la mia dignità e il mio pudore.
Le guardiane di fronte a noi ci schernivano ridendo e brandendo il bastone, per accrescere la nostra paura… ma, ormai, non era più necessario.
Uguali nell’aspetto le une alle altre, già fiaccate nello spirito, eravamo inermi davanti ai nostri aguzzini che ridevano del nostro pudore, ci schernivano per l’aspetto, ci mortificavano nella nostra femminilità.
Eravamo ebrei, esseri immondi da eliminare: questa la ferrea logica del Reich.
I nostri indumenti furono accatastati su carrelli nel corridoio, mentre noi, costrette a passare in una grande sala attigua, fummo sottoposte a una doccia di gruppo: eravamo circa in trecento, pressate come le sardine.
Durante la doccia, sentivo i corpi delle mie compagne soffocare il mio e il contatto con quella pelle umida ed estranea, spingeva alla difesa il mio organismo ancora non abituato a quella vita disumana.
Più tentavo di evitare quel contatto e più mi sembrava di rimanerne intrappolata. Mi sentivo impazzire.
Possibile che fosse tutto vero? Possibile che stesse accadendo a me? Ci furono attimi in cui la mente si isolò dal corpo e non riuscì a riconoscersi in quella grottesca figura, quale, ormai, era la mia.
Asciugate con enormi ventole che emanavano aria calda, fummo successivamente rivestite con stracci, senza biancheria, e con zoccoli disuguali. In seguito, avremmo imparato che il camminare con questi zoccoli di misura diversa, oltre a rappresentare una notevole difficoltà, avrebbe contribuito a rendere più tragica la vita, già tanto precaria, del lager.
(Elisa Springer, deportata ad Auschwitz)


AUFSEHERIN
Avevo sempre visto l’uomo come carnefice. Nella mia testa erano gli uomini quelli che esercitavano violenza. Invece nel lager femminile di Birkenau, dove erano rinchiuse sessantamila donne, c’erano tutte le gerarchie femminili. Per me è stato terribile rendermi conto che le peggiori efferatezze venivano compiute da donne su altre donne. Le Aufseherin, le sorveglianti, erano donne SS. Ce n’erano di giovani, belle, curatissime nella persona, e di non giovani e non belle; ce n’erano alcune decisamente odiose anche di aspetto, dalle quali ti aspettavi il gesto cattivo, il calcio degli stivali neri lucidissimi che avevano un rinforzo di ferro sotto la punta. Ma non ti aspettavi la stessa durezza, la stessa crudeltà da parte di quelle belle, perché ti sembrava che la bellezza già dovesse appagarle. E invece erano implacabili. Le ho viste compiere atti di soverchieria, di prepotenza inaudita anche nei confronti di prigionieri uomini che non potevano certo difendersi. Le ho viste frustare senza pietà. E avevano mille occhi[…]Sopra le divise avevano delle mantelle che le facevano assomigliare ad uccelli del malaugurio[…]Venivamo trattate con una violenza infinita. Ho preso tanti schiaffi e pugni senza neanche sapere perché. Passavi e ti tiravano un ceffone da voltarti la faccia. Con quella debolezza, poi… E per niente. Erano cattiverie pure, gratuite. D’un tratto, queste Aufseherin così tremende con le prigioniere, davanti ai maschi SS si trasformavano in femmine sorridenti, che sbattevano le ciglia. Si davano appuntamento con loro, avevano le loro sale dove incontrarsi. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)


BAMBINI
Ho visto un bambino al Revier, uno zingaro. Aveva forse tre anni e lo avevano ricoverato insieme con un trasporto intero di zingare per una forma rara di tifo. Le forme rare di qualsiasi malattia erano studiate e prese in considerazione. Durante la convalescenza veniva al centro della camera, tutto nudo, con una collana di medagliette al collo e cantava e ballava per noi, poi stendeva la manina bruna e chiedeva qualcosa: aveva fame. Aveva il viso dolce e gli occhi quasi spenti. Stava perdendo la vista, come tutte le donne del suo trasporto.
Ho conosciuto un bambino al blocco 24, biondo, con la testa rapata e con un vestito che gli cadeva addosso. Aveva forse quattro anni, non parlava e non capiva nessuna lingua. Era un bambino che non aveva nome, e come noi portava un numero e un triangolo rosso – politico – sul petto. Non l'ho mai visto piangere e non l'ho mai sentito lamentarsi. Veniva all'appello e poi correva a nascondersi in blocco. Di notte si accucciava in un letto e cercava posto fra le braccia di qualcuno di noi. L'ho visto per una quindicina di giorni, poi è scomparso.(Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbruck)
Nel lavatoio un bambino nudo di due anni se ne va in giro con un grosso bastone. Ha l’aria tutta soddisfatta, perché finalmente è riuscito a procurarsi qualcosa con cui giocare. Un uomo dice a mia madre: - non è uno strazio che venga ammazzato anche un bambino così?. (Ruth Kluger, deportata ad Auschwitz)


Là, allora, c’era una sola parola ad avere un significato astratto, un’unica parola che indicava una cosa che non si poteva vedere, né sentire: Kind, Kinder (bambino, bambini). Perché a Birkenau non c’erano bambini. Nel 1944, quando sono arrivato, a Birkenau, dalla rampa d’arrivo che era a meno di 100 metri dai vari campi , tutti i bambini fino a 14 anni venivano portati direttamente alla camera a gas. Non ne lasciavano in vita nemmeno uno[…] Là, a quel tempo… era il 9 giugno 1944 quando ho visto un bambino per l’ultima volta, sulla rampa d’arrivo…In quella lunga colonna senza fine che si dirigeva a stento verso la camera a gas, c’erano neonati attaccati al seno della madre o che dormivano fra le sue braccia, bimbi che imploravano acqua, bimbi che piangevano per il giocattolo perduto nella calca, bimbi con lo sguardo immerso in quello disperato delle loro mamme, Kinder, bambini che andavano a morire[…] A Birkenau i bambini non restavano vivi, perché die Kinder sono il futuro di un popolo, mentre per i nazisti gli ebrei non dovevano avere un futuro. (Olivier Lustig, deportato ad Auschwitz)


BEETHOVEN
Riflettevo così quando sentii il suono di un violino. Il suono di un violino nell’oscura baracca dove dei morti si ammucchiavano sui vivi. Chi era quel pazzo che suonava il violino qui, sull’orlo della propria tomba? O era solo un’allucinazione?Doveva essere Juliek.Suonava un frammento di un concerto di Beethoven. Non avevo mai ascoltato suoni così puri. In un tale silenzio.Com’era riuscito a svincolarsi, a estrarsi di sotto al mio corpo senza che io lo sentissi?L’oscurità era totale. Sentivo soltanto quel violino ed era come se l’anima di Juliek gli servisse da archetto. Suonava la sua vita. Tutta la sua vita scivolava sulle corde. Le sue speranze perdute, il suo passato bruciato, il suo avvenire spento. Suonava quello che non avrebbe mai più suonato.Non potrò mai scordare Juliek. Come potrei scordare quel concerto dato per un pubblico di agonizzanti e di morti! Ancora oggi, quando sento suonare Beethoven, i miei occhi si chiudono e, dall’oscurità, sorge il volto pallido e triste del mio compagno polacco che dava l’addio col suo violino a un uditorio di moribondi.Non so per quanto suonò. Il sonno mi vinse, e quando mi svegliai, sul fare del giorno, vidi Juliek di fronte a me ripiegato su se stesso, morto. Accanto a lui giaceva il violino, pestato, schiacciato, piccolo cadavere insolito e sconvolgente.(Elie Wiesel, deportato ad Auschwitz)


BERRETTO
Dormiamo uno a fianco all'altro, così fitti che se uno si gira su un fianco si deve girare tutta la fila, con un effetto domino da una parte e dall'altra. Non abbiamo uno spazzolino da denti, non abbiamo un cucchiaio. Però abbiamo un cappello. Ci cominciano a dare una zuppa. Ogni gamella è riempita di zuppa per due persone. Non siamo più soltanto Italiani, con noi ci sono Croati, Serbi, Cecoslovacchi, Russi, di tutta Europa in senso allargato. Quindi tra di noi ci sono enormi difficoltà di lingua. Non abbiamo un cucchiaio e siamo in due a prendere la zuppa. In qualche modo ci intendiamo. La prendiamo a sorsi, come mangia un maiale: un sorso io e un sorso te. Però abbiamo il berretto. La storia della zuppa va avanti per tutti i giorni che rimaniamo lì e parallelamente si sviluppa una sorta di educazione mutuando il linguaggio militare. Veniamo inquadrati fuori dalla baracca alla mattina e al pomeriggio. Noi nudi in fila con il nostro berretto. E per ore il comando è Mützen ab, Mützen auf. Mützen ab, Mützen auf. Su il berretto, giù il berretto.(Gianfranco Maris, deportato a Mauthausen)
La paura era continua […]se nella galleria ci si scontrava con una SS, quando s’arrivava proprio a pari, al millimetro, noi ci si doveva levare il berretto, loro dicevano Mutze, come saluto alle SS: se lo faceva un pochino prima o un pochino dopo non gli diceva niente, solo guardava e prendeva il numero […] Era un incubo continuo (Gherardo Del Nista, deportato KZ Dora Mittelbau)


BIRKENAU/BUCHENWALD
Che i tedeschi volessero sarcasticamente deturpare il romanticismo tedesco, quando diedero ai Lager i loro nomi così graziosi? Oppure Buchenwald (“bosco di faggi”) e
Birkenau (“campo delle betulle”) furono le trovate spontanee del pensiero kitsch, intento ad occultare e minimizzare?Chi fosse ignaro di tutto, infatti, potrebbe canticchiare fra sé, come un sonnambulo, “Birkenau e Buchenwald” su una melodia popolare, e fargli far rima con versi dal facile riferimento alla natura. (Ruth Kluger, deportata ad Auschwitz)


CANI
Il campo era immenso, con tanti cani dobermann a addestrati a tirare slitte con rotelle e slitte porta ordini. Ci mandavano a fare la pulizia dei canili e a dargli da mangiare. Lo facevamo quando i cani non c’erano, perché non conoscevano altro che la divisa. Se ci fosse andato il padrone senza divisa avrebbe sbranato anche lui. Noi mettevamo nelle ciotole la carne secca. Li mantenevano bene i cani. Allora noi aspettavamo che non ci fossero ufficiali in giro, andavamo alla baracca dei cani e portavamo via le gallette e gli altri cibi che gli davano in pasto. Però poi si erano fatte furbe queste bestie, se ne erano accorte e facevano un buco in terra, poi rovesciavano la ciotola e ci si sedevano sopra, senza muoversi di lì (Luigi Isola, deportato ad Auschwitz, Mathausen, Orianenburg)



CAMERA A GAS
Le persone, mentre si avvicinavano al crematorio, vedevano tutto… quella violenza terribile, il terreno interamente circondato da SS in armi, i cani che abbaiavano, le mitragliatrici.Tutti sospettavano… soprattutto gli ebrei polacchi. Erano certo animati da neri presentimenti…
Ma nessuno di loro, nei suoi incubi peggiori, avrebbe potuto immaginare che fra tre o quattro ore sarebbe stato ridotto in cenere. […] Con cinque o sei cassette di gas uccidevano duemilapersone.
Gli “addetti alla disinfezione”arrivavano in un veicolo segnato da una croce rossa e scortavano le colonne per far loro credere che li accompagnavano al bagno.
Ma in realtà la croce rossa non era che finzione; essa mascherava le cassette di Zyklon e i martelli per aprirle.La morte per il gas durava da dieci a quindici minuti.Il momento più terribile era l’apertura della camera a gas,quella visione intollerabile:le persone, schiacciate come basalto, blocchi compatti di pietra.Come crollavano fuori dalle camere a gas!
L’ho visto parecchie volte.Ed era la cosa più penosa di tutte. A questa non ci si abituava mai. Era impossibile. Bisognava immaginare: il gas,quando cominciava ad agire,si propagava dal basso in alto.
E nella lotta spaventosa che allora si scatenava - perché era una lotta –nelle camere a gas toglievano la luce, era buio, non ci si vedeva, e i più forti volevano sempre salire, salire più in alto. Certamente sentivano che più si saliva meno mancava l’aria,meglio si poteva respirare.Si scatenava una battaglia.E nello stesso tempo quasi tutti si precipitavano verso la porta.Era un fatto psicologico, la porta era lì…ci si avventavano, come per forzarla.
Irreprimibile istinto. In quella lotta contro la morte.il padre non sapeva più che suo figlio era lì, sotto di lui.Quando si aprivano le porte, cadevano…cadevano come un blocco di pietra…
una valanga di grossi blocchi che cadono da un camion. E dove era stato versato il Zyklon, era vuoto. Nel posto dei cristalli non c’era nessuno.
Sì. Tutto uno spazio vuoto.
Evidentemente le vittime sentivano che in quel punto il Zyklon agiva di più.
Le persone erano… erano ferite, perché nel buio avveniva una mischia,
si dibattevano, lottavano. Sporchi, insozzati, sanguinanti dalle orecchie, dal naso. Certe volte si notava pure che quelli che giacevano al suolo erano, a causa della pressione degli altri, totalmente irriconoscibili…certi bambini avevano il cranio fracassato…
Vomito, sangue. Dalle orecchie, dal naso… anche sangue mestruale forse, no, non forse, certamente.
C’era di tutto in quella lotta per la vita… quella lotta di morte. Era atroce da vedere. Ed era la cosa più difficile (Filip Müller, superstite delle cinque liquidazioni del “Sonderkommando” di Auschwitz )



CAMINO
Nel mio ricordo Auschwitz è soprattutto il camino. Non so quando, ma a un certo punto sapevo di essere in quel posto chiamato Auschwitz e per me quel nome si legava alla ciminiera. Qualcuno, non ricordo chi, dovette dirmi qualche cosa. Sta di fatto che io sapevo che lì dentro si inceneriva la gente. Uscivano anche fiamme, non solo fumo grigio. Vampate di fiamme, da cui pioveva come una nebbiolina grigia che si posava dappertutto. E si sentiva sempre quell’odore, io non capivo che cosa fosse. Dopo ho saputo che era carne bruciata. (Tatiana Bucci, deportata ad Auschwitz)
Nel campo giravano molte voci sui crematori e noi ci immaginavamo qualcosa di terribile, ma quell’edificio che si vedeva oltre la recinzione del filo spinato assomigliava alle docce, o alle cucine del Lager, solo un po’ più allungato, con un alto camino centrale. Ne siamo rimaste profondamente atterrite. E’ da allora che ha incominciato a impavesare su di noi l’immagine del crematorio[…] Il crematorio è stata la nostra ossessione per tutto il periodo che abbiamo passato nel Lager. Da un momento all’altro si poteva essere e mandate lì dentro.Una volta- ero già tornata da tanti anni- stavo andando a scuola a insegnare e, alla periferia di Torino, mi sono trovata di fronte a un camino. Mi sono dovuta appoggiare a un muro perché ero sul punto di svenire. (Giuliana Tedeschi, deportata ad Auschwitz)
Due uomini litigano davanti alla baracca. - Cosa gridi tanto?- dice uno- Non prendertela, il camino è acceso per te come per me. (Ruth Kluger, deportata ad Auschwitz)


CENERI
Le ceneri umani provenienti dai crematori, tonnellate al giorno, erano facilmente riconoscibili come tali, poiché contenevano spesso denti o vertebre. Ciò non ostante, furono usate per vari scopi: per colmare terreni paludosi, come isolante termico nelle intercapedini di costruzioni in legno, come fertilizzante fosfatico; segnatamente, furono impiegate invece della ghiaia per rivestire i sentieri del villaggio delle SS, situato al campo. Non saprei dire se per pura callosità, o se non invece perché, per la sua origine, quello era materiale da calpestare. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


CASA
Sono riuscito ad arrivare al punto che, mentre le mie mani erano affaccendate con la pala o la zappa – con movimenti dosati con parsimonia e sempre limitati allo strettissimo indispensabile- io ero come assente[…]la mia occupazione preferita consisteva nell’immaginarmi e ripetermi continuamente un’intera giornata a casa, senza lacune, se possibile dal mattino fino alla sera e di farlo limitandomi comunque a fatti modesti. Perché mi sarebbe costata troppa fatica immaginare una giornata eccezionale, magari addirittura la giornata ideale- e così immaginavo semplicemente una giornata brutta, la sveglia al mattino presto, la scuola, l’imbarazzo, il pranzo cattivo, e qui nel campo di concentramento realizzavo tutte le innumerevoli opportunità che non avevo saputo cogliere, che avevo rifiutato o magari nemmeno notato, e le realizzavo, oserei dire, il più compiutamente possibile.Ne avevo già sentito parlare e adesso potevo testimoniarlo io stesso: davvero, neppure i muri opprimenti di una prigione possono frenare il volo dell’immaginazione. Il problema era soltanto questo: se mi spingevo fino a dimenticare persino le mani, allora la realtà ben presto tornava a imporsi con grande vigore e determinazione perché, malgrado tutto, qui continuava a esistere. (Imre Kertesz, deportato ad Auschwitz e Buchenwald)


COLORI
Quando mi trovavo nel Lager non esisteva più alcun colore: vedevo solo blu e grigio, ovvero il colore delle nostre divise. Anche il cielo era sempre cupo… il fumo del crematorio lo oscurava. Durante i 17 mesi in cui fui prigioniera a Ravensbruck non riuscii mai a vedere il cielo blu, anche se il tempo era bello. (Anja Lundholm, deportata a Ravensbruck)



CORPO
Nelle stupide fiabe della mia infanzia, compariva spesso “il garzone girovago” oppure il “povero ragazzo” che per potere chiedere la mano della principessa va a servizio dal re, e questo tanto più volentieri, perché deve farlo solo per sette giorni.”Ma sette giorni da me sono sette anni!”gli dice il re; ebbene io potrei dire lo stesso del campo di concentramento. Per esempio non avrei mai creduto di potermi trasformare tanto in fretta in un vecchio raggrinzito. A casa ci vuole del tempo, almeno cinquanta, sessant’anni: qui tre mesi erano bastati perché il mio corpo mi piantasse in asso.Posso dire che non c’è niente di più increscioso, niente di più avvilente, che constatare giorno dopo giorno, mettere in conto giorno dopo giorno che un altro pezzo di noi è deperito. A casa, anche se non ci avevo prestato particolare attenzione, vivevo più o meno in armonia con il mio organismo, questa macchina, per chiamarla così, mi piaceva. Ricordavo una domenica pomeriggio, quando nella penombra della stanza leggevo un romanzo avvincente e intanto, piacevolmente distratto, mi accarezzavo con la mano la pelle elastica e liscia e la peluria dorata che si stendeva sopra i muscoli delle mie cosce abbronzate. Quella stessa pelle pendeva adesso pendeva floscia e grinzosa, era gialla e avvizzita, coperta da ogni sorta di piaghe, aloni marroni, lesioni e screpolature, rughe e squame che, soprattutto fra le dita, procuravano un prurito fastidioso. “Scabbia”, constatò Bandi Citrom quando gliele mostrai e annuì come uno che se ne intende. Io non potevo fare altro che stupirmi per la rapidità, per il ritmo forsennato con cui lo stato coprente, l’elasticità, la carne abbandonavano le mie ossa, si scioglievano, marcivano fino a scomparire del tutto. Ogni giorno venivo sorpeso da qualcosa di nuovo, da un nuovo difetto, da una nuova oscenità che colpivano questo oggetto sempre più strano, sempre più estraneo, che pure era stato un buon amico: il mio corpo. (Imre Kertesz, deportato ad Auschwitz e Buchenwald)


CUCCETTA
Non so chi sia il mio vicino; non sono neppure sicuro che sia sempre la stessa persona, perché non l'ho mai visto in viso se non per qualche attimo nel tumulto della sveglia, in modo che molto meglio del suo viso conosco il suo dorso e i suoi piedi. Non lavora nel mio Kommando e viene in cuccetta solo al momento del silenzio; si avvoltola nella coperta, mi spinge da parte con un colpo delle anche ossute, mi volge il dorso e comincia subito a russare. Schiena contro schiena, io mi adopero per conquistarmi una superficie ragionevole di pagliericcio; esercito colle reni una pressione progressiva contro le sue reni, poi mi rigiro e provo a spingere colle ginocchia, gli prendo le caviglie e cerco di sistemarle un po' più in là in modo da non avere i suoi piedi accanto al viso: ma tutto è inutile, è molto più pesante di me e sembra pietrificato dal sonno.Allora io mi adatto a giacere così, costretto all'immobilità, per metà sulla sponda di legno. Tuttavia sono così stanco e stordito che in breve scivolo anch'io nel sonno, e mi pare di dormire sui binari del treno. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


 


DANTE
[…]Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest'ora già non è' più un'ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto [… ] Chi è Dante. Che cosa è la Commedia: Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l'Inferno, cosa è il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice è la Teologia. Jean è attentissimo, ed io comincio, lento e accurato:
Lo maggior corno della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando,
Pur come quella cui vento affatica.
Indi, la. cima in qua e in là menando
Come fosse la lingua che parlasse
Mise fuori la voce, e disse: Quando...
Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l'esperienza pare prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere "antica". E dopo "Quando"? Il nulla. Un buco nella memoria. "Prima che sì Enea la nominasse". Altro buco. Viene a galla qualche frammento non utilizzabile: "…la pietà Del vecchio padre, ne 'I debito amore Che doveva Penelope far lieta…" sarà poi esatto?
…Ma misi me per l'alto mare aperto.
Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché "misi me" non è "je me mis", è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuoi dire, è quando l'orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c'è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.
Siamo arrivati al Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci dev'essere I'ingegner Levi. Eccolo, si vede solo la testa fuori della trincea. Mi fa un cenno colla mano, è un uomo in gamba, non l'ho mai visto giù di morale, non parla mai di mangiare.
"Mare aperto". "Mare aperto". So che rima con "diserto": "...quella compagna Picciola, dalla qual non fui diserto", ma non rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle colonne d'Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi:
…Acciò che I'uom più oltre non si metta.
"Si metta": dovevo venire in Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima, "e misi me". Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia un'osservazione importante. Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino. Ho fretta, una fretta furibonda. Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca:
Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.
Come se anch'io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono. Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.(Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


 

DIO
Le tre vittime montarono insieme sugli sgabelli.
I tre colli furono infilati nei cappi allo stesso momento.
“Viva la libertà!” gridarono i due adulti.
Ma il ragazzo rimase in silenzio.
“Dov’è Dio? Dov’è?” chiese qualcuno dietro di me.
Ad un segno del comandante del campo, i tre sgabelli rotolarono…
Cominciò la marcia dinanzi alle forche. I due grandi non vivevano più. Le lingue cianotiche penzolavano gonfie. Ma la terza corda si muoveva ancora; così leggero, il ragazzo era ancora vivo…
Stette là per più di mezz’ora, lottando tra la vita e la morte, morendo d’una lenta agonia sotto i nostri occhi. E lo dovemmo guardare bene in faccia. Era ancora vivo quando io passai. La lingua ancora rossa, gli occhi non ancora vitrei. Dietro di me, udii lo stesso di prima domandare:
“Dov’è Dio adesso?”
E udii una voce dentro di me rispondergli:
“Dov’è? Eccolo lì – appeso a quella forca…”
Quella notte la zuppa sapeva di morto.(Elie Wiesel, deportato ad Auschwitz)



ESPERIMENTI
All’ospedale i giorni passavano lentamente.
Un mattino il medico, che era un prigioniero polacco, fu accompagnato da un soldato tedesco. Si rivolsero alla mia compagna di letto, tedesca anche lei. Avevo imparato qualche parola in quella lingua, sufficiente a capire quello che la tedesca diceva al soldato: “Prendete l’italiana”. Purtroppo il mio tedesco non bastava a far comprendere le mie proteste o più probabilmente a quelli non importava niente. “Prendete l’italiana”. Che volevano farmi? L’unica cosa di cui ero certa era che non si trattava di niente di buono.
Mi fecero scendere dal letto, mi avvolsero in una coperta – come al solito ero nuda – e mi portarono fuori al freddo. Avevo una terribile paura; non sapevo cosa volessero da me, ma ad Auschwitz le novità di solito erano brutte.
Arrivò una specie di ambulanza. Pensai subito alla camera a gas, ma poi mi dissi: “Ma la camera a gas per una persona sola, e l’ambulanza…”. Ragionavo ma non tanto bene, avevo troppa paura. L’ambulanza mi portò da Birkenau ad Auschwitz, il Campo principale. Auschwitz era molto diversa da Birkenau: le costruzioni erano più fitte e tutte in muratura, la gente sembrava in condizioni anche peggiori delle nostre, persone ingrigite, con occhi senza speranza, con la divisa a strisce che si afflosciava sui corpi scheletrici, con l’immancabile numero tatuato sul braccio. Molti là portavano la stella gialla. Il filo elettrificato circondava dappertutto uomini e costruzioni.
Arrivammo ad un edificio più grande degli altri. Non era la camera a gas.
Entrammo in una stanza a due letti. Letti veri, non tavolacci, con lenzuola e coperte. E c’era un vero bagno in cui mi accompagnarono, un bagno come non ne vedevo da tanto tempo. Mi fecero lavare con del sapone – quasi non ricordavo più come si facesse - poi mi dettero una camicia da notte. Anche nella stanza c’era un lavandino. Tutto era pulito, in ordine. Credevo di sognare, ero sbalordita e molto spaventata. Avevo sete e andai a bere al lavandino. Arrivò di corsa un’infermiera: “Tu non bere, acqua inquinata, c’è tifo!”.
“Ma che m’importa, sono mesi che bevo quest’acqua, me lo sarei già preso!”
“Tu aspetta”. Uscì sempre di corsa e rientrò portandomi un bicchiere di latte.
“Ma che sta succedendo?” – mi chiesi.
Lo seppi anche troppo presto. Il mattino seguente arrivò il dottore e fu tremendo. Mi portarono in sala operatoria, mi cosparsero con una pomata, non so ancora cosa fosse, e due ore dopo ero tutta una piaga. Il dolore era insopportabile, piangevo e mi lamentavo. “Ti porto la marmellata”. Così tentava di consolarmi il medico.
E me la portò davvero, ma non riuscii a mangiarla, stavo troppo male.
Vennero a trovarmi delle ragazze greche che erano ricoverate al piano di sopra. In quella specie di lingua internazionale che si parlava ad Auschwitz – un po’ tedesco, un po’ tutte le altre lingue e molto a gesti – mi spiegarono: “Siamo al Blocco Esperimenti. Provano su di noi delle medicine; ma prima devono farci ammalare”.
Al Blocco rimasi parecchio tempo. Gli esperimenti erano sgradevoli e dolorosi (mi iniettarono la scabbia, il tifo, e una dozzina di altre malattie di cui non conosco il nome) e spesso le cure erano anche peggio della malattia. Per un mese andai avanti e indietro dalla sala operatoria e alla fine ero ridotta in uno stato pietoso, nonostante fossi al caldo, avessi da mangiare – non molto, ma certo più che al Campo – e fossi libera dai maledetti appelli.
Cristina, l’infermiera, era polacca ed era amica del dottore che mi aveva scelta per il blocco. Era una brava persona; il dottore veniva a trovarla tutti i giorni e le portava del cibo che lei divideva con noi. Quando si avvicinava al mio letto, il medico voltava la testa verso l’infermiera e la scuoteva, come a dire: “Questa non ce la fa”. “Ce la faccio, vedrai…” – pensavo io. Ma non riuscivo quasi più a scendere dal letto.
Pian piano mi alzai dal letto e sorreggendomi con la sedia mi trascinai fino al lavandino. Mi aggrappai al bordo con tutt’e due le mani, perché la testa mi girava.
Alzando gli occhi vidi una sconosciuta, uno scheletro sparuto coperto di piaghe. Pensai: “Dio, com’è ridotta questa!” E portai le mani al viso. La sconosciuta fece lo stesso gesto. Allora capii con orrore che stavo guardando la mia immagine allo specchio. Non mi ero più specchiata da quando avevo lasciato la mia casa.
Dio quanto piansi! Eppure ce la feci. Quando smisero di iniettarmi microbi, riuscii a rimettermi e a camminare.(Settimia Spizzichino, deportata ad Auschwitz)


FAME
Anche a casa avevo sempre avuto fame- o almeno avevo creduto di averne; ma così ininterrotta, diciamo così a lungo termine, non l’avevo mai conosciuta prima. Mi trasformai in un buco, in un vuoto e ogni mio tentativo, ogni mio sforzo mirava a superare, a riempire, a far tacere le continue richieste di quel vuoto senza fondo, quel vuoto incolmabile. (Imre Kertesz, deportato ad Auschwitz e Buchenwald)
Qualche volta mi vergognavo di me stessa, perché quando cercavo di pensare al mio bambino non riuscivo a vedere la sua faccia: vedevo una pagnotta di pane, perché la fame era più forte ancora del ricordo.(Elena Recanati, deportata ad Auschwitz)
Parlavamo solo di mangiare, eravamo delle ragazze affamate, che avevamo inventato delle ricette che oggi si chiamerebbero virtuali e soprattutto avevamo inventato una torta enorme, straordinaria, grande come una casa, che avrebbe potuto stare sul piazzale dove avvenivano le esecuzioni, le impiccagioni e che avrebbe sfamato con la sua panna, con il suo cioccolato, con la sua crema, tutte le prigioniere e tutte avremmo scavato questa torta. Questi erano i nostri discorsi legati al pensiero fisso di mangiare. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
Periodicamente viene il Kapo fra noi e chiama: Wer hat noch zu fressen? […] realmente questo nostro mangiare in piedi, furiosamente, scottandoci la bocca e la gola, senza il tempo di respirare, è “fressen”, il mangiare delle bestie, e non certo “essen”, il mangiare degli uomini, seduti davanti a un tavolo, religiosamente. “Fressen”è il vocabolo proprio, quello comunemente usato fra noi. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)



FANGO
Non guardiamo, ci dicevamo l’una all’altra. E puntavamo gli occhi sul fango, uno straordinario fango che mai avevamo veduto. Non pareva terra e acqua, ma qualcosa di organico che fosse andato in decomposizione, carne putrefatta divenuta liquame. E nello stesso tempo aveva una sua presenza. Come se dalla morte fosse verminata una mostruosa forma di vita, subdola e invidiosa, che ci afferrava alle caviglie, che ci impediva di camminare veloci come ci veniva ordinato. (Piera Sonnino, deportata ad Auschwitz)



FEDI
Ricordo che in una scuola un ragazzetto mi chiese: Se potesse tornare indietro, che cosa farebbe pur di non finire laggiù? Gli risposi che non avrei fatto nulla. Lui però insistette: Perché non farebbe niente? Mi mise in imbarazzo, dal momento che era complicato rispondergli. Di fatto, nel 1943, non feci proprio nulla per mimetizzarmi o per nascondermi. Entrare nella Resistenza non era proprio il modo più adatto per sfuggire ai pericoli. Ma non sapevo che cosa fosse Auschwitz, anzi non sapevo nemmeno che esistesse.
Tornando alla domanda del ragazzino, mi chiedo: E ora che so? Ora che so, credo che non vorrei mai rinunciare a quella esperienza suprema, esperienza della convivenza con la morte, esperienza delle reazioni che la convivenza con la morte produce in noi stessi e negli altri; esperienza di quello che è e che può diventare l'uomo; esperienza della necessità della fede, di credere in qualcosa.
Dicendo "fede", intendo sia la fede religiosa sia la fede laica sia la fede politica. Come dice il Levitico: "Se è testimone perché ha visto e sentito qualcosa e non lo riferisce, colui porti il peso del suo peccato" (Lev. 5,1).
Non mi gravo di questo peccato; piuttosto, siccome racconto sempre, ogni volta che mi capita di parlare, la mia testimonianza, insisto sul fatto che dove c'è una forza potente e brutale, tesa senza requie a distruggere l'essere umano – badiamo bene, nell'animo prima ancora che nel corpo -, dove c'è una simile forza, l'unico modo per resistervi rimanendo umani è avere una controforza, è difendersi con l'armatura morale di una fede.
Nel lager c'era la compresenza di questa fede. Della fede religiosa si conoscono epifanie commoventi e io stessa potrei testimoniare di quelle viste proprio con i miei occhi, vicine a me. Della fede politica, leggendo i documenti, sappiamo che operò una resistenza in mezzo ai pericoli atroci perfino nei lager, e ciò testimonia quanto adamantina potesse essere. Infine, la fede laica, che fu anche di Primo Levi. La fede laica faceva nella mente, nell'anima, un baluardo, un bunker inviolabile alle brutalità e alle abiezioni che circondavano, un rifugio dove conservare l'idea, il concetto di tutte quelle cose che illuminano la vita civile, che rendono la vita "civile".
Inoltre, in un posto dove non era possibile abbandonarsi nemmeno agli affetti più cari – perché anche l'abbandonarsi all'idea della famiglia, che sarebbe stata la cosa più normale, poteva diventare un'arma a doppio taglio nel lager, poteva dare resistenza o, al contrario, consumare-, l'unico rifugio per trovare conforto era la mente, ricuperando dalla memoria dei versi che magari non si ricordava nemmeno di avere studiato, di aver conosciuto. Cito uno dei miei preferiti: "Uomini, pace / sulla prona terra / troppo è il mistero. (Liana Millu, deportata ad Auschwitz)

In nessun momento ho potuto scorgere in me la possibilità della fede[…] né sono mai stato un seguace impegnato, o vicino a una determinata ideologia politica. Tuttavia devo ammettere di aver avuto, e di avere ancora, una profonda ammirazione e per i compagni religiosi e per quelli politicamente impegnati. Potevano essere più o meno “spirituali”, nel senso che abbiamo voluto dare al termine, non aveva alcuna importanza. La fede politica o religiosa nei momenti decisivi era per loro un prezioso sostegno, mentre noi intellettuali scettico-umanistici invano invocavamo i nostri numi letterari, filosofici, artistici. Marxisti militanti, testimoni di Geova settari, cattolici praticanti, eruditissimi economisti e teologi ma anche operai e contadini meno dotti, a tutti loro la fede o l’ideologia forniva quel punto d’appoggio nel mondo che consentiva loro di scardinare spiritualmente lostato delle SS[…]Sopravvissero meglio e morirono con maggiore dignità dei loro compagni intellettuali non credenti o apolitici, sovente tanto più colti e avvezzi al pensiero esatto. (Jean Amery, deportato ad Auschwitz)



GIORNI
I giorni erano legati solo agli avvenimenti, non c’erano calendari o giornali a ricordarci le date, non potevamo quindi dire “il 10 dicembre”; dicevamo invece: “il giorno che mi hanno picchiata” o “il giorno in cui è morta Anna”.(Settimia Spizzichino, deportata ad Auschwitz)


KAPO
Kapo era l’Haftling che portava sul braccio sinistro una larga fascia nera. Non si sapeva esattamente di cosa fosse capo, comunque era chiaro che poteva punire, bastonare, ammazzare qualsiasi altro Haftling che non facesse parte della gerarchia interna al campo. Un Kapo poteva essere il capo di una squadra addetta al lavoro, poteva sorvegliare squadre di tecnici che eseguivano riparazioni nel Lager, accompagnare colonne in marcia o controllare l’ordine sull’Appellplatz. Ma al di là di questo poteva bastonare, picchiare a sangue, uccidere qualsiasi Haftling che non avesse un incarico specifico[…]Il Kapo picchiava, ammazzava per sadismo, per odio, per dimostrare il suo potere, per umiliare e distruggere l’indifeso che aveva di fronte, picchiava ed ammazzava anche per paura, la folle paura di non essere considerato all’altezza del suo compito e di venir destituito. (Olivier Lustig, deportato ad Auschwitz)
Le Kapo e i Kapo che comandavano le squadre di lavoro non erano mai ebrei, erano criminali comuni che avevano avuto questa qualifica perché- per inclinazione personale o per essere stati induriti dal carcere- avevano una predisposizione al comando, alla violenza, al sadismo. Nei loro confronti non ho nessun riguardo, perché vivevano una condizione molto diversa dalla nostra, facevano lavori meno pesanti, non dovevano passare la selezione, non rischiavano la camera a gas. Loro non soffrivano la fame come noi, e in più ricevevano pacchi da casa, ricevevano posta da casa. Sapevano benissimo che si sarebbero salvati. Ho di loro un orribile ricordo. (Goti Bauer, deportata ad Auschwitz)



Tutti i Kapos picchiavano: questa faceva parte ovvia delle loro mansioni, era il loro linguaggio, più o meno accettato; era del resto l’unico linguaggio che in quella perpetua Babele potesse veramente essere inteso da tutti. Nelle sue varie sfumature, veniva inteso come incitamento al lavoro, come ammonizione o punizione, e nella gerarchia delle sofferenze stava agli ultimi posti. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


KRANKENHAUS
(…) La nostra vita era sempre in pericolo. Si poteva morire per il sadismo di un SS, per un ordine eseguito in ritardo, per una punizione senza ragione. Ammalarsi, però, era il timore di tutti: un Häftling malato era condannato alla camera a gas. Sul lato nord, a fianco del Campo degli zingari e del Kanada, fra i crematori III e IV, c’era a Birkenau il Krankenbau, un complesso di quattordici baracche destinate ad ospitare circa duemila prigionieri ammalati. Lì, forse, portarono mio padre esausto e ridotto a pelle e ossa. Esito a chiamarlo ospedale, in quanto era piuttosto un luogo di orrore, l’anticamera delle Camere a gas, che emanava un tanfo orribile di escrementi e corpi in decomposizione. Insomma, una vera e propria area della morte. Raramente accadeva che i prigionieri ricoverati nel Krankenbau ritornassero nel Campo principale. Infatti ogni trasferimento aveva un’unica destinazione, la morte per gas. La dissenteria, seguita dal tifo, era tra le cause principali di mortalità. Poi c’erano fratture agli arti procurate da percosse, ferite al cranio e infiammazioni polmonari. Non erano disponibili né medicinali, salvo 10/15 compresse di Aspirina per 800/900 ammalati, né bendaggi, sostituiti dalla carta igienica. Gli infermieri più attivi riuscivano talvolta a procurarsi medicinali, promettendo a chi glieli forniva di aiutare qualche specifico ricoverato. C’era frequentemente la possibilità di trovare qualche medicamento al Kanada. Talvolta i medici si adopravano per trafugare medicinali dall’ospedale riservato agli SS. Nascondevano ammalati e debilitati falsificando con grande rischio cartelle mediche e occultavano prigionieri condannati al Crematorio. Naturalmente potevano salvare solo un numero limitato di persone, e il problema più drammatico era quello di scegliere chi aiutare fra le centinaia di condannati. Era una posizione molto difficile, e il grande eroismo di quei medici fu condotto con determinazione nel nome della loro deontologia professionale. Nel Krankenbau venivano effettuate periodiche selezioni soltanto tra gli ebrei – i paria del Lager – per mandarli a morire. Il terrore era costante, perché nessuno – malato, convalescente o guarito – poteva considerarsi al riparo da quel rischio estremo. Mengele aveva qui la Baracca 15 dove eseguiva i suoi satanici esperimenti su bambini gemelli, mentre in altre baracche venivano fatte sperimentazioni di ogni tipo sui prigionieri, soprattutto a fini militari (…)(Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz)



INTERPRETE
L’uso della parola per comunicare il pensiero, questo meccanismo necessario e sufficiente affinché l’uomo sia uomo era caduto in disuso.Era un segnale: per quegli altri, uomini non eravamo più: con noi, come con le vacche e i muli, non c’era una differenza una differenza sostanziale tra l’urlo e il pugno.(Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
Mi assorda con un fiume di parole, non capisco ciò che dice, voglio spiegarmi. Chiedo un interprete, un Dolmetscher[…] Il kapò ha deciso. Mi dice: Eccoti il Dolmetscher – e mostrandomi il pugno aggiunge: Zehn Dolmetscher. Dieci pugni è la punizione. (Vincenzo Papalettera, deportato)


LAVORO

Incolonnate funf zu funf, cinque per cinque( la conta su base cinque è la più facile), pala in spalla e passo marziale, sono accompagnate all’esterno del campo, su certe dune sabbiose che si trovano ai confini fra il lago e la pineta. Il lavoro consiste nel prendere una palata di sabbia nel mucchietto di sinistra e gettarla in quello di destra dove la compagna di fianco esegue la medesima operazione. La sabbia viaggia in tondo e ritorna al luogo di partenza dopo essere passata sulla pala di tutte le deportate addette al lavoro. Se la compagna di sinistra è più forte, se sa usare la pala, e se non ha ancora capito o non vuole capire il gioco delle aguzzine, il mucchio di sinistra cresce, l’SS se ne accorge, incomincia a urlare: “Schnell!”e spesso picchia con le mani o con il frustino la deportata che non sa reggere il ritmo…Alla fatica fisica si aggiunge la rabbia per questo lavoro inutile, assurdo…E tuttavia anche questo lavoro senza senso ha uno scopo: a Ravensbruck tutto ha un senso, se visto nella logica della città concentrazionaria.(Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbruck)
[…] Resnyk […] solleva da solo la traversina e me l’appoggia sulla spalla destra con precauzione, poi alza l’altra estremità, vi pone sotto la spalla sinistra e partiamo. La traversina è incrostata di neve e fango, a ogni passo mi batte contro l’orecchio e la neve mi scivola sul collo. Dopo una cinquantina di passi sono al limite di quanto si suole chiamare la normale sopportazione: le ginocchia si piegano, la spalla duole come stretta in una morsa, l’equilibrio è in pericolo[…] Mi mordo profondamente le labbra: a noi è noto che il procurarsi un piccolo dolore estraneo serve come stimolante per mobilitare le estreme riserve di energia. Anche i Kapos lo sanno: alcuni ci percuotono per pura bestialità e violenza, ma ve ne sono altri che ci percuotono quando siamo sotto il carico, quasi amorevolmente, accompagnando le percosse con esortazioni e incoraggiamenti, come fanno i carrettieri coi cavalli volenterosi. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


La stazione ferroviaria sembrava[…] una piccola, confortevole stazione di campagna. L’accoglienza fu invece meno cordiale: ad aprire gli sportelloni […] furono dei soldati[…].Un paio di brevi ordini, qua e là uno schiocco, a volte cupo, altre secco, qualche stivale che prendeva lo slancio per colpire, un paio di colpi col fucile, di tanto in tanto un grido soffocato di dolore- e già si era formato il corteo, già avanzava in marcia , come trascinato da una fune[…] La zona era molto verde, c’erano degli edifici graziosi e, in lontananza, nascosti tra gli alberi, ville, giardini, parchi […] Sul lato destro della strada, a un tratto ci sorprese un vero e proprio piccolo zoo: cerbiatti, roditori e altri animali ancora; tra loro c’era anche un orso bruno un po’ deperito e rinchiuso in una gabbia che nell’udire il rumore dei nostri passi si rizzò subito sulle zampe posteriori, tutto concitato e languido, ed eseguì un paio di mosse divertenti[…] Poi passammo davanti a un monumento eretto in una radura in mezzo alla biforcazione della strada. La statua riposava su un piedistallo bianco ed era scolpita nella stessa pietra bianca, friabile, granulare e opaca, un’opera piuttosto grezza, frutto più che altro di un’improvvisazione artistica. Dalle striscie scolpite nell’abito, dal cranio rapato, ma soprattutto dal gesto raffigurato risultava subito evidente: quella figura doveva rappresentare un prigioniero. La testa protesa in avanti e una gamba ancora allungata indietro imitavano il passo di corsa, mentre le mani reggevano un enorme cubo di pietra. In un primo momento osservai quella figura solo sotto il profilo artistico, sì- proprio come avevamo imparato a scuola- senza altre intenzioni, solo dopo mi venne in mente che stava sicuramente a significare qualcosa e che, a pensarci bene, non poteva certo essere considerata di buon auspicio. Ero arrivato nel campo di concentramento di Buchenwald. (Imre Kertesz, deportato ad Auschwitz e Buchenwald)
Quanto cinismo, quanta depravazione ci sono voluti per partorire la diabolica idea di affiggere la scritta Arbeit macht frei (“il lavoro rende liberi”) sul portone del Lager dove l’80% degli arrivati veniva inviato direttamente alle camere a gas, sul portone del campo dove non si fabbricavano che cadaveri, dove l’unico vero lavoro era il buon funzionamento delle camere a gas e dei crematori? (Olivier Lustig, deportato ad Auschwitz)


LIBERAZIONE
Una mattina non c'era più nessuno, allora meravigliati, non avevamo capito bene cosa stesse succedendo, dopo qualche momento, un'ora, non so quanto, si apre il portone principale del campo ed entrano i primi carri armati americani. Ecco allora in quel momento qualcuno dice "Vi siete accorti di essere liberi?", noi no, non ci siamo accorti di essere liberi, ci siamo accorti di essere vivi. E quindi in quel momento sono avvenute scene non di gioia o di esultanza, eravamo apatici eravamo scheletri umani.(Carlo Todros, deportato a Mathausen)
Immagina che cosa vuol dire vivere in un campo dove si bruciavano 10 mila persone al giorno, col fetore di carne umana che ti perseguita giorno e notte. Immagina i prigionieri di Auschwitz, di Treblinka, di Mauthausen, uomini e donne che hanno assistito impotenti alla morte dei loro genitori, delle loro mogli, dei loro figli, dei loro parenti. Mi dirai: ma come si esce da quell’inferno? In quali condizioni? Semplice. Un uomo che è stato nel Lager non esce più dal campo. Un uomo è sempre là.(Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz)



LOGICA
[…] in quello che avveniva non c’era mai assolutamente una logica, anche se all’apparenza era tutto preordinato. Nei giacigli dove dormivamo in cinque o sei, si agitavano gli insetti più schifosi, cimici, pidocchi, bestie nere, di ogni tipo, che correvano sui nostri corpi, nelle cuciture dei vestiti. E nel campo passavano topi spaventosi, grandi come gatti, che si nutrivano di rifiuti, di morti, di tutto. C’era una sporcizia profonda, inimmaginabile, eppure noi eravamo costrette a ricoprire a perfezione i nostri giacigli con una coperta che doveva avere la piega fatta in un certo modo, perfettamente geometrica, altrimenti erano bastonate. Quando ho capito che sotto la coperta poteva esserci qualsiasi schifezza, ma che, sopra, tutto doveva avere un aspetto perfetto, ho trovato la risposta a un sacco di cose. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
Si doveva essere sempre rasati, ma era severamente proibito possedere utensili da taglio e dal barbiere ci si poteva andare solo ogni quindici giorni. Sulla divisa zebrata non doveva mai mancare un bottone altrimenti si veniva puniti, ma se durante il lavoro se ne perdeva uno, cosa che praticamente era inevitabile era quasi impossibile poi procurarsene un altro da sostituire. (Jean Amery, deportato ad Auschwitz)
La spiegazione è ripugnante ma semplice: in questo luogo è proibito tutto, non già per riposte ragioni, ma perché a tale scopo è creato. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)



MARCIA DELLA MORTE
Alla fine di gennaio del 1945, fummo, da un momento all’altro, obbligati a lasciare il campo di Auschwitz e a cominciare quella marcia, giustamente detta della morte, che attraverso la Polonia e la Germania portava i prigionieri che ancora stavano in piedi su verso il nord e man mano si avvicinavano i russi. Noi da un po’ sentivamo il rumore della guerra che si avvicinava, ma non sapevamo niente, perché noi da un anno non avevamo più sentito la radio, visto un giornale, non avevamo né un calendario, né un orologio, non sapevamo mai che ora fosse, che giorno fosse. Ad un certo punto i nostri assassini decisero di far saltare il campo di Auschwitz per non far trovare nulla ai russi e per far andar via noi prigionieri.
Lessi poi, che i prigionieri ancora vivi che si misero su quelle strade d’inverno, fummo 56.000. Fu una cosa epocale: cortei infiniti di prigionieri scheletriti che si snodavano su queste strade tedesche, di notte soprattutto, seguiti dalle guardie con i cani.
Non so come ho fatto! (oggi ho un nipote, Edoardo che ha l’età che io avevo allora, e lo vedo così acerbo, così fragile e vedo i miei figli preoccupati che tutto vada bene, che si copra quando fa freddo). Mi vedo su quella strada e mi vedo nonna di me stessa: quella ragazzina di allora aveva l’età che ha mio nipote oggi. Il cervello comandava alle gambe di camminare; non si poteva cadere, perché chi cadeva veniva finito dalle guardie. Io non mi voltavo a vedere quelli che cadevano; facevo una fatica enorme a camminare, non avrei mai potuto aiutare nessuno. Quando qualcuno cadeva, si sentiva quel rumore sordo della fucilata alla testa; mi ricordo i bordi della strada insanguinati. Camminavamo di notte attraverso cittadine e strade deserte e come pazze ci gettavamo sui letamai e ci rubavamo l’una con l’altra i rifiuti: bucce di patate crude sporche di terra, ossi spolpati… uno schifo. E ci riempivamo come pazze lo stomaco, sapendo che il giorno puntualmente dopo vomito e diarrea ci avrebbero atteso; ma non importava, intanto lo stomaco si riempiva in quel momento e il cervello poteva comandare di camminare alle nostre gambe. Furono molte notti, altri letamai, altre stelle in cielo. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)



MONADI
L’ingresso nei lager era invece un urto per la sorpresa che portava in sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitare era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il <<noi>> perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno. Si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua. Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto forma di un’aggressione concentrica da parte di coloro in cui si sperava di ravvisare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacità di resistere. Per molti è stata mortale, indirettamente o anche direttamente: è difficile difendersi da un colpo a cui non si è preparati. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


MONDO ESTERNO
Il Lager distava all’incirca tre chilometri dalla baracca dove ci recavamo a lavorare e durante il cammino si attraversava un ponte che passava sulla ferrovia del paesino di Auschwitz. Per noi era una sofferenza indicibile, perché quel ponte voleva dire il mondo di fuori, tutto ciò che a noi era precluso. Era proprio un sentirsi staccate dal mondo, e tuttavia vederlo in lontananza. Vedevamo passare i civili che viaggiavano a bordo delle carrozze. Potevamo distinguerne le fisionomie. Noi vedevamo loro, ma non credo che loro vedessero noi. (Giuliana Tedeschi, deportata ad Auschwitz)
La mia squadra fu per un certo tempo adibita alla bonifica di terreni paludosi sulle rive della Vistola. Il luogo era a parecchi chilometri da Birkenau: vi andavamo a piedi, in fila per cinque e guai a chi non teneva il passo. Dovevamo prosciugare la zona acquitrinosa, svuotandola a palate dalla melma e riempiendola di ghiaia che altre prigioniere ricavavano macinando pietre in grosse trituratici azionate a mano.Qualche settimana dopo ci mandarono più lontano, a molti chilometri di distanza da Birkenau. Ci portavano nei camion, dovevamo approntare strutture difensive per l’esercito del “grande Reich”, in vista del fronte russo che si stava avvicinando. Eravamo nell’agosto del 1944 ed era già in atto la ritirata tedesca. Scavavamo trincee, un lavoro pesantissimo che diventava di giorno in giorno più tremendo via via che le condizioni climatiche peggioravano. In Polonia l’autunno e poi l’inverno arrivano molto prima che da noi, per cui al freddo, sotto l’acqua, vestite di stracci, con le SS sul bordo della fossa a controllare che la pala fosse abbastanza piena, era un indescrivibile supplizio. Non ci pensavano due volte ad aizzarti contro il cane e quando succedeva, la malcapitata veniva riportata al campo a braccia e quasi mai sopravviveva. In lontananza vedevamo una bianca casetta di contadini. Sembrava un miraggio, gente vi entrava, gente ne usciva: era la vita. Dal camino saliva un lieve filo di fumo: immaginavi la pentola sulla stufa, la famiglia riunita intorno al desco. Ricordo quella casa come il più grande desiderio che io abbia mai avuto: potervi arrivare, nascondermi, scaldarmi al tepore di quella stufa, passarvi il resto dei miei giorni. (Goti Bauer, deportata ad Auschwitz)


MUSELMANNER
Soccombere è la cosa più semplice: basta eseguire tutti gli ordini che si ricevono, non mangiare che la razione, attenersi alla disciplina del lavoro e del campo. L’esperienza ha dimostrato che solo eccezionalmente si può in questo modo durare più di tre mesi. Tutti i mussulmani che vanno in gas hanno la stessa storia, per meglio dire, non hanno storia; hanno seguito il pendio fino al fondo, naturalmente, come i ruscelli che vanno al mare. Entrati in campo, per loro essenziale incapacità, o per sventura, o per un qualsiasi banale incidente, sono stati sopraffatti prima di aver potuto adeguarsi; sono battuti sul tempo, non cominciano a imparare il tedesco e a discernere qualcosa nell’infernale groviglio di leggi e di divieti, che quando il loro corpo è già in sfacelo, e nulla li potrebbe più salvare dalla selezione o dalla morte per deperimento. La loro vita è breve ma il loro numero è sterminato. Sono loro, i Muselmanner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente.
Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla. Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


MUSICA
[…] noi, nelle condizioni fisiche e psichiche nelle quali ci trovavamo, per andare al lavoro dovevamo marciare cantando. Dovevamo passare davanti all’orchestrina delle donne violiniste, ferme sulla porta del lager, sia che si andasse a morte, sia che si andasse a lavorare. Suonavano motivetti allegri, Strauss, Mozart, Rossigni. Zin-zin-zin, così…(Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
A Birkenau la musica è veramente la cosa migliore e quella peggiore. La migliore: divora il tempo, procura l’oblio come una droga, se ne emerge abbrutite, svuotate… La peggiore, perché il nostro pubblico sono loro, gli assassini, e sono anche loro, le vittime… e tra le mani degli assassini non diventiamo a nostra voltta dei carnefici? (Fanny Fenelon, deportata, membro dell’orchestra di Auschwitz)



NASCERE
Nel ’43, in seguito all’arrivo di un nuovo direttore sanitario SS, il dottor Trite, il regolamento che riguarda le donne incinte viene ancora modificato. Le gestanti possono continuare la gravidanza e partorire, ma i neonati appena vengono messi al mondo sono strangolati o annegati in un secchi d’acqua davanti alla madre. Alla fine dello stesso anno Treite cambia le disposizioni: i neonati possono vivere, ma nulla è predisposto per permetterne la sopravvivenza […] Su ogni pagliericcio si coricano fino a dodici neonati e in certi periodi il numero dei bambini supera i cinquanta. Ogni bambino ha in dotazione una camicia, due pannolinie un pezzo di coperta. Sono assistiti da cinque infermiere, prigioniere, che a turno cercano in ogni modo di provvedere loro, facendo appello alla collaborazione, alla fantasia e alla solidarietà di tutte le deportate che hanno la possibilità di “organizzare” qualcosa. A Ravensbruck organizzare è sinonimo di rubare al sistema. Le lavoranti del Betrieb (sartoria) organizzano pezzi di stoffa e di nascosto cuciono camicie e pannolini, le infermiere del Revier (infermeria) organizzano flaconi vuoti da usare come biberon e guanti di gomma di medici SS per ottenere tettarelle rudimentali; le deportate che ricevono pacchi cedono parte della loro farine e del loro latte in polvere per le pappe.Nonostante la dedizione (che merita di essere definita eroica) delle infermiere per strappare alla morte almeno qualcuno dei neonati, quasi tutti soccombono nel volgere di poche settimane, di due mesi al massimo. .(Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbruck)


NUMERO
Ci hanno incolonnato e ci hanno portato in ufficio. Qui dentro, uno per uno, ci hanno fatto la fotografia, prima davanti, poi di profilo. Ci hanno chiesto quando eravamo nati, di che religione eravamo, il nostro mestiere… tutto. Poi ci diedero il numero di matricola su una striscia di tela, e il triangolo…Io avevo il triangolo rosso come tutti i deportati politici. Quando fummo usciti, l’ufficiale addetto ci disse: “da oggi voi non vi chiamate per nome: avete soltanto un numero e dovete solo rispondere con questo numero” Il mio numero di matricola a Mauthausen era 113.009, hundertdreizehennullnullneun”. Al mattino ci fu il primo appello e cominciarono a chiamare i numeri. Quando arrivò il mio numero, io ero completamente a digiuno di tedesco, non sapevo proprio niente. Quelli ripetevanoo: “hundertdreizehennullnullneun!” e io niente. A un certo momento il sorvegliante si degnò di aprire il registro: “Isola Luigi’?” “Presente!Jawohl!” “Komme hier!” e mi fece avvicinare. “Achtung!” e mi fece mettere sull’attenti. Poi mi sputò in fronte e con la matita copiativa mi scrisse il numero sulla fronte. Poi mi fece voltare a destra e mi sputò sulla guancia, poi a sinistra: “Gira per il campo finché non sai il tuo numero!”. Ecco perché ho imparato il numero anche in tedesco. (Luigi Isola, deportato ad Auschwitz, Mathausen, Orianenburg)


ORGANIZZARE
“Organizzare” è cambiare la razione di pane per un golf, la margarina per un cucchiaio. Chi si appropria di un pezzetto di sapone dimenticato dalla compagna alla doccia o al Waschraum “organizza”; così pure chi nasconde un coltello, un paio di forbici cadute dal letto superiore, e poi li cambia per pane, chi ruba da un bidone qualche patata, chi raschia da un Kubel qualche cucchiaio di minestra. Si organizza in un’infinità di modi, a spese di tutti, e chi non organizza muore. (Giuliana Tedeschi, deportata ad Auschwitz)


PARTENZA
La mattina dopo, era il 30 gennaio 1944, una lunga fila silenziosa e dolente uscì dal quinto raggio per arrivare al cortile del carcere. Attraversammo un altro raggio di detenuti comuni. Essi si sporgevano dai ballatoi e ci buttavano arance, mele, biscotti, ma, soprattutto, ci urlavano parole di incoraggiamento, di solidarietà e benedizioni!Furono straordinari. Furono uomini che, vedendo altri uomini andare al macello solo per la colpa di essere nati da un grembo e non da un altro, ne avevano pietà. Fu l’ultimo contatto con esseri umani. Poi, caricati violentemente su camion, traversammo la città deserta e, all’incrocio di via Carducci vidi la mia casa di corso Magenta 55 sfuggire alla mia vista dall’angolo del telone: mai più. Mai più. Arrivati alla Stazione Centrale, la fila dei camion infilò i sotterranei enormi passando dal sottopassaggio di via Ferrante Aporti; fummo sbarcati proprio davanti ai binari di manovra che sono ancor oggi nel ventre dell’edificio.
Il passaggio fu velocissimo: SS e repubblichini non persero tempo: in fretta, a calci, pugni e bastonate, ci caricarono sui vagoni bestiame. Non appena un vagone era pieno, veniva sprangato e portato con un elevatore alla banchina di partenza.Fino a quando le vetture furono agganciate, nessuno di noi si rese conto della realtà. Tutto si era svolto nel buio del sotterraneo della stazione, illuminato da fari potenti nei punti strategici, fra grida, latrati, fischi e violenze terrorizzanti. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)


PRIMA NOTTE AL CAMPO
Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.Mai dimenticherò quel fumo.Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.(Elie Wiesel, deportato ad Auschwitz)


RESISTERE
Steinlauf mi vede e mi saluta, e senza ambagi mi domanda severamente perché non mi lavo. Perché dovrei lavarmi? starei forse meglio di quanto sto? [...] Più ci penso, e più mi pare che lavarsi la faccia nelle nostre condizioni sia una faccenda insulsa, addirittura frivola: un’abitudine meccanica, o peggio, una lugubre ripetizione di un rito estinto. Morremo tutti o stiamo per morire: se mi avanzano dieci minuti fra la sveglia e il lavoro, voglio dedicarli ad altro, chiudermi in me stesso, a tirare le somme, o magari a guardare il cielo e a pensare che lo vedo forse per l’ultima volta; [...] appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e proprietà. Dobbiamo camminare dritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire.
(Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
Abbiamo scelto la vita. Io avevo scelto, senza avere una spalla in cui piangere o qualcuno che mi consigliasse, avevo scelto di non essere lì, di estraniarmi, sì il mio corpo era lì, veniva picchiato e torturato, aveva fame, era dimagrito, aveva freddo, aveva paura, ma il mio spirito no, la mia mente no: io ero quella di prima, quando correvo sulla spiaggia, quando coglievo un fiore sul prato, quando ero seduta nella mia casa con le persone care vicino a me. Io non volevo essere lì, mi rendevo invisibile, cercavo di non guardare in faccia i miei persecutori e vigliaccamente non mi voltavo mai a guardare indietro tutti i cadaveri, gli scheletri fuori, pronti per essere bruciati, non guardavo le compagne in punizione, non guardavo la fiamma del forno che bruciava, io guardavo solo i miei zoccoli, li potrei disegnare anche adesso; guardavo i miei piedi perché non volevo assolutamente guardarmi intorno, non volevo essere lì, non volevo che i miei persecutori si impadronissero anche del mio spirito. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
Ricordo che altre abitudini delle francesi mi colpirono positivamente: erano solite spalmarsi, come antirughe, la margarina del sabato sotto gli occhi; oppure passarsi le dita tra i capelli rasati per tentare di formare dei riccioletti. Non si trattava di frivolezze, ma di gesti di resistenza, quasi ad esprimere il loro diritto alla vita e la loro speranza. (Liana Millu, deportata ad Auschwitz)



RITORNO
Gli artefici della mia resurrezione sono stati gli amici, senza di loro non so se ce l’avrei fatta. Mi hanno preso sotto la loro protezione, sapevano che io non amavo parlare della grande tragedia che mi era piombata addosso e non mi hanno mai chiesto niente, hanno fatto sempre il possibile per farmi sentire una persona normale anche se non si può essere “normali” uscendo da Auschwitz. Non mi lasciavano mai solo e questo è stato molto importante. Ero considerato uno del gruppo e loro sopportavano certi miei silenzi, certi pensieri… in alcuni momenti mi assentavo completamente e i miei amici non c’hanno mai dato peso. Facevamo tutto insieme: gite, villeggiature, vedevamo le partite di calcio, andavamo al cinema, a teatro, a ballare, ai concerti (…). Era una compagnia molto affiatata e allegra composta quasi esclusivamente da ragazzi e ragazze ebrei. Con loro e con i miei parenti per molti anni non ho parlato di quello che mi era accaduto. Temevo soprattutto che mi chiedessero come mi ero salvato… mi terrorizzava il fatto che qualcuno potesse chiedermi “Perché tu ti sei salvato e mio figlio o mio marito no?”. Poi pensavo che se io avessi parlato di certe cose a molta gente avrebbe dato fastidio, o quantomeno qualcuno avrebbe pensato: “Che va dicendo, non è possibile…”; inoltre raccontare del lager avrebbe significato in parte rivivere quelle situazioni ed io volevo sembrare una persona come tutte le altre, non dico “essere” ma almeno “sembrare”. E così è andata: di giorno cercavo di fare una vita più normale possibile e di notte molto spesso mi ritrovavo a fare i conti con il mio passato nel lager. Sognavo continuamente di Auschwitz, era una specie di doppia vita. (Pietro Terracina, deportato ad Auschwitz)


SCARPE
Né si creda che le scarpe, nella vita del Lager, costituiscano un fattore d’importanza secondaria. La morte incomincia dalle scarpe: esse si sono rivelate, per la maggior parte di noi, veri arnesi di tortura, che dopo poche ore di marcia davano luogo a piaghe dolorose che fatalmente si infettavano. Chi ne è colpito, è costretto a camminare come se avesse una palla al piede (ecco il perché della strana andatura dell’esercito di larve che ogni sera rientra in parata), arriva ultimo dappertutto, e dappertutto riceve botte; non può scappare se lo inseguono; i suoi piedi si gonfiano, e più si gonfiano, più l’attrito con il legno della tela e delle scarpe diventa insopportabile. Allora non resta che l’ospedale: ma entrare in ospedale con la diagnosi di “dicke Fusse” (piedi gonfi) è estremamente pericoloso, perché è ben noto a tutti, e ad alle SS in specie, che di questo male, qui, non si può guarire. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)



SELEZIONE
Una decina di SS stavano in disparte, l'aria indifferente, piantati a gambe larghe. A un certo momento, penetrarono fra di noi, e, con voce sommessa, con visi di pietra, presero a interrogarci rapidamente, uno per uno, in cattivo italiano. Non interrogavano tutti, solo qualcuno. «Quanti anni? Sano o malato?» e in base alla risposta ci indicavano due diverse direzioni. Tutto era silenzioso come in un acquario, e come in certe scene di sogni. Ci saremmo attesi qualcosa di più apocalittico: sembravano semplici agenti d'ordine. Era sconcertante e disarmante. Qualcuno osò chiedere dei bagagli: risposero «bagagli dopo»; qualche altro non voleva lasciare la moglie: dissero «dopo di nuovo insieme»; molte madri non volevano separarsi dai figli: dissero «bene bene, stare con figlio». Sempre con la pacata sicurezza di chi non fa che il suo ufficio di ogni giorno; ma Renzo indugiò un istante di troppo a salutare Francesca, che era la sua fidanzata, e allora con un solo colpo in pieno viso lo stesero a terra; era il loro ufficio di ogni giorno. In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente. Oggi però sappiamo che in quella scelta rapida e sommaria, di ognuno di noi era stato giudicato se potesse o no lavorare utilmente per il Reich; sappiamo che nei campi rispettivamente di Buna-Monowitz e Birkenau, non entrarono, del nostro convoglio, che novantasei uomini e ventinove donne, e che di tutti gli altri, in numero di più di cinquecento, non uno era vivo due giorni più tardi. Sappiamo anche, che non sempre questo pur tenue principio di discriminazione in abili e inabili fu seguito, e che successivamente fu adottato spesso il sistema più semplice di aprire entrambe le portiere dei vagoni, senza avvertimenti né istruzioni ai nuovi arrivati. Entravano in campo quelli che il caso faceva scendere da un lato del convoglio; andavano in gas gli altri.Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. Emilia, figlia dell'ingegner Aldo Levi di Milano, che era una bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti alla morte. Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli. Li vedemmo un po' di tempo come una massa oscura all'altra estremità della banchina, poi non vedemmo più nulla. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
Formammo due file, andai alla ricerca dei miei fratellini, di mia madre, noi non capivamo, lei sì: mi benedì ala maniera ebraica, mi abbracciò e disse “andate”. Non l’ho più rivista. Mio padre, intanto, andava verso la camera a gas con mio nonno. Si girava, mi guardava, salutava, alzava il braccio. Noi arrivammo alla “sauna”, ci spogliarono, ci tagliarono anche i capelli. E ci diedero un numero di matricola. “Dove sono i miei genitori?”, chiesi a un altro sventurato. E lui rispose: “Vedi quel fumo del camino? Sono già usciti da lì”. (Pietro Terracina, deportato ad Auschwitz)



Tre volte passai la selezione nell’anno che trascorsi ad Auschwitz. Non era la selezione della stazione. Erano delle selezioni annunciate, di cui noi sapevamo a che cosa andavamo incontro. Ecco che le Kapò ci chiudevano dentro le baracche e poi a gruppi ci portavano nella sala delle docce, tanto cara ai nostri assassini, e lì tutte nude, in fila indiana, dovevamo attraversare la sala e uscire attraverso un’uscita obbligatoria, dove un piccolo tribunale di tre persone ci guardava, come le mucche al mercato, davanti, dietro, in bocca, se avevamo ancora i denti, se eravamo abili al lavoro e poi un piccolo gesto gelido che voleva dire «vai». Io mi ricordo come attraversavo quella sala: il cuore mi batteva come un pazzo e io mi dicevo: «non voglio morire, non voglio morire…» e rimanevo lì, non avevo il coraggio di guardarli in faccia, mi atteggiavo ad indifferenza; mi ricordo la prima volta che passai la selezione che il medico (uno dei tre assassini era medico), mi fermò e con un dito mi toccò la pancia, dove due anni prima avevo fatto l’operazione dell’appendicite e dissi: «Adesso, perché ho la cicatrice sulla pancia, questo mi manda a morte», e invece lui tutto sorridente, mostrava ai suoi colleghi assassini la cicatrice, dicendo che questo medico italiano era una bestia, aveva fatto male la cicatrice. Questa ragazza la vedrà sempre questa cicatrice, mentre io la faccio sottilissima e se anche una donna è nuda, questa cicatrice non si vede più. Poi mi fece un segno, con il quale mi indicava che io potevo andare avanti con la mia cicatrice sulla pancia, e io avevo fatto quei due passi che mi separavano dall’uscita, provando una felicità immensa; non mi importava niente di dove ero, di cosa mi era successo, dell’orrore di cui facevo parte, ero viva. Ma una volta fui vigliacca e orribile quando fermarono dietro di me, Janine, una ragazza francese che lavorava con me alla macchina in fabbrica; la macchina, qualche giorno prima, le aveva tranciato due dita. Durante la selezione, lei, che era nuda, aveva coperto la ferita con uno straccio, ma certamente l’assassino lo vide subito, e senza neanche fiatare fece segno alla scrivana (una prigioniera come noi), di prendere il numero. E io sentii dietro di me che fermarono Janine, che lavorava con me da diversi mesi, ma io non mi voltai; io fui spaventosa e Janine fu portata al gas per la sola colpa di essere nata ebrea. Janine era una ragazza francese, di 22 – 23 anni, voce dolce, occhi azzurri, capelli biondi. Io non mi voltai, non mi comportai come i prigionieri di San Vittore; ma non potevo più sopportare distacchi, io ero viva. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)


SETE
La sete mi faceva soffrire molto più della fame.Chi non ha mai sofferto la sete, veramente e ripetutamente, ha più simpatia per gli affamati. Ma basta pensare a quanto tempo ci vuole prima che un uomo muoia di fame e, al contrario, come si fa in fretta a morire di sete.Si può digiunare per settimane, addirittura per mesi, e continuare a vivere, di sete si muore in pochi giorni. La sete è dunque più tormentosa della fame. A Birkenau il cibo, la zuppa quotidiana, deve essere stato molto salato, perché avevo sempre sete, specialmente nelle lunghe ore roventi degli appelli sotto il sole a picco. “Cosa facevate voibambini ad Auschwitz?- mi ha chiesto qualcuno di recente- Giocavate?”. Giocare! Stavamo in piedi per l’appello. A Birkenau stavo in piedi per l’appello e avevo sete e paura di morire. Ecco tutto, ecco quel che è stato. (Ruth Kluger, deportata ad Auschwitz)



SOPRAVVIVERE
Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegne i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro si sia mascherato o travestito; no, non trovi trasgressioni palesi, non hai soppiantato nessuno, non hai picchiato (ma ne avresti avuto la forza?), non hai accettato cariche (ma non ti sono state offerte…), non hai rubato il pane di nessuno; tuttavia non lo puoi escludere. E’ solo una supposizione, anzi, l’ombra di un sospetto: che ognuno sia il Caino di suo fratello, che ognuno di noi (ma questa volta dico “noi” in un senso molto ampio, anzi universale) abbia soppiantato il suo prossimo, e viva in vece sua. E’ una supposizione, ma rode; si è annidata profonda, come un tarlo; non si vede dal di fuori, ma rode e stride.(Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


STAGIONI
I giorni diventavano settimane e mesi mentre l’autunno, freddo più del nostro inverno, diventava inverno, l’inverno polacco che non vede mai il sole, fatto di neve, gelo, tormente. C’erano sempre più cadaveri congelati al mattino, fuori delle baracche. Era il freddo a segnare per noi il passaggio delle stagioni: sempre più freddo ed era arrivato l’inverno; poi il freddo diminuiva a poco a poco ed ecco arrivata la primavera e poi l’estate. Non c’erano altri segni di primavera o estate ad Auschwitz, non erba né fiori. Del resto, se fosse spuntato un filo d’erba qualcuno se lo sarebbe mangiato subito.(Settimia Spizzichino, deportata ad Auschwitz)


STALLA
Le cosiddette latrine[…] erano all’aperto ed erano costituite da un lungo parallelepipedo di cemento, sulla faccia superiore del quale vi erano due lunghe file di buchi neri[…] Sulla testa una tettoia di lamiera. Per noi fu un altro segnale. Non tanto e non solo per la promiscuità forzata, insita nel luogo, che ti obbligava ad abbandonare il più intimo senso di pudore, ma soprattutto per il grande numero previsto per l’uso simultaneo di quel luogo. Perché l’impressione generale che ricavavi era quella di una grande lugubre stalla[…] Ancora una volta ti veniva segnalato che non eri diverso da un animale e come tale ti avrebbero trattato. (Mario Carassi, deportato ad Ebensee)


TATUAGGIO
Haftling: ho imparato che io sono un Haftling. Il mio nome è 174517; siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro. L’operazione è stata lievemente dolorosa, e straordinariamente rapida: ci hanno messo tutti in fila, e ad uno ad uno, secondo l’ordine alfabetico dei nostri nomi, siamo passati davanti ad un abile funzionario munito di una specie di punteruolo dall’ago cortissimo. Pare che questa sia l’iniziazione vera e propria: solo “mostrando il numero” si riceve il pane e la zuppa (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
Proprio quest’anno mi è capitato di andare a giocare a bridge in un circolo, dove c’era una signora della mia età. Faceva caldo e avevo le maniche corte e lei fa, ma cos’ha lì? Siccome ero in giornata di dire quello che pensavo, ho risposto, sono stata ad Auschwitz, dove ci mettevano nei forni, non so se lo sa[…]Incredibile. Gente di Milano, che ha settant’anni con tutti i giornali che continuano a parlarne… Cos’hai lì? Come a dire, sei pazza, ti sei fatta un tatuaggio? Il numero sul braccio è molto pesante da sopportare, specialmente d’estate, però fa talmente parte della mia storia che non potrei rinunciarci, proprio come al mio naso con la gobba. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)


TRIANGOLI
Abbiamo ben presto imparato che gli ospiti del Lager sono distinti in tre categorie: i criminali, i politici, gli ebrei. Tutti sono vestiti a righe, sono tutti Haftlinge, ma i criminali portano accanto al numero, cucito sulla giacca, un triangolo verde; i politici un triangolo rosso; gli ebrei che costituiscono la grande maggioranza, portano la stella ebraica, rossa e gialla. Le SS ci sono sì, ma poche, e fuori del campo, e si vedono relativamente di rado: i nostri padroni effettivi sono i triangoli verdi, i quali hanno mano libera su di noi, e inoltre quelli fra le due altre categorie che si prestano ad assecondarli: i quali non sono pochi.. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
Ogni volta che il convoglio arrivava[…]il Kapo August Adam sceglieva gli insegnanti, gli avvocati, i preti, i giudici e cinicamente diceva loro: “Tu sei avvocato? Tu sei professore? Bene! Vedete questo triangolo verde? Significa che io sono un peccatore. A Prinzsom ho avuto cinque condanne: una per omicidio e quattro per rapina. E con ciò? Qui comando io. Il mondo si è rovesciato, capito?[…] Mostrava il bastone e cominciava a menare. Quando se ne stancava, portava le sue vittime a pulire le latrine. (Vincenzo Papalettera, deportato)


TRIANGOLO ROSA
Il nostro blocco era occupato esclusivamente da omosessuali, e ogni ala aveva circa duecentocinquanta detenuti […] Nella mia camerata, occupata da oltre centottanta persone, si potevano trovare le più diverse professioni. [...] Fino al giorno del loro internamento nel lager erano tutte persone che nel loro privato conducevano una vita come gli altri, molti di loro erano stati addirittura cittadini molto apprezzati che non erano mai entrati in conflitto con la legge ma che avevano l’unico difetto di essere omosessuali. Tutte queste persone, altrimenti del tutto rispettabili, erano state rinchiuse a forza in quel crogiolo della vergogna e della sofferenza, per essere annientate con lavori pesantissimi, la fame e le torture. Tra loro non c’erano corruttori di minori, cioè omosessuali che avevano avuto rapporti con bambini o ragazzi: questo tipo di detenuti doveva portare il triangolo verde. E noi, uomini dal triangolo rosa, eravamo veramente dei criminali, dei depravati, dei "degenerati" che arrecavano danno alla comunità? (Heinz Heger, deportato a Sachsenhausen)


 

VENTISETTE GENNAIO
27 gennaio. L'alba. Sul pavimento, l'infame tumulto di membra stecchite, la cosa Sòmogyi. Ci sono lavori più urgenti: non ci si può lavare, non possiamo toccarlo che dopo di aver cucinato e mangiato. E inoltre, «... rien de si dégoûtant que les débordements», dice giustamente Charles; bisogna vuotare la latrina. I vivi sono più esigenti; i morti possono attendere. Ci mettemmo al lavoro come ogni giorno.I russi arrivarono mentre Charles ed io portavamo Sòmogyi poco lontano. Era molto leggero. Rovesciammo la barella sulla neve grigia. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)



VIAGGIO
Nel vagone era buio, c’era un po’ di paglia per terra e un secchio per i nostri bisogni.
Il treno si mosse e sembrò puntare verso Sud. Andava molto piano, fermandosi a volte per ore. Dalle grate vedevamo la campagna emiliana nelle brume dell’inverno e stazioni deserte dai nomi familiari. Gli adulti dimostravano un certo sollievo, visto che il treno non era diretto al confine, ma alla sera ci fu un’inversione di marcia e quella notte nessuno dormì.
Tutti piangevano, nessuno si rassegnava al fatto che stavamo andando verso Nord, verso l’Austria. Era un coro di singhiozzi che copriva il rumore delle ruote.
All’alba il treno si fermò e con sgomento vedemmo scendere i ferrovieri italiani e salire i sostituti, forse austriaci, forse tedeschi.
Dai vagoni piombati saliva un coro di urla, di richiami, di implorazioni: nessuno ascoltava. Il treno ripartì.
Il vagone era fetido e freddo, odore di urina, visi grigi, gambe anchilosate, non avevamo spazio per muoverci.
I pianti si acquietavano in una disperazione assoluta.
Io non avevo né fame né sete; mi prese una specie di inedia allucinata come quando si ha la febbre alta; quando riuscivo a riflettere pensavo che, forse, senza di me, Papà avrebbe potuto scappare da San Vittore, saltare quel muro come aveva proposto Peppino Levi, o forse no. Mi stringevo a Lui, che era distrutto, pallido, gli occhi cerchiati di rosso di chi non dorme da giorni. Mi esortava a mangiare qualcosa, aveva ancora per me una scaglia di cioccolato. La mettevo in bocca per fargli piacere, ma non riuscivo ad inghiottire nulla.
Nel centro del vagone si formò un gruppo di preghiera: alcuni uomini pii, fra i quali ricordo il signor Silvera, si dondolarono a lungo recitando i Salmi. Mi sembrava che non finissero mai: erano i più fortunati.
Le ore passavano, così le notti e i giorni, in un’abulia totale: era difficile calcolare il tempo. Pochissimi avevano ancora un orologio e anche quei pochi privilegiati non lo guardavano più. Ogni tanto vedevo qualcuno alzarsi a fatica e cercare di capire dove fossimo, guardando dalle grate, schermate con stracci per riparare dal gelo quel carico umano. Si vedeva un paesaggio immerso nella neve, si vedevano casette civettuole, camini fumanti, campanili…
Prima che cominciasse la Foresta Nera, il treno si fermò e qualcuno poté scendere tra le SS armate fino ai denti, per prendere un po’ d’acqua e vuotare il secchio immondo. Anch’io e il mio Papà scendemmo e vedemmo per la prima volta, scritto col gesso sul vagone: “Auschwitz bei Katowice”.
Capimmo che quella era la nostra meta. Il treno ripartì quasi subito e la notizia della nostra destinazione gettò tutti in una muta disperazione.
Fu silenzio nel vagone in quegli ultimi giorni. Nessuno più piangeva, né si lamentava. Ognuno taceva con la dignità e la consapevolezza delle ultime cose. Eravamo alla vigilia della morte per la maggior parte di noi. Non c’era più niente da dire. Ci stringevamo ai nostri cari e trasmettevamo il nostro amore come un ultimo saluto.
Era il silenzio essenziale dei momenti decisivi della vita di ognuno.Poi... poi, all’arrivo fu Auschwitz e il rumore assordante e osceno degli assassini intorno a noi. .(Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)



ZONA GRIGIA
[ …]La maggior parte dei fenomeni storici e naturali non sono semplici, o non semplici della semplicità che piacerebbe a noi. Ora, non era semplice la rete dei rapporti umani all'interno dei Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. In chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager è evidente la tendenza, anzi il bisogno, di dividere il male dal bene, di poter parteggiare, di ripetere il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i giusti, là i reprobi. Soprattutto i giovani chiedono chiarezza, il taglio netto; essendo scarsa la loro esperienza del mondo, essi non amano l'ambiguità. […] Prima di discutere partitamente i motivi che hanno spinto alcuni prigionieri a collaborare in varia misura con l'autorità dei Lager, occorre però affermare con forza che davanti a casi umani come questi è imprudente precipitarsi ad emettere un giudizio morale. Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare.[…]Nella enorme maggioranza dei casi, il loro comportamento è stato ferreamente obbligato: nel giro di poche settimane o mesi, le privazioni a cui erano sottoposti li hanno condotti ad una condizione di pura sopravvivenza, di lotta quotidiana contro la fame, il freddo, la stanchezza, le percosse, in cui lo spazio per le scelte (in specie, per le scelte morali) era ridotto a nulla; fra questi, pochissimi hanno sopravvissuto alla prova, grazie alla somma di molti eventi improbabili: sono insomma stati salvati dalla fortuna, e non ha molto senso cercare fra i loro destini qualcosa di comune, al di fuori forse della buona salute iniziale[…]Un ordine infero, qual era il nazionalsocialismo, esercita uno spaventoso potere di corruzione, da cui è difficile guardarsi. Degrada le sue vittime e le fa simili a sé, perché gli occorrono complicità grandi e piccole. Per resistergli, ci vuole una ben solida ossatura morale, e quella di cui disponeva Chaim Rumkowski, il mercante di Lódz, insieme con tutta la sua generazione, era fragile: ma quanto forte è la nostra, di noi europei di oggi? Come si comporterebbe ognuno di noi se venisse spinto dalla necessità e in pari tempo allettato dalla seduzione?La storia di Rumkowski è la storia incresciosa e inquietante dei Kapos e dei funzionari dei Lager; dei gerarchetti che servono un regime alle cui colpe sono volutamente ciechi; dei subordinati che firmano tutto, perché una firma costa poco; di chi scuote il capo ma acconsente; di chi dice « se non lo facessi io, lo farebbe un altro peggiore di me. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)


 

Testi e siti da cui sono state tratte le testimonianze
Jean Amery, Intellettuale ad Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri 1987
Lidia Beccaria Rolfi, Anna Maria Buzzone ( a cura di), Le donne di Ravensbruck. Testimonianze di deportate politiche italiane, Torino, Einaudi 1978
A. Bravo, D. Jalla ( a cura di), La vita offesa. Storia e memoria dei lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, Milano, Franco Angeli 1986
Nedo Fiano, A 5405 Il coraggio di vivere, Varese, Monti Edizioni 2003
Imre Kertész, Essere senza destino, Milano, Feltrinelli 1999
Ruth Kluger, Vivere ancora, Torino, Einaudi 1995
Laude Lanzmann, Shoah, Milano, Bompiani 1987
Primo Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi 1989
Primo Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi 1991
Olivier Lustig, Dizionario del Lager, Firenze, La Nuova Italia 1996
Liana Millu in Chi è come te fra i muti? Lezioni promosse da Carlo Maria Martini, Milano, Garzanti 1993
Liana Millu, Il fumo di Birkenau, Firenze, La Giuntina 1986
D. Padoan (a cura di), Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz, Milano, Bompiani 2004
Vincenzo Papalettera, Tu passerai per il cammino. Vita e morte a Mauthausen, Milano, Mursia, 1965
Piera Sonnino, Questo è stato, Milano, il Saggiatore 2004
Elisa Springer, Il silenzio dei vivi, Venezia, Marsilio 1996
Elie Wiesel, La notte, Firenze, Giuntina 1980
Aned Savona- Isrec Savona, Viaggi di istruzione ai campi di sterminio nazisti. Ricerche e riflessioni degli studenti della scuole della provincia di Savona, Savona 2005


www.ucei.it
www.deportati.it
www.aned.it
www.olokaustos.org




Liceo Scientifico Statale "O. Grassi"SAVONA