L’UNIVERSO
CONCENTRAZIONARIO. UN ALFABETO
(a cura degli studenti del Liceo scientifico statale
“Orazio Grassi” di Savona. Coordinamento: prof. Angelo
Maneschi)
AGUZZINI
[…] Gli SS non erano dei superuomini, ma degli squallidi
personaggi che evitavano i rischi della prima linea
al fronte di guerra, pagando tale salvagente con un
devastante mestiere sanguinario. Erano individui insensibili
e corrotti, ai quali il nazismo, con un lungo training,
aveva annullato nella psiche gli istinti morali. La
guarnigione SS di sorveglianza ai Campi di Auschwitz
I, Auschwitz II-Birkenau, Auschwitz III-Monowitz e
sotto-Campi dipendenti contava circa tremila unità
maschili, più una quantità modesta di
personale femminile per il FKL (il Campo femminile).
Le loro funzioni erano varie: dalla scorta agli Aussenkommandos
(squadre al lavoro fuori dal Campo) al presidio sulla
Rampa, dalla sicurezza in generale al Kanada, ai Forni
Crematori, alle garitte, al territorio immediatamente
circostante. I loro alloggiamenti erano delle baracche
di legno luminose e confortevoli, con camerette piuttosto
spartane (le ho viste quando per due giorni sono stato
distaccato a far pulizia!). Gli ufficiali abitavano,
invece, in case e ville requisite alla popolazione
locale. La palazzina di due piani della Kommandantur
di Birkenau, nella stessa area delle baracche, era
vis à vis della Lagerstrasse B. Gli SS, fuori
dagli orari di servizio, trascorrevano il tempo libero
nei locali delle loro baracche, oppure nei pressi
della Stazione di Auschwitz dove era organizzato per
loro un luogo di ritrovo con musica e prostitute.
Per lo sport disponevano nel Lager di un campo da
football, uno di pallavolo e di una piscina. Nei mesi
estivi andavano a nuotare anche nella vicina Sola,
affluente della Vistola. Per noi gli SS erano senza
volto, poiché non avevamo nessuna opportunità
di scambiare neppure un semplice sguardo con loro.
Il nostro riferimento erano le loro uniformi e i loro
gradi. I loro cani dobermann erano minacciosi, arcigni.
Erano stati istruiti a saltarci addosso e a strapparci
i genitali, per poi leccare il sangue del prigioniero
stramazzato al suolo, che moriva con urla disperate.
(Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz)
[...] Ci viene chiesto dai giovani, tanto più
spesso e tanto più insistentemente quanto più
quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa
erano fatti, i nostri "aguzzini". Il termine
allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere
è improprio: fa pensare a individui distorti,
nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine.
Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano
esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente
malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano
il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano,
in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti:
alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti
indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi
di fare carriera, o troppo obbedienti. Tutti avevano
subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta
dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai
suoi collaboratori, e completata poi dal Drill delle
SS. A questa milizia parecchi avevano aderito per
il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza,
o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari.
Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti,
chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti
aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio. Sia
ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore,
erano tutti, ma dev’essere altrettanto chiaro che
dietro la loro responsabilità sta quella della
grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato
all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope,
per stupidità, per orgoglio nazionale, le "belle
parole" del caporale Hitler, lo hanno seguito
finché la fortuna e la mancanza di scrupoli
lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina,
funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati
pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico.
(Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
APPELLO
Girai tutto attorno alla baracca. Cercai il posto
dove, di solito, mi mettevo per lo Zahlappell, la
conta del mattino e della sera, quel famigerato “appello”
che era, appunto, una delle forme della sofferenza
quotidiana, perché si trattava di stare, almeno
un’ora, in piedi; che piovesse o nevicasse non faceva
nessuna differenza. Se c’era una punizione, l’appello
poteva durare (successe ad Auschwitz) dodici, ventiquattr’ore:
chi sveniva rimaneva per terra, nessuno poteva toccarlo.
Prima ci contava il Kapo (o la Kapo) della baracca;
poi veniva la SS e di nuovo rifaceva il conto. (Liana
Millu, deportata ad Auschwitz)
La paura dell’Appell è bestiale. L’SS l’hanno
elaborato e pianificato minuziosamente, sistematicamente:
nei primi anni dell’esistenza del campo ha prodotto
decine di morti.Se un Haftling ha per caso lo sguardo
rivolto altrove quando l’Unterschaufuhrer (il caporal
maggiore) gli passa accanto, viene fucilato all’istante.
Se una delle file non è perfettamente allineata,
li fanno uscire tutti e cinque e li ammazzano uno
per uno. Nessuno si muove. Nessuno batte ciglio. Non
respirano nemmeno quelli davanti ai quali sfila l’SS.
Sui trenta piazzali del Lager E e su quelli dei vicini
A,B,C,D,F, 100-150.000 prigionieri affamati, abbrutiti
dalla sete, le ferite sanguinanti per le bastonate,
stanno irrigiditi sull’attenti. Un solo pensiero assilla
ognuno: “Che le forze non mi abbandonino!che io non
svenga proprio ora!” (Olivier Lustig, deportato ad
Auschwitz)
In mezzo al Lager è la piazza dell’Appello,
vastissima[…]Di fronte alla piazza dell’Appello c’è
un’aiuola dall’erba accuratamente rasata, dove si
montano le forche quando occorre. (Primo Levi, deportato
ad Auschwitz)
ARRIVO
Si vedevano, da entrambi i lati del binario, file
di lumi bianchi e rossi, a perdita d'occhio; ma nulla
di quel rumorio confuso che denunzia di lontano i
luoghi abitati. Alla luce misera dell'ultima candela,
spento il ritmo delle rotaie, spento ogni suono umano,
attendemmo che qualcosa avvenisse.Accanto a me, serrata
come me fra corpo e corpo, era stata per tutto il
viaggio una donna. Ci conoscevamo da molti anni, e
la sventura ci aveva colti insieme, ma poco sapevamo
l'uno dell'altro. Ci dicemmo allora, nell'ora della
decisione, cose che non si dicono fra i vivi. Ci salutammo,
e fu breve; ciascuno salutò nell'altro la vita.
Non avevamo più paura.Venne a un tratto lo
scioglimento. La portiera fu aperta con fragore, il
buio echeggiò di ordini stranieri, e di quei
barbarici latrati dei tedeschi quando comandano, che
sembrano dar vento a una rabbia vecchia di secoli.
Ci apparve una vasta banchina illuminata da riflettori.
Poco oltre, una fila di autocarri. Poi tutto tacque
di nuovo. Qualcuno tradusse: bisognava scendere coi
bagagli, e depositare questi lungo il treno. In un
momento la banchina fu brulicante di ombre: ma avevamo
paura di rompere quel silenzio, tutti si affaccendavano
intorno ai bagagli, si cercavano, si chiamavano l'un
l’altro, ma timidamente, a mezza voce. .(Primo Levi,
deportato ad Auschwitz)
[…] c’è quel rumore osceno e assordante degli
assassini intorno a noi, quando arrivati a quella
stazione preparata per noi, dai nostri assassini,
già da anni, Birkenau – Auschwitz: la porta
si apri e con grande violenza fummo tirati fuori tutti.
C’era una folla immensa: scendevamo dai vagoni, smarriti,
non sapevamo cosa fare, perché c’erano le SS
con i loro cani, i prigionieri adibiti a dividerci,
ad ammucchiare i nostri bagagli; le SS con i loro
occhi gelidi e i loro sorrisini ( straordinari i loro
sorrisini), avevano un ghigno con il quale ci dicevano:
«State calmi, calmi, adesso vi dobbiamo solo
registrare e poi le famiglie saranno riunite».
Le donne con i bambini da una parte, e gli uomini
dall’altra. Lasciai per sempre la mano di mio padre
e non lo rividi mai più, e fui messa in fila
con le altre donne. […] Ci guardavamo intorno, noi
ragazze scese da quel treno dove ancora qualcuno ci
chiamava amore, tesoro, guardavamo quel posto con
muri grigiastri, fili spinati elettrizzati e ci chiedevamo
ma dove siamo, quale posto è, stiamo sognando,
è un incubo da cui ci sveglieremo non è
possibile. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
[...] Terminata la selezione, divisero uomini e donne
e ci fecero entrare in due baracche diverse. Qui avvenne
la nostra orrenda metamorfosi. Il nostro processo
di spersonalizzazione iniziava da quella baracca.
Costrette a spogliarci completamente nude, davanti
ad alcune SS e alle guardine armate di bastoni, donne
dal viso cattivo e prive di qualsiasi sentimento,
fummo fatte poi sdraiare su dei lettini, come quelli
in dotazione ai medici, e fummo completamente rasate
in tutte le parti del corpo.
A questa mansione, erano addetti alcuni detenuti in
camice bianco, che fungevano da barbieri. Da quegli
uomini non udimmo neanche una parola, ma dal loro
silenzio intuimmo che "dovevano" farlo.
In un ultimo tentativo di difendermi da tanta violenza
fisica e morale, serrai le gambe, cercando di coprirmi
il seno con le braccia. Un nazista mi colpì
con la canna del fucile e brutalmente gridò:
"Spalanca le gambe e fatti rasare!"
In quel momento persi tutta la mia dignità
e il mio pudore.
Le guardiane di fronte a noi ci schernivano ridendo
e brandendo il bastone, per accrescere la nostra paura…
ma, ormai, non era più necessario.
Uguali nell’aspetto le une alle altre, già
fiaccate nello spirito, eravamo inermi davanti ai
nostri aguzzini che ridevano del nostro pudore, ci
schernivano per l’aspetto, ci mortificavano nella
nostra femminilità.
Eravamo ebrei, esseri immondi da eliminare: questa
la ferrea logica del Reich.
I nostri indumenti furono accatastati su carrelli
nel corridoio, mentre noi, costrette a passare in
una grande sala attigua, fummo sottoposte a una doccia
di gruppo: eravamo circa in trecento, pressate come
le sardine.
Durante la doccia, sentivo i corpi delle mie compagne
soffocare il mio e il contatto con quella pelle umida
ed estranea, spingeva alla difesa il mio organismo
ancora non abituato a quella vita disumana.
Più tentavo di evitare quel contatto e più
mi sembrava di rimanerne intrappolata. Mi sentivo
impazzire.
Possibile che fosse tutto vero? Possibile che stesse
accadendo a me? Ci furono attimi in cui la mente si
isolò dal corpo e non riuscì a riconoscersi
in quella grottesca figura, quale, ormai, era la mia.
Asciugate con enormi ventole che emanavano aria calda,
fummo successivamente rivestite con stracci, senza
biancheria, e con zoccoli disuguali. In seguito, avremmo
imparato che il camminare con questi zoccoli di misura
diversa, oltre a rappresentare una notevole difficoltà,
avrebbe contribuito a rendere più tragica la
vita, già tanto precaria, del lager.
(Elisa Springer, deportata ad Auschwitz)
AUFSEHERIN
Avevo sempre visto l’uomo come carnefice. Nella mia
testa erano gli uomini quelli che esercitavano violenza.
Invece nel lager femminile di Birkenau, dove erano
rinchiuse sessantamila donne, c’erano tutte le gerarchie
femminili. Per me è stato terribile rendermi
conto che le peggiori efferatezze venivano compiute
da donne su altre donne. Le Aufseherin, le sorveglianti,
erano donne SS. Ce n’erano di giovani, belle, curatissime
nella persona, e di non giovani e non belle; ce n’erano
alcune decisamente odiose anche di aspetto, dalle
quali ti aspettavi il gesto cattivo, il calcio degli
stivali neri lucidissimi che avevano un rinforzo di
ferro sotto la punta. Ma non ti aspettavi la stessa
durezza, la stessa crudeltà da parte di quelle
belle, perché ti sembrava che la bellezza già
dovesse appagarle. E invece erano implacabili. Le
ho viste compiere atti di soverchieria, di prepotenza
inaudita anche nei confronti di prigionieri uomini
che non potevano certo difendersi. Le ho viste frustare
senza pietà. E avevano mille occhi[…]Sopra
le divise avevano delle mantelle che le facevano assomigliare
ad uccelli del malaugurio[…]Venivamo trattate con
una violenza infinita. Ho preso tanti schiaffi e pugni
senza neanche sapere perché. Passavi e ti tiravano
un ceffone da voltarti la faccia. Con quella debolezza,
poi… E per niente. Erano cattiverie pure, gratuite.
D’un tratto, queste Aufseherin così tremende
con le prigioniere, davanti ai maschi SS si trasformavano
in femmine sorridenti, che sbattevano le ciglia. Si
davano appuntamento con loro, avevano le loro sale
dove incontrarsi. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
BAMBINI
Ho visto un bambino al Revier, uno zingaro. Aveva
forse tre anni e lo avevano ricoverato insieme con
un trasporto intero di zingare per una forma rara
di tifo. Le forme rare di qualsiasi malattia erano
studiate e prese in considerazione. Durante la convalescenza
veniva al centro della camera, tutto nudo, con una
collana di medagliette al collo e cantava e ballava
per noi, poi stendeva la manina bruna e chiedeva qualcosa:
aveva fame. Aveva il viso dolce e gli occhi quasi
spenti. Stava perdendo la vista, come tutte le donne
del suo trasporto.
Ho conosciuto un bambino al blocco 24, biondo, con
la testa rapata e con un vestito che gli cadeva addosso.
Aveva forse quattro anni, non parlava e non capiva
nessuna lingua. Era un bambino che non aveva nome,
e come noi portava un numero e un triangolo rosso
– politico – sul petto. Non l'ho mai visto piangere
e non l'ho mai sentito lamentarsi. Veniva all'appello
e poi correva a nascondersi in blocco. Di notte si
accucciava in un letto e cercava posto fra le braccia
di qualcuno di noi. L'ho visto per una quindicina
di giorni, poi è scomparso.(Lidia Beccaria
Rolfi, deportata a Ravensbruck)
Nel lavatoio un bambino nudo di due anni se ne va
in giro con un grosso bastone. Ha l’aria tutta soddisfatta,
perché finalmente è riuscito a procurarsi
qualcosa con cui giocare. Un uomo dice a mia madre:
- non è uno strazio che venga ammazzato anche
un bambino così?. (Ruth Kluger, deportata ad
Auschwitz)
Là, allora, c’era una sola parola ad avere
un significato astratto, un’unica parola che indicava
una cosa che non si poteva vedere, né sentire:
Kind, Kinder (bambino, bambini). Perché a Birkenau
non c’erano bambini. Nel 1944, quando sono arrivato,
a Birkenau, dalla rampa d’arrivo che era a meno di
100 metri dai vari campi , tutti i bambini fino a
14 anni venivano portati direttamente alla camera
a gas. Non ne lasciavano in vita nemmeno uno[…] Là,
a quel tempo… era il 9 giugno 1944 quando ho visto
un bambino per l’ultima volta, sulla rampa d’arrivo…In
quella lunga colonna senza fine che si dirigeva a
stento verso la camera a gas, c’erano neonati attaccati
al seno della madre o che dormivano fra le sue braccia,
bimbi che imploravano acqua, bimbi che piangevano
per il giocattolo perduto nella calca, bimbi con lo
sguardo immerso in quello disperato delle loro mamme,
Kinder, bambini che andavano a morire[…] A Birkenau
i bambini non restavano vivi, perché die Kinder
sono il futuro di un popolo, mentre per i nazisti
gli ebrei non dovevano avere un futuro. (Olivier Lustig,
deportato ad Auschwitz)
BEETHOVEN
Riflettevo così quando sentii il suono di un
violino. Il suono di un violino nell’oscura baracca
dove dei morti si ammucchiavano sui vivi. Chi era
quel pazzo che suonava il violino qui, sull’orlo della
propria tomba? O era solo un’allucinazione?Doveva
essere Juliek.Suonava un frammento di un concerto
di Beethoven. Non avevo mai ascoltato suoni così
puri. In un tale silenzio.Com’era riuscito a svincolarsi,
a estrarsi di sotto al mio corpo senza che io lo sentissi?L’oscurità
era totale. Sentivo soltanto quel violino ed era come
se l’anima di Juliek gli servisse da archetto. Suonava
la sua vita. Tutta la sua vita scivolava sulle corde.
Le sue speranze perdute, il suo passato bruciato,
il suo avvenire spento. Suonava quello che non avrebbe
mai più suonato.Non potrò mai scordare
Juliek. Come potrei scordare quel concerto dato per
un pubblico di agonizzanti e di morti! Ancora oggi,
quando sento suonare Beethoven, i miei occhi si chiudono
e, dall’oscurità, sorge il volto pallido e
triste del mio compagno polacco che dava l’addio col
suo violino a un uditorio di moribondi.Non so per
quanto suonò. Il sonno mi vinse, e quando mi
svegliai, sul fare del giorno, vidi Juliek di fronte
a me ripiegato su se stesso, morto. Accanto a lui
giaceva il violino, pestato, schiacciato, piccolo
cadavere insolito e sconvolgente.(Elie Wiesel, deportato
ad Auschwitz)
BERRETTO
Dormiamo uno a fianco all'altro, così fitti
che se uno si gira su un fianco si deve girare tutta
la fila, con un effetto domino da una parte e dall'altra.
Non abbiamo uno spazzolino da denti, non abbiamo un
cucchiaio. Però abbiamo un cappello. Ci cominciano
a dare una zuppa. Ogni gamella è riempita di
zuppa per due persone. Non siamo più soltanto
Italiani, con noi ci sono Croati, Serbi, Cecoslovacchi,
Russi, di tutta Europa in senso allargato. Quindi
tra di noi ci sono enormi difficoltà di lingua.
Non abbiamo un cucchiaio e siamo in due a prendere
la zuppa. In qualche modo ci intendiamo. La prendiamo
a sorsi, come mangia un maiale: un sorso io e un sorso
te. Però abbiamo il berretto. La storia della
zuppa va avanti per tutti i giorni che rimaniamo lì
e parallelamente si sviluppa una sorta di educazione
mutuando il linguaggio militare. Veniamo inquadrati
fuori dalla baracca alla mattina e al pomeriggio.
Noi nudi in fila con il nostro berretto. E per ore
il comando è Mützen ab, Mützen auf.
Mützen ab, Mützen auf. Su il berretto, giù
il berretto.(Gianfranco Maris, deportato a Mauthausen)
La paura era continua […]se nella galleria ci si scontrava
con una SS, quando s’arrivava proprio a pari, al millimetro,
noi ci si doveva levare il berretto, loro dicevano
Mutze, come saluto alle SS: se lo faceva un pochino
prima o un pochino dopo non gli diceva niente, solo
guardava e prendeva il numero […] Era un incubo continuo
(Gherardo Del Nista, deportato KZ Dora Mittelbau)
BIRKENAU/BUCHENWALD
Che i tedeschi volessero sarcasticamente deturpare
il romanticismo tedesco, quando diedero ai Lager i
loro nomi così graziosi? Oppure Buchenwald
(“bosco di faggi”) e
Birkenau (“campo delle betulle”) furono le trovate
spontanee del pensiero kitsch, intento ad occultare
e minimizzare?Chi fosse ignaro di tutto, infatti,
potrebbe canticchiare fra sé, come un sonnambulo,
“Birkenau e Buchenwald” su una melodia popolare, e
fargli far rima con versi dal facile riferimento alla
natura. (Ruth Kluger, deportata ad Auschwitz)
CANI
Il campo era immenso, con tanti cani dobermann a addestrati
a tirare slitte con rotelle e slitte porta ordini.
Ci mandavano a fare la pulizia dei canili e a dargli
da mangiare. Lo facevamo quando i cani non c’erano,
perché non conoscevano altro che la divisa.
Se ci fosse andato il padrone senza divisa avrebbe
sbranato anche lui. Noi mettevamo nelle ciotole la
carne secca. Li mantenevano bene i cani. Allora noi
aspettavamo che non ci fossero ufficiali in giro,
andavamo alla baracca dei cani e portavamo via le
gallette e gli altri cibi che gli davano in pasto.
Però poi si erano fatte furbe queste bestie,
se ne erano accorte e facevano un buco in terra, poi
rovesciavano la ciotola e ci si sedevano sopra, senza
muoversi di lì (Luigi Isola, deportato ad Auschwitz,
Mathausen, Orianenburg)
CAMERA A GAS
Le persone, mentre si avvicinavano al crematorio,
vedevano tutto… quella violenza terribile, il terreno
interamente circondato da SS in armi, i cani che abbaiavano,
le mitragliatrici.Tutti sospettavano… soprattutto
gli ebrei polacchi. Erano certo animati da neri presentimenti…
Ma nessuno di loro, nei suoi incubi peggiori, avrebbe
potuto immaginare che fra tre o quattro ore sarebbe
stato ridotto in cenere. […] Con cinque o sei cassette
di gas uccidevano duemilapersone.
Gli “addetti alla disinfezione”arrivavano in un veicolo
segnato da una croce rossa e scortavano le colonne
per far loro credere che li accompagnavano al bagno.
Ma in realtà la croce rossa non era che finzione;
essa mascherava le cassette di Zyklon e i martelli
per aprirle.La morte per il gas durava da dieci a
quindici minuti.Il momento più terribile era
l’apertura della camera a gas,quella visione intollerabile:le
persone, schiacciate come basalto, blocchi compatti
di pietra.Come crollavano fuori dalle camere a gas!
L’ho visto parecchie volte.Ed era la cosa più
penosa di tutte. A questa non ci si abituava mai.
Era impossibile. Bisognava immaginare: il gas,quando
cominciava ad agire,si propagava dal basso in alto.
E nella lotta spaventosa che allora si scatenava -
perché era una lotta –nelle camere a gas toglievano
la luce, era buio, non ci si vedeva, e i più
forti volevano sempre salire, salire più in
alto. Certamente sentivano che più si saliva
meno mancava l’aria,meglio si poteva respirare.Si
scatenava una battaglia.E nello stesso tempo quasi
tutti si precipitavano verso la porta.Era un fatto
psicologico, la porta era lì…ci si avventavano,
come per forzarla.
Irreprimibile istinto. In quella lotta contro la morte.il
padre non sapeva più che suo figlio era lì,
sotto di lui.Quando si aprivano le porte, cadevano…cadevano
come un blocco di pietra…
una valanga di grossi blocchi che cadono da un camion.
E dove era stato versato il Zyklon, era vuoto. Nel
posto dei cristalli non c’era nessuno.
Sì. Tutto uno spazio vuoto.
Evidentemente le vittime sentivano che in quel punto
il Zyklon agiva di più.
Le persone erano… erano ferite, perché nel
buio avveniva una mischia,
si dibattevano, lottavano. Sporchi, insozzati, sanguinanti
dalle orecchie, dal naso. Certe volte si notava pure
che quelli che giacevano al suolo erano, a causa della
pressione degli altri, totalmente irriconoscibili…certi
bambini avevano il cranio fracassato…
Vomito, sangue. Dalle orecchie, dal naso… anche sangue
mestruale forse, no, non forse, certamente.
C’era di tutto in quella lotta per la vita… quella
lotta di morte. Era atroce da vedere. Ed era la cosa
più difficile (Filip Müller, superstite
delle cinque liquidazioni del “Sonderkommando” di
Auschwitz )
CAMINO
Nel mio ricordo Auschwitz è soprattutto il
camino. Non so quando, ma a un certo punto sapevo
di essere in quel posto chiamato Auschwitz e per me
quel nome si legava alla ciminiera. Qualcuno, non
ricordo chi, dovette dirmi qualche cosa. Sta di fatto
che io sapevo che lì dentro si inceneriva la
gente. Uscivano anche fiamme, non solo fumo grigio.
Vampate di fiamme, da cui pioveva come una nebbiolina
grigia che si posava dappertutto. E si sentiva sempre
quell’odore, io non capivo che cosa fosse. Dopo ho
saputo che era carne bruciata. (Tatiana Bucci, deportata
ad Auschwitz)
Nel campo giravano molte voci sui crematori e noi
ci immaginavamo qualcosa di terribile, ma quell’edificio
che si vedeva oltre la recinzione del filo spinato
assomigliava alle docce, o alle cucine del Lager,
solo un po’ più allungato, con un alto camino
centrale. Ne siamo rimaste profondamente atterrite.
E’ da allora che ha incominciato a impavesare su di
noi l’immagine del crematorio[…] Il crematorio è
stata la nostra ossessione per tutto il periodo che
abbiamo passato nel Lager. Da un momento all’altro
si poteva essere e mandate lì dentro.Una volta-
ero già tornata da tanti anni- stavo andando
a scuola a insegnare e, alla periferia di Torino,
mi sono trovata di fronte a un camino. Mi sono dovuta
appoggiare a un muro perché ero sul punto di
svenire. (Giuliana Tedeschi, deportata ad Auschwitz)
Due uomini litigano davanti alla baracca. - Cosa gridi
tanto?- dice uno- Non prendertela, il camino è
acceso per te come per me. (Ruth Kluger, deportata
ad Auschwitz)
CENERI
Le ceneri umani provenienti dai crematori, tonnellate
al giorno, erano facilmente riconoscibili come tali,
poiché contenevano spesso denti o vertebre.
Ciò non ostante, furono usate per vari scopi:
per colmare terreni paludosi, come isolante termico
nelle intercapedini di costruzioni in legno, come
fertilizzante fosfatico; segnatamente, furono impiegate
invece della ghiaia per rivestire i sentieri del villaggio
delle SS, situato al campo. Non saprei dire se per
pura callosità, o se non invece perché,
per la sua origine, quello era materiale da calpestare.
(Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
CASA
Sono riuscito ad arrivare al punto che, mentre le
mie mani erano affaccendate con la pala o la zappa
– con movimenti dosati con parsimonia e sempre limitati
allo strettissimo indispensabile- io ero come assente[…]la
mia occupazione preferita consisteva nell’immaginarmi
e ripetermi continuamente un’intera giornata a casa,
senza lacune, se possibile dal mattino fino alla sera
e di farlo limitandomi comunque a fatti modesti. Perché
mi sarebbe costata troppa fatica immaginare una giornata
eccezionale, magari addirittura la giornata ideale-
e così immaginavo semplicemente una giornata
brutta, la sveglia al mattino presto, la scuola, l’imbarazzo,
il pranzo cattivo, e qui nel campo di concentramento
realizzavo tutte le innumerevoli opportunità
che non avevo saputo cogliere, che avevo rifiutato
o magari nemmeno notato, e le realizzavo, oserei dire,
il più compiutamente possibile.Ne avevo già
sentito parlare e adesso potevo testimoniarlo io stesso:
davvero, neppure i muri opprimenti di una prigione
possono frenare il volo dell’immaginazione. Il problema
era soltanto questo: se mi spingevo fino a dimenticare
persino le mani, allora la realtà ben presto
tornava a imporsi con grande vigore e determinazione
perché, malgrado tutto, qui continuava a esistere.
(Imre Kertesz, deportato ad Auschwitz e Buchenwald)
COLORI
Quando mi trovavo nel Lager non esisteva più
alcun colore: vedevo solo blu e grigio, ovvero il
colore delle nostre divise. Anche il cielo era sempre
cupo… il fumo del crematorio lo oscurava. Durante
i 17 mesi in cui fui prigioniera a Ravensbruck non
riuscii mai a vedere il cielo blu, anche se il tempo
era bello. (Anja Lundholm, deportata a Ravensbruck)
CORPO
Nelle stupide fiabe della mia infanzia, compariva
spesso “il garzone girovago” oppure il “povero ragazzo”
che per potere chiedere la mano della principessa
va a servizio dal re, e questo tanto più volentieri,
perché deve farlo solo per sette giorni.”Ma
sette giorni da me sono sette anni!”gli dice il re;
ebbene io potrei dire lo stesso del campo di concentramento.
Per esempio non avrei mai creduto di potermi trasformare
tanto in fretta in un vecchio raggrinzito. A casa
ci vuole del tempo, almeno cinquanta, sessant’anni:
qui tre mesi erano bastati perché il mio corpo
mi piantasse in asso.Posso dire che non c’è
niente di più increscioso, niente di più
avvilente, che constatare giorno dopo giorno, mettere
in conto giorno dopo giorno che un altro pezzo di
noi è deperito. A casa, anche se non ci avevo
prestato particolare attenzione, vivevo più
o meno in armonia con il mio organismo, questa macchina,
per chiamarla così, mi piaceva. Ricordavo una
domenica pomeriggio, quando nella penombra della stanza
leggevo un romanzo avvincente e intanto, piacevolmente
distratto, mi accarezzavo con la mano la pelle elastica
e liscia e la peluria dorata che si stendeva sopra
i muscoli delle mie cosce abbronzate. Quella stessa
pelle pendeva adesso pendeva floscia e grinzosa, era
gialla e avvizzita, coperta da ogni sorta di piaghe,
aloni marroni, lesioni e screpolature, rughe e squame
che, soprattutto fra le dita, procuravano un prurito
fastidioso. “Scabbia”, constatò Bandi Citrom
quando gliele mostrai e annuì come uno che
se ne intende. Io non potevo fare altro che stupirmi
per la rapidità, per il ritmo forsennato con
cui lo stato coprente, l’elasticità, la carne
abbandonavano le mie ossa, si scioglievano, marcivano
fino a scomparire del tutto. Ogni giorno venivo sorpeso
da qualcosa di nuovo, da un nuovo difetto, da una
nuova oscenità che colpivano questo oggetto
sempre più strano, sempre più estraneo,
che pure era stato un buon amico: il mio corpo. (Imre
Kertesz, deportato ad Auschwitz e Buchenwald)
CUCCETTA
Non so chi sia il mio vicino; non sono neppure sicuro
che sia sempre la stessa persona, perché non
l'ho mai visto in viso se non per qualche attimo nel
tumulto della sveglia, in modo che molto meglio del
suo viso conosco il suo dorso e i suoi piedi. Non
lavora nel mio Kommando e viene in cuccetta solo al
momento del silenzio; si avvoltola nella coperta,
mi spinge da parte con un colpo delle anche ossute,
mi volge il dorso e comincia subito a russare. Schiena
contro schiena, io mi adopero per conquistarmi una
superficie ragionevole di pagliericcio; esercito colle
reni una pressione progressiva contro le sue reni,
poi mi rigiro e provo a spingere colle ginocchia,
gli prendo le caviglie e cerco di sistemarle un po'
più in là in modo da non avere i suoi
piedi accanto al viso: ma tutto è inutile,
è molto più pesante di me e sembra pietrificato
dal sonno.Allora io mi adatto a giacere così,
costretto all'immobilità, per metà sulla
sponda di legno. Tuttavia sono così stanco
e stordito che in breve scivolo anch'io nel sonno,
e mi pare di dormire sui binari del treno. (Primo
Levi, deportato ad Auschwitz)
DANTE
[…]Il canto di Ulisse. Chissà come e perché
mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo
di scegliere, quest'ora già non è' più
un'ora. Se Jean è intelligente capirà.
Capirà: oggi mi sento da tanto [… ] Chi è
Dante. Che cosa è la Commedia: Quale sensazione
curiosa di novità si prova, se si cerca di
spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia.
Come è distribuito l'Inferno, cosa è
il contrappasso. Virgilio è la Ragione, Beatrice
è la Teologia. Jean è attentissimo,
ed io comincio, lento e accurato:
Lo maggior corno della fiamma antica
Cominciò a crollarsi mormorando,
Pur come quella cui vento affatica.
Indi, la. cima in qua e in là menando
Come fosse la lingua che parlasse
Mise fuori la voce, e disse: Quando...
Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero
Dante e povero francese! Tuttavia l'esperienza pare
prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine
della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato
per rendere "antica". E dopo "Quando"?
Il nulla. Un buco nella memoria. "Prima che sì
Enea la nominasse". Altro buco. Viene a galla
qualche frammento non utilizzabile: "…la pietà
Del vecchio padre, ne 'I debito amore Che doveva Penelope
far lieta…" sarà poi esatto?
…Ma misi me per l'alto mare aperto.
Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in
grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché
"misi me" non è "je me mis",
è molto più forte e più audace,
è un vincolo infranto, è scagliare se
stessi al di là di una barriera, noi conosciamo
bene questo impulso. L’alto mare aperto: Pikolo ha
viaggiato per mare e sa cosa vuoi dire, è quando
l'orizzonte si chiude su se stesso, libero diritto
e semplice, e non c'è ormai che odore di mare:
dolci cose ferocemente lontane.
Siamo arrivati al Kraftwerk, dove lavora il Kommando
dei posacavi. Ci dev'essere I'ingegner Levi. Eccolo,
si vede solo la testa fuori della trincea. Mi fa un
cenno colla mano, è un uomo in gamba, non l'ho
mai visto giù di morale, non parla mai di mangiare.
"Mare aperto". "Mare aperto".
So che rima con "diserto": "...quella
compagna Picciola, dalla qual non fui diserto",
ma non rammento più se viene prima o dopo.
E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là
delle colonne d'Ercole, che tristezza, sono costretto
a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato
che un verso, ma vale la pena di fermarcisi:
…Acciò che I'uom più oltre non si metta.
"Si metta": dovevo venire in Lager per accorgermi
che è la stessa espressione di prima, "e
misi me". Ma non ne faccio parte a Jean, non
sono sicuro che sia un'osservazione importante. Quante
altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è
già alto, mezzogiorno è vicino. Ho fretta,
una fretta furibonda. Ecco, attento Pikolo, apri gli
orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca:
Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza.
Come se anch'io lo sentissi per la prima volta: come
uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un
momento, ho dimenticato chi sono e dove sono. Pikolo
mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo,
si è accorto che mi sta facendo del bene. O
forse è qualcosa di più: forse, nonostante
la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso,
ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda,
che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi
in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare
di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.(Primo
Levi, deportato ad Auschwitz)
DIO
Le tre vittime montarono insieme sugli sgabelli.
I tre colli furono infilati nei cappi allo stesso
momento.
“Viva la libertà!” gridarono i due adulti.
Ma il ragazzo rimase in silenzio.
“Dov’è Dio? Dov’è?” chiese qualcuno
dietro di me.
Ad un segno del comandante del campo, i tre sgabelli
rotolarono…
Cominciò la marcia dinanzi alle forche. I due
grandi non vivevano più. Le lingue cianotiche
penzolavano gonfie. Ma la terza corda si muoveva ancora;
così leggero, il ragazzo era ancora vivo…
Stette là per più di mezz’ora, lottando
tra la vita e la morte, morendo d’una lenta agonia
sotto i nostri occhi. E lo dovemmo guardare bene in
faccia. Era ancora vivo quando io passai. La lingua
ancora rossa, gli occhi non ancora vitrei. Dietro
di me, udii lo stesso di prima domandare:
“Dov’è Dio adesso?”
E udii una voce dentro di me rispondergli:
“Dov’è? Eccolo lì – appeso a quella
forca…”
Quella notte la zuppa sapeva di morto.(Elie Wiesel,
deportato ad Auschwitz)
ESPERIMENTI
All’ospedale i giorni passavano lentamente.
Un mattino il medico, che era un prigioniero polacco,
fu accompagnato da un soldato tedesco. Si rivolsero
alla mia compagna di letto, tedesca anche lei. Avevo
imparato qualche parola in quella lingua, sufficiente
a capire quello che la tedesca diceva al soldato:
“Prendete l’italiana”. Purtroppo il mio tedesco non
bastava a far comprendere le mie proteste o più
probabilmente a quelli non importava niente. “Prendete
l’italiana”. Che volevano farmi? L’unica cosa di cui
ero certa era che non si trattava di niente di buono.
Mi fecero scendere dal letto, mi avvolsero in una
coperta – come al solito ero nuda – e mi portarono
fuori al freddo. Avevo una terribile paura; non sapevo
cosa volessero da me, ma ad Auschwitz le novità
di solito erano brutte.
Arrivò una specie di ambulanza. Pensai subito
alla camera a gas, ma poi mi dissi: “Ma la camera
a gas per una persona sola, e l’ambulanza…”. Ragionavo
ma non tanto bene, avevo troppa paura. L’ambulanza
mi portò da Birkenau ad Auschwitz, il Campo
principale. Auschwitz era molto diversa da Birkenau:
le costruzioni erano più fitte e tutte in muratura,
la gente sembrava in condizioni anche peggiori delle
nostre, persone ingrigite, con occhi senza speranza,
con la divisa a strisce che si afflosciava sui corpi
scheletrici, con l’immancabile numero tatuato sul
braccio. Molti là portavano la stella gialla.
Il filo elettrificato circondava dappertutto uomini
e costruzioni.
Arrivammo ad un edificio più grande degli altri.
Non era la camera a gas.
Entrammo in una stanza a due letti. Letti veri, non
tavolacci, con lenzuola e coperte. E c’era un vero
bagno in cui mi accompagnarono, un bagno come non
ne vedevo da tanto tempo. Mi fecero lavare con del
sapone – quasi non ricordavo più come si facesse
- poi mi dettero una camicia da notte. Anche nella
stanza c’era un lavandino. Tutto era pulito, in ordine.
Credevo di sognare, ero sbalordita e molto spaventata.
Avevo sete e andai a bere al lavandino. Arrivò
di corsa un’infermiera: “Tu non bere, acqua inquinata,
c’è tifo!”.
“Ma che m’importa, sono mesi che bevo quest’acqua,
me lo sarei già preso!”
“Tu aspetta”. Uscì sempre di corsa e rientrò
portandomi un bicchiere di latte.
“Ma che sta succedendo?” – mi chiesi.
Lo seppi anche troppo presto. Il mattino seguente
arrivò il dottore e fu tremendo. Mi portarono
in sala operatoria, mi cosparsero con una pomata,
non so ancora cosa fosse, e due ore dopo ero tutta
una piaga. Il dolore era insopportabile, piangevo
e mi lamentavo. “Ti porto la marmellata”. Così
tentava di consolarmi il medico.
E me la portò davvero, ma non riuscii a mangiarla,
stavo troppo male.
Vennero a trovarmi delle ragazze greche che erano
ricoverate al piano di sopra. In quella specie di
lingua internazionale che si parlava ad Auschwitz
– un po’ tedesco, un po’ tutte le altre lingue e molto
a gesti – mi spiegarono: “Siamo al Blocco Esperimenti.
Provano su di noi delle medicine; ma prima devono
farci ammalare”.
Al Blocco rimasi parecchio tempo. Gli esperimenti
erano sgradevoli e dolorosi (mi iniettarono la scabbia,
il tifo, e una dozzina di altre malattie di cui non
conosco il nome) e spesso le cure erano anche peggio
della malattia. Per un mese andai avanti e indietro
dalla sala operatoria e alla fine ero ridotta in uno
stato pietoso, nonostante fossi al caldo, avessi da
mangiare – non molto, ma certo più che al Campo
– e fossi libera dai maledetti appelli.
Cristina, l’infermiera, era polacca ed era amica del
dottore che mi aveva scelta per il blocco. Era una
brava persona; il dottore veniva a trovarla tutti
i giorni e le portava del cibo che lei divideva con
noi. Quando si avvicinava al mio letto, il medico
voltava la testa verso l’infermiera e la scuoteva,
come a dire: “Questa non ce la fa”. “Ce la faccio,
vedrai…” – pensavo io. Ma non riuscivo quasi più
a scendere dal letto.
Pian piano mi alzai dal letto e sorreggendomi con
la sedia mi trascinai fino al lavandino. Mi aggrappai
al bordo con tutt’e due le mani, perché la
testa mi girava.
Alzando gli occhi vidi una sconosciuta, uno scheletro
sparuto coperto di piaghe. Pensai: “Dio, com’è
ridotta questa!” E portai le mani al viso. La sconosciuta
fece lo stesso gesto. Allora capii con orrore che
stavo guardando la mia immagine allo specchio. Non
mi ero più specchiata da quando avevo lasciato
la mia casa.
Dio quanto piansi! Eppure ce la feci. Quando smisero
di iniettarmi microbi, riuscii a rimettermi e a camminare.(Settimia
Spizzichino, deportata ad Auschwitz)
FAME
Anche a casa avevo sempre avuto fame- o almeno avevo
creduto di averne; ma così ininterrotta, diciamo
così a lungo termine, non l’avevo mai conosciuta
prima. Mi trasformai in un buco, in un vuoto e ogni
mio tentativo, ogni mio sforzo mirava a superare,
a riempire, a far tacere le continue richieste di
quel vuoto senza fondo, quel vuoto incolmabile. (Imre
Kertesz, deportato ad Auschwitz e Buchenwald)
Qualche volta mi vergognavo di me stessa, perché
quando cercavo di pensare al mio bambino non riuscivo
a vedere la sua faccia: vedevo una pagnotta di pane,
perché la fame era più forte ancora
del ricordo.(Elena Recanati, deportata ad Auschwitz)
Parlavamo solo di mangiare, eravamo delle ragazze
affamate, che avevamo inventato delle ricette che
oggi si chiamerebbero virtuali e soprattutto avevamo
inventato una torta enorme, straordinaria, grande
come una casa, che avrebbe potuto stare sul piazzale
dove avvenivano le esecuzioni, le impiccagioni e che
avrebbe sfamato con la sua panna, con il suo cioccolato,
con la sua crema, tutte le prigioniere e tutte avremmo
scavato questa torta. Questi erano i nostri discorsi
legati al pensiero fisso di mangiare. (Liliana Segre,
deportata ad Auschwitz)
Periodicamente viene il Kapo fra noi e chiama: Wer
hat noch zu fressen? […] realmente questo nostro mangiare
in piedi, furiosamente, scottandoci la bocca e la
gola, senza il tempo di respirare, è “fressen”,
il mangiare delle bestie, e non certo “essen”, il
mangiare degli uomini, seduti davanti a un tavolo,
religiosamente. “Fressen”è il vocabolo proprio,
quello comunemente usato fra noi. (Primo Levi, deportato
ad Auschwitz)
FANGO
Non guardiamo, ci dicevamo l’una all’altra. E puntavamo
gli occhi sul fango, uno straordinario fango che mai
avevamo veduto. Non pareva terra e acqua, ma qualcosa
di organico che fosse andato in decomposizione, carne
putrefatta divenuta liquame. E nello stesso tempo
aveva una sua presenza. Come se dalla morte fosse
verminata una mostruosa forma di vita, subdola e invidiosa,
che ci afferrava alle caviglie, che ci impediva di
camminare veloci come ci veniva ordinato. (Piera Sonnino,
deportata ad Auschwitz)
FEDI
Ricordo che in una scuola un ragazzetto mi chiese:
Se potesse tornare indietro, che cosa farebbe pur
di non finire laggiù? Gli risposi che non avrei
fatto nulla. Lui però insistette: Perché
non farebbe niente? Mi mise in imbarazzo, dal momento
che era complicato rispondergli. Di fatto, nel 1943,
non feci proprio nulla per mimetizzarmi o per nascondermi.
Entrare nella Resistenza non era proprio il modo più
adatto per sfuggire ai pericoli. Ma non sapevo che
cosa fosse Auschwitz, anzi non sapevo nemmeno che
esistesse.
Tornando alla domanda del ragazzino, mi chiedo: E
ora che so? Ora che so, credo che non vorrei mai rinunciare
a quella esperienza suprema, esperienza della convivenza
con la morte, esperienza delle reazioni che la convivenza
con la morte produce in noi stessi e negli altri;
esperienza di quello che è e che può
diventare l'uomo; esperienza della necessità
della fede, di credere in qualcosa.
Dicendo "fede", intendo sia la fede religiosa
sia la fede laica sia la fede politica. Come dice
il Levitico: "Se è testimone perché
ha visto e sentito qualcosa e non lo riferisce, colui
porti il peso del suo peccato" (Lev. 5,1).
Non mi gravo di questo peccato; piuttosto, siccome
racconto sempre, ogni volta che mi capita di parlare,
la mia testimonianza, insisto sul fatto che dove c'è
una forza potente e brutale, tesa senza requie a distruggere
l'essere umano – badiamo bene, nell'animo prima ancora
che nel corpo -, dove c'è una simile forza,
l'unico modo per resistervi rimanendo umani è
avere una controforza, è difendersi con l'armatura
morale di una fede.
Nel lager c'era la compresenza di questa fede. Della
fede religiosa si conoscono epifanie commoventi e
io stessa potrei testimoniare di quelle viste proprio
con i miei occhi, vicine a me. Della fede politica,
leggendo i documenti, sappiamo che operò una
resistenza in mezzo ai pericoli atroci perfino nei
lager, e ciò testimonia quanto adamantina potesse
essere. Infine, la fede laica, che fu anche di Primo
Levi. La fede laica faceva nella mente, nell'anima,
un baluardo, un bunker inviolabile alle brutalità
e alle abiezioni che circondavano, un rifugio dove
conservare l'idea, il concetto di tutte quelle cose
che illuminano la vita civile, che rendono la vita
"civile".
Inoltre, in un posto dove non era possibile abbandonarsi
nemmeno agli affetti più cari – perché
anche l'abbandonarsi all'idea della famiglia, che
sarebbe stata la cosa più normale, poteva diventare
un'arma a doppio taglio nel lager, poteva dare resistenza
o, al contrario, consumare-, l'unico rifugio per trovare
conforto era la mente, ricuperando dalla memoria dei
versi che magari non si ricordava nemmeno di avere
studiato, di aver conosciuto. Cito uno dei miei preferiti:
"Uomini, pace / sulla prona terra / troppo è
il mistero. (Liana Millu, deportata ad Auschwitz)
In
nessun momento ho potuto scorgere in me la possibilità
della fede[…] né sono mai stato un seguace
impegnato, o vicino a una determinata ideologia politica.
Tuttavia devo ammettere di aver avuto, e di avere
ancora, una profonda ammirazione e per i compagni
religiosi e per quelli politicamente impegnati. Potevano
essere più o meno “spirituali”, nel senso che
abbiamo voluto dare al termine, non aveva alcuna importanza.
La fede politica o religiosa nei momenti decisivi
era per loro un prezioso sostegno, mentre noi intellettuali
scettico-umanistici invano invocavamo i nostri numi
letterari, filosofici, artistici. Marxisti militanti,
testimoni di Geova settari, cattolici praticanti,
eruditissimi economisti e teologi ma anche operai
e contadini meno dotti, a tutti loro la fede o l’ideologia
forniva quel punto d’appoggio nel mondo che consentiva
loro di scardinare spiritualmente lostato delle SS[…]Sopravvissero
meglio e morirono con maggiore dignità dei
loro compagni intellettuali non credenti o apolitici,
sovente tanto più colti e avvezzi al pensiero
esatto. (Jean Amery, deportato ad Auschwitz)
GIORNI
I giorni erano legati solo agli avvenimenti, non c’erano
calendari o giornali a ricordarci le date, non potevamo
quindi dire “il 10 dicembre”; dicevamo invece: “il
giorno che mi hanno picchiata” o “il giorno in cui
è morta Anna”.(Settimia Spizzichino, deportata
ad Auschwitz)
KAPO
Kapo era l’Haftling che portava sul braccio sinistro
una larga fascia nera. Non si sapeva esattamente di
cosa fosse capo, comunque era chiaro che poteva punire,
bastonare, ammazzare qualsiasi altro Haftling che
non facesse parte della gerarchia interna al campo.
Un Kapo poteva essere il capo di una squadra addetta
al lavoro, poteva sorvegliare squadre di tecnici che
eseguivano riparazioni nel Lager, accompagnare colonne
in marcia o controllare l’ordine sull’Appellplatz.
Ma al di là di questo poteva bastonare, picchiare
a sangue, uccidere qualsiasi Haftling che non avesse
un incarico specifico[…]Il Kapo picchiava, ammazzava
per sadismo, per odio, per dimostrare il suo potere,
per umiliare e distruggere l’indifeso che aveva di
fronte, picchiava ed ammazzava anche per paura, la
folle paura di non essere considerato all’altezza
del suo compito e di venir destituito. (Olivier Lustig,
deportato ad Auschwitz)
Le Kapo e i Kapo che comandavano le squadre di lavoro
non erano mai ebrei, erano criminali comuni che avevano
avuto questa qualifica perché- per inclinazione
personale o per essere stati induriti dal carcere-
avevano una predisposizione al comando, alla violenza,
al sadismo. Nei loro confronti non ho nessun riguardo,
perché vivevano una condizione molto diversa
dalla nostra, facevano lavori meno pesanti, non dovevano
passare la selezione, non rischiavano la camera a
gas. Loro non soffrivano la fame come noi, e in più
ricevevano pacchi da casa, ricevevano posta da casa.
Sapevano benissimo che si sarebbero salvati. Ho di
loro un orribile ricordo. (Goti Bauer, deportata ad
Auschwitz)
Tutti i Kapos picchiavano: questa faceva parte ovvia
delle loro mansioni, era il loro linguaggio, più
o meno accettato; era del resto l’unico linguaggio
che in quella perpetua Babele potesse veramente essere
inteso da tutti. Nelle sue varie sfumature, veniva
inteso come incitamento al lavoro, come ammonizione
o punizione, e nella gerarchia delle sofferenze stava
agli ultimi posti. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
KRANKENHAUS
(…) La nostra vita era sempre in pericolo. Si poteva
morire per il sadismo di un SS, per un ordine eseguito
in ritardo, per una punizione senza ragione. Ammalarsi,
però, era il timore di tutti: un Häftling
malato era condannato alla camera a gas. Sul lato
nord, a fianco del Campo degli zingari e del Kanada,
fra i crematori III e IV, c’era a Birkenau il Krankenbau,
un complesso di quattordici baracche destinate ad
ospitare circa duemila prigionieri ammalati. Lì,
forse, portarono mio padre esausto e ridotto a pelle
e ossa. Esito a chiamarlo ospedale, in quanto era
piuttosto un luogo di orrore, l’anticamera delle Camere
a gas, che emanava un tanfo orribile di escrementi
e corpi in decomposizione. Insomma, una vera e propria
area della morte. Raramente accadeva che i prigionieri
ricoverati nel Krankenbau ritornassero nel Campo principale.
Infatti ogni trasferimento aveva un’unica destinazione,
la morte per gas. La dissenteria, seguita dal tifo,
era tra le cause principali di mortalità. Poi
c’erano fratture agli arti procurate da percosse,
ferite al cranio e infiammazioni polmonari. Non erano
disponibili né medicinali, salvo 10/15 compresse
di Aspirina per 800/900 ammalati, né bendaggi,
sostituiti dalla carta igienica. Gli infermieri più
attivi riuscivano talvolta a procurarsi medicinali,
promettendo a chi glieli forniva di aiutare qualche
specifico ricoverato. C’era frequentemente la possibilità
di trovare qualche medicamento al Kanada. Talvolta
i medici si adopravano per trafugare medicinali dall’ospedale
riservato agli SS. Nascondevano ammalati e debilitati
falsificando con grande rischio cartelle mediche e
occultavano prigionieri condannati al Crematorio.
Naturalmente potevano salvare solo un numero limitato
di persone, e il problema più drammatico era
quello di scegliere chi aiutare fra le centinaia di
condannati. Era una posizione molto difficile, e il
grande eroismo di quei medici fu condotto con determinazione
nel nome della loro deontologia professionale. Nel
Krankenbau venivano effettuate periodiche selezioni
soltanto tra gli ebrei – i paria del Lager – per mandarli
a morire. Il terrore era costante, perché nessuno
– malato, convalescente o guarito – poteva considerarsi
al riparo da quel rischio estremo. Mengele aveva qui
la Baracca 15 dove eseguiva i suoi satanici esperimenti
su bambini gemelli, mentre in altre baracche venivano
fatte sperimentazioni di ogni tipo sui prigionieri,
soprattutto a fini militari (…)(Nedo Fiano, deportato
ad Auschwitz)
INTERPRETE
L’uso della parola per comunicare il pensiero, questo
meccanismo necessario e sufficiente affinché
l’uomo sia uomo era caduto in disuso.Era un segnale:
per quegli altri, uomini non eravamo più: con
noi, come con le vacche e i muli, non c’era una differenza
una differenza sostanziale tra l’urlo e il pugno.(Primo
Levi, deportato ad Auschwitz)
Mi assorda con un fiume di parole, non capisco ciò
che dice, voglio spiegarmi. Chiedo un interprete,
un Dolmetscher[…] Il kapò ha deciso. Mi dice:
Eccoti il Dolmetscher – e mostrandomi il pugno aggiunge:
Zehn Dolmetscher. Dieci pugni è la punizione.
(Vincenzo Papalettera, deportato)
LAVORO
Incolonnate
funf zu funf, cinque per cinque( la conta su base
cinque è la più facile), pala in spalla
e passo marziale, sono accompagnate all’esterno del
campo, su certe dune sabbiose che si trovano ai confini
fra il lago e la pineta. Il lavoro consiste nel prendere
una palata di sabbia nel mucchietto di sinistra e
gettarla in quello di destra dove la compagna di fianco
esegue la medesima operazione. La sabbia viaggia in
tondo e ritorna al luogo di partenza dopo essere passata
sulla pala di tutte le deportate addette al lavoro.
Se la compagna di sinistra è più forte,
se sa usare la pala, e se non ha ancora capito o non
vuole capire il gioco delle aguzzine, il mucchio di
sinistra cresce, l’SS se ne accorge, incomincia a
urlare: “Schnell!”e spesso picchia con le mani o con
il frustino la deportata che non sa reggere il ritmo…Alla
fatica fisica si aggiunge la rabbia per questo lavoro
inutile, assurdo…E tuttavia anche questo lavoro senza
senso ha uno scopo: a Ravensbruck tutto ha un senso,
se visto nella logica della città concentrazionaria.(Lidia
Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbruck)
[…] Resnyk […] solleva da solo la traversina e me
l’appoggia sulla spalla destra con precauzione, poi
alza l’altra estremità, vi pone sotto la spalla
sinistra e partiamo. La traversina è incrostata
di neve e fango, a ogni passo mi batte contro l’orecchio
e la neve mi scivola sul collo. Dopo una cinquantina
di passi sono al limite di quanto si suole chiamare
la normale sopportazione: le ginocchia si piegano,
la spalla duole come stretta in una morsa, l’equilibrio
è in pericolo[…] Mi mordo profondamente le
labbra: a noi è noto che il procurarsi un piccolo
dolore estraneo serve come stimolante per mobilitare
le estreme riserve di energia. Anche i Kapos lo sanno:
alcuni ci percuotono per pura bestialità e
violenza, ma ve ne sono altri che ci percuotono quando
siamo sotto il carico, quasi amorevolmente, accompagnando
le percosse con esortazioni e incoraggiamenti, come
fanno i carrettieri coi cavalli volenterosi. (Primo
Levi, deportato ad Auschwitz)
La
stazione ferroviaria sembrava[…] una piccola, confortevole
stazione di campagna. L’accoglienza fu invece meno
cordiale: ad aprire gli sportelloni […] furono dei
soldati[…].Un paio di brevi ordini, qua e là
uno schiocco, a volte cupo, altre secco, qualche stivale
che prendeva lo slancio per colpire, un paio di colpi
col fucile, di tanto in tanto un grido soffocato di
dolore- e già si era formato il corteo, già
avanzava in marcia , come trascinato da una fune[…]
La zona era molto verde, c’erano degli edifici graziosi
e, in lontananza, nascosti tra gli alberi, ville,
giardini, parchi […] Sul lato destro della strada,
a un tratto ci sorprese un vero e proprio piccolo
zoo: cerbiatti, roditori e altri animali ancora; tra
loro c’era anche un orso bruno un po’ deperito e rinchiuso
in una gabbia che nell’udire il rumore dei nostri
passi si rizzò subito sulle zampe posteriori,
tutto concitato e languido, ed eseguì un paio
di mosse divertenti[…] Poi passammo davanti a un monumento
eretto in una radura in mezzo alla biforcazione della
strada. La statua riposava su un piedistallo bianco
ed era scolpita nella stessa pietra bianca, friabile,
granulare e opaca, un’opera piuttosto grezza, frutto
più che altro di un’improvvisazione artistica.
Dalle striscie scolpite nell’abito, dal cranio rapato,
ma soprattutto dal gesto raffigurato risultava subito
evidente: quella figura doveva rappresentare un prigioniero.
La testa protesa in avanti e una gamba ancora allungata
indietro imitavano il passo di corsa, mentre le mani
reggevano un enorme cubo di pietra. In un primo momento
osservai quella figura solo sotto il profilo artistico,
sì- proprio come avevamo imparato a scuola-
senza altre intenzioni, solo dopo mi venne in mente
che stava sicuramente a significare qualcosa e che,
a pensarci bene, non poteva certo essere considerata
di buon auspicio. Ero arrivato nel campo di concentramento
di Buchenwald. (Imre Kertesz, deportato ad Auschwitz
e Buchenwald)
Quanto cinismo, quanta depravazione ci sono voluti
per partorire la diabolica idea di affiggere la scritta
Arbeit macht frei (“il lavoro rende liberi”) sul portone
del Lager dove l’80% degli arrivati veniva inviato
direttamente alle camere a gas, sul portone del campo
dove non si fabbricavano che cadaveri, dove l’unico
vero lavoro era il buon funzionamento delle camere
a gas e dei crematori? (Olivier Lustig, deportato
ad Auschwitz)
LIBERAZIONE
Una mattina non c'era più nessuno, allora meravigliati,
non avevamo capito bene cosa stesse succedendo, dopo
qualche momento, un'ora, non so quanto, si apre il
portone principale del campo ed entrano i primi carri
armati americani. Ecco allora in quel momento qualcuno
dice "Vi siete accorti di essere liberi?",
noi no, non ci siamo accorti di essere liberi, ci
siamo accorti di essere vivi. E quindi in quel momento
sono avvenute scene non di gioia o di esultanza, eravamo
apatici eravamo scheletri umani.(Carlo Todros, deportato
a Mathausen)
Immagina che cosa vuol dire vivere in un campo dove
si bruciavano 10 mila persone al giorno, col fetore
di carne umana che ti perseguita giorno e notte. Immagina
i prigionieri di Auschwitz, di Treblinka, di Mauthausen,
uomini e donne che hanno assistito impotenti alla
morte dei loro genitori, delle loro mogli, dei loro
figli, dei loro parenti. Mi dirai: ma come si esce
da quell’inferno? In quali condizioni? Semplice. Un
uomo che è stato nel Lager non esce più
dal campo. Un uomo è sempre là.(Nedo
Fiano, deportato ad Auschwitz)
LOGICA
[…] in quello che avveniva non c’era mai assolutamente
una logica, anche se all’apparenza era tutto preordinato.
Nei giacigli dove dormivamo in cinque o sei, si agitavano
gli insetti più schifosi, cimici, pidocchi,
bestie nere, di ogni tipo, che correvano sui nostri
corpi, nelle cuciture dei vestiti. E nel campo passavano
topi spaventosi, grandi come gatti, che si nutrivano
di rifiuti, di morti, di tutto. C’era una sporcizia
profonda, inimmaginabile, eppure noi eravamo costrette
a ricoprire a perfezione i nostri giacigli con una
coperta che doveva avere la piega fatta in un certo
modo, perfettamente geometrica, altrimenti erano bastonate.
Quando ho capito che sotto la coperta poteva esserci
qualsiasi schifezza, ma che, sopra, tutto doveva avere
un aspetto perfetto, ho trovato la risposta a un sacco
di cose. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
Si doveva essere sempre rasati, ma era severamente
proibito possedere utensili da taglio e dal barbiere
ci si poteva andare solo ogni quindici giorni. Sulla
divisa zebrata non doveva mai mancare un bottone altrimenti
si veniva puniti, ma se durante il lavoro se ne perdeva
uno, cosa che praticamente era inevitabile era quasi
impossibile poi procurarsene un altro da sostituire.
(Jean Amery, deportato ad Auschwitz)
La spiegazione è ripugnante ma semplice: in
questo luogo è proibito tutto, non già
per riposte ragioni, ma perché a tale scopo
è creato. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
MARCIA DELLA MORTE
Alla fine di gennaio del 1945, fummo, da un momento
all’altro, obbligati a lasciare il campo di Auschwitz
e a cominciare quella marcia, giustamente detta della
morte, che attraverso la Polonia e la Germania portava
i prigionieri che ancora stavano in piedi su verso
il nord e man mano si avvicinavano i russi. Noi da
un po’ sentivamo il rumore della guerra che si avvicinava,
ma non sapevamo niente, perché noi da un anno
non avevamo più sentito la radio, visto un
giornale, non avevamo né un calendario, né
un orologio, non sapevamo mai che ora fosse, che giorno
fosse. Ad un certo punto i nostri assassini decisero
di far saltare il campo di Auschwitz per non far trovare
nulla ai russi e per far andar via noi prigionieri.
Lessi poi, che i prigionieri ancora vivi che si misero
su quelle strade d’inverno, fummo 56.000. Fu una cosa
epocale: cortei infiniti di prigionieri scheletriti
che si snodavano su queste strade tedesche, di notte
soprattutto, seguiti dalle guardie con i cani.
Non so come ho fatto! (oggi ho un nipote, Edoardo
che ha l’età che io avevo allora, e lo vedo
così acerbo, così fragile e vedo i miei
figli preoccupati che tutto vada bene, che si copra
quando fa freddo). Mi vedo su quella strada e mi vedo
nonna di me stessa: quella ragazzina di allora aveva
l’età che ha mio nipote oggi. Il cervello comandava
alle gambe di camminare; non si poteva cadere, perché
chi cadeva veniva finito dalle guardie. Io non mi
voltavo a vedere quelli che cadevano; facevo una fatica
enorme a camminare, non avrei mai potuto aiutare nessuno.
Quando qualcuno cadeva, si sentiva quel rumore sordo
della fucilata alla testa; mi ricordo i bordi della
strada insanguinati. Camminavamo di notte attraverso
cittadine e strade deserte e come pazze ci gettavamo
sui letamai e ci rubavamo l’una con l’altra i rifiuti:
bucce di patate crude sporche di terra, ossi spolpati…
uno schifo. E ci riempivamo come pazze lo stomaco,
sapendo che il giorno puntualmente dopo vomito e diarrea
ci avrebbero atteso; ma non importava, intanto lo
stomaco si riempiva in quel momento e il cervello
poteva comandare di camminare alle nostre gambe. Furono
molte notti, altri letamai, altre stelle in cielo.
(Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
MONADI
L’ingresso nei lager era invece un urto per la sorpresa
che portava in sé. Il mondo in cui ci si sentiva
precipitare era sì terribile, ma anche indecifrabile:
non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno
ma anche dentro, il <<noi>> perdeva i
suoi confini, i contendenti non erano due, non si
distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse
innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno. Si entrava
sperando almeno nella solidarietà dei compagni
di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali,
non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate,
e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua.
Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin
dalle prime ore di prigionia, spesso sotto forma di
un’aggressione concentrica da parte di coloro in cui
si sperava di ravvisare i futuri alleati, era talmente
dura da far crollare subito la capacità di
resistere. Per molti è stata mortale, indirettamente
o anche direttamente: è difficile difendersi
da un colpo a cui non si è preparati. (Primo
Levi, deportato ad Auschwitz)
MONDO
ESTERNO
Il Lager distava all’incirca tre chilometri dalla
baracca dove ci recavamo a lavorare e durante il cammino
si attraversava un ponte che passava sulla ferrovia
del paesino di Auschwitz. Per noi era una sofferenza
indicibile, perché quel ponte voleva dire il
mondo di fuori, tutto ciò che a noi era precluso.
Era proprio un sentirsi staccate dal mondo, e tuttavia
vederlo in lontananza. Vedevamo passare i civili che
viaggiavano a bordo delle carrozze. Potevamo distinguerne
le fisionomie. Noi vedevamo loro, ma non credo che
loro vedessero noi. (Giuliana Tedeschi, deportata
ad Auschwitz)
La mia squadra fu per un certo tempo adibita alla
bonifica di terreni paludosi sulle rive della Vistola.
Il luogo era a parecchi chilometri da Birkenau: vi
andavamo a piedi, in fila per cinque e guai a chi
non teneva il passo. Dovevamo prosciugare la zona
acquitrinosa, svuotandola a palate dalla melma e riempiendola
di ghiaia che altre prigioniere ricavavano macinando
pietre in grosse trituratici azionate a mano.Qualche
settimana dopo ci mandarono più lontano, a
molti chilometri di distanza da Birkenau. Ci portavano
nei camion, dovevamo approntare strutture difensive
per l’esercito del “grande Reich”, in vista del fronte
russo che si stava avvicinando. Eravamo nell’agosto
del 1944 ed era già in atto la ritirata tedesca.
Scavavamo trincee, un lavoro pesantissimo che diventava
di giorno in giorno più tremendo via via che
le condizioni climatiche peggioravano. In Polonia
l’autunno e poi l’inverno arrivano molto prima che
da noi, per cui al freddo, sotto l’acqua, vestite
di stracci, con le SS sul bordo della fossa a controllare
che la pala fosse abbastanza piena, era un indescrivibile
supplizio. Non ci pensavano due volte ad aizzarti
contro il cane e quando succedeva, la malcapitata
veniva riportata al campo a braccia e quasi mai sopravviveva.
In lontananza vedevamo una bianca casetta di contadini.
Sembrava un miraggio, gente vi entrava, gente ne usciva:
era la vita. Dal camino saliva un lieve filo di fumo:
immaginavi la pentola sulla stufa, la famiglia riunita
intorno al desco. Ricordo quella casa come il più
grande desiderio che io abbia mai avuto: potervi arrivare,
nascondermi, scaldarmi al tepore di quella stufa,
passarvi il resto dei miei giorni. (Goti Bauer, deportata
ad Auschwitz)
MUSELMANNER
Soccombere è la cosa più semplice: basta
eseguire tutti gli ordini che si ricevono, non mangiare
che la razione, attenersi alla disciplina del lavoro
e del campo. L’esperienza ha dimostrato che solo eccezionalmente
si può in questo modo durare più di
tre mesi. Tutti i mussulmani che vanno in gas hanno
la stessa storia, per meglio dire, non hanno storia;
hanno seguito il pendio fino al fondo, naturalmente,
come i ruscelli che vanno al mare. Entrati in campo,
per loro essenziale incapacità, o per sventura,
o per un qualsiasi banale incidente, sono stati sopraffatti
prima di aver potuto adeguarsi; sono battuti sul tempo,
non cominciano a imparare il tedesco e a discernere
qualcosa nell’infernale groviglio di leggi e di divieti,
che quando il loro corpo è già in sfacelo,
e nulla li potrebbe più salvare dalla selezione
o dalla morte per deperimento. La loro vita è
breve ma il loro numero è sterminato. Sono
loro, i Muselmanner, i sommersi, il nerbo del campo;
loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e
sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano
in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già
troppo vuoti per soffrire veramente.
Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte
la loro morte, davanti a cui essi non temono perché
sono troppo stanchi per comprenderla. Essi popolano
la mia memoria della loro presenza senza volto, e
se potessi racchiudere in una immagine tutto il male
del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che
mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte
china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui
occhi non si possa leggere traccia di pensiero. (Primo
Levi, deportato ad Auschwitz)
MUSICA
[…] noi, nelle condizioni fisiche e psichiche nelle
quali ci trovavamo, per andare al lavoro dovevamo
marciare cantando. Dovevamo passare davanti all’orchestrina
delle donne violiniste, ferme sulla porta del lager,
sia che si andasse a morte, sia che si andasse a lavorare.
Suonavano motivetti allegri, Strauss, Mozart, Rossigni.
Zin-zin-zin, così…(Liliana Segre, deportata
ad Auschwitz)
A Birkenau la musica è veramente la cosa migliore
e quella peggiore. La migliore: divora il tempo, procura
l’oblio come una droga, se ne emerge abbrutite, svuotate…
La peggiore, perché il nostro pubblico sono
loro, gli assassini, e sono anche loro, le vittime…
e tra le mani degli assassini non diventiamo a nostra
voltta dei carnefici? (Fanny Fenelon, deportata, membro
dell’orchestra di Auschwitz)
NASCERE
Nel ’43, in seguito all’arrivo di un nuovo direttore
sanitario SS, il dottor Trite, il regolamento che
riguarda le donne incinte viene ancora modificato.
Le gestanti possono continuare la gravidanza e partorire,
ma i neonati appena vengono messi al mondo sono strangolati
o annegati in un secchi d’acqua davanti alla madre.
Alla fine dello stesso anno Treite cambia le disposizioni:
i neonati possono vivere, ma nulla è predisposto
per permetterne la sopravvivenza […] Su ogni pagliericcio
si coricano fino a dodici neonati e in certi periodi
il numero dei bambini supera i cinquanta. Ogni bambino
ha in dotazione una camicia, due pannolinie un pezzo
di coperta. Sono assistiti da cinque infermiere, prigioniere,
che a turno cercano in ogni modo di provvedere loro,
facendo appello alla collaborazione, alla fantasia
e alla solidarietà di tutte le deportate che
hanno la possibilità di “organizzare” qualcosa.
A Ravensbruck organizzare è sinonimo di rubare
al sistema. Le lavoranti del Betrieb (sartoria) organizzano
pezzi di stoffa e di nascosto cuciono camicie e pannolini,
le infermiere del Revier (infermeria) organizzano
flaconi vuoti da usare come biberon e guanti di gomma
di medici SS per ottenere tettarelle rudimentali;
le deportate che ricevono pacchi cedono parte della
loro farine e del loro latte in polvere per le pappe.Nonostante
la dedizione (che merita di essere definita eroica)
delle infermiere per strappare alla morte almeno qualcuno
dei neonati, quasi tutti soccombono nel volgere di
poche settimane, di due mesi al massimo. .(Lidia Beccaria
Rolfi, deportata a Ravensbruck)
NUMERO
Ci hanno incolonnato e ci hanno portato in ufficio.
Qui dentro, uno per uno, ci hanno fatto la fotografia,
prima davanti, poi di profilo. Ci hanno chiesto quando
eravamo nati, di che religione eravamo, il nostro
mestiere… tutto. Poi ci diedero il numero di matricola
su una striscia di tela, e il triangolo…Io avevo il
triangolo rosso come tutti i deportati politici. Quando
fummo usciti, l’ufficiale addetto ci disse: “da oggi
voi non vi chiamate per nome: avete soltanto un numero
e dovete solo rispondere con questo numero” Il mio
numero di matricola a Mauthausen era 113.009, hundertdreizehennullnullneun”.
Al mattino ci fu il primo appello e cominciarono a
chiamare i numeri. Quando arrivò il mio numero,
io ero completamente a digiuno di tedesco, non sapevo
proprio niente. Quelli ripetevanoo: “hundertdreizehennullnullneun!”
e io niente. A un certo momento il sorvegliante si
degnò di aprire il registro: “Isola Luigi’?”
“Presente!Jawohl!” “Komme hier!” e mi fece avvicinare.
“Achtung!” e mi fece mettere sull’attenti. Poi mi
sputò in fronte e con la matita copiativa mi
scrisse il numero sulla fronte. Poi mi fece voltare
a destra e mi sputò sulla guancia, poi a sinistra:
“Gira per il campo finché non sai il tuo numero!”.
Ecco perché ho imparato il numero anche in
tedesco. (Luigi Isola, deportato ad Auschwitz, Mathausen,
Orianenburg)
ORGANIZZARE
“Organizzare” è cambiare la razione di pane
per un golf, la margarina per un cucchiaio. Chi si
appropria di un pezzetto di sapone dimenticato dalla
compagna alla doccia o al Waschraum “organizza”; così
pure chi nasconde un coltello, un paio di forbici
cadute dal letto superiore, e poi li cambia per pane,
chi ruba da un bidone qualche patata, chi raschia
da un Kubel qualche cucchiaio di minestra. Si organizza
in un’infinità di modi, a spese di tutti, e
chi non organizza muore. (Giuliana Tedeschi, deportata
ad Auschwitz)
PARTENZA
La mattina dopo, era il 30 gennaio 1944, una lunga
fila silenziosa e dolente uscì dal quinto raggio
per arrivare al cortile del carcere. Attraversammo
un altro raggio di detenuti comuni. Essi si sporgevano
dai ballatoi e ci buttavano arance, mele, biscotti,
ma, soprattutto, ci urlavano parole di incoraggiamento,
di solidarietà e benedizioni!Furono straordinari.
Furono uomini che, vedendo altri uomini andare al
macello solo per la colpa di essere nati da un grembo
e non da un altro, ne avevano pietà. Fu l’ultimo
contatto con esseri umani. Poi, caricati violentemente
su camion, traversammo la città deserta e,
all’incrocio di via Carducci vidi la mia casa di corso
Magenta 55 sfuggire alla mia vista dall’angolo del
telone: mai più. Mai più. Arrivati alla
Stazione Centrale, la fila dei camion infilò
i sotterranei enormi passando dal sottopassaggio di
via Ferrante Aporti; fummo sbarcati proprio davanti
ai binari di manovra che sono ancor oggi nel ventre
dell’edificio.
Il passaggio fu velocissimo: SS e repubblichini non
persero tempo: in fretta, a calci, pugni e bastonate,
ci caricarono sui vagoni bestiame. Non appena un vagone
era pieno, veniva sprangato e portato con un elevatore
alla banchina di partenza.Fino a quando le vetture
furono agganciate, nessuno di noi si rese conto della
realtà. Tutto si era svolto nel buio del sotterraneo
della stazione, illuminato da fari potenti nei punti
strategici, fra grida, latrati, fischi e violenze
terrorizzanti. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
PRIMA
NOTTE AL CAMPO
Mai dimenticherò quella notte, la prima notte
nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte
e per sette volte sprangata.Mai dimenticherò
quel fumo.Mai dimenticherò i piccoli volti
dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi
in volute di fumo sotto un cielo muto.Mai dimenticherò
quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.Mai
dimenticherò quel silenzio notturno che mi
ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.(Elie
Wiesel, deportato ad Auschwitz)
RESISTERE
Steinlauf mi vede e mi saluta, e senza ambagi mi domanda
severamente perché non mi lavo. Perché
dovrei lavarmi? starei forse meglio di quanto sto?
[...] Più ci penso, e più mi pare che
lavarsi la faccia nelle nostre condizioni sia una
faccenda insulsa, addirittura frivola: un’abitudine
meccanica, o peggio, una lugubre ripetizione di un
rito estinto. Morremo tutti o stiamo per morire: se
mi avanzano dieci minuti fra la sveglia e il lavoro,
voglio dedicarli ad altro, chiudermi in me stesso,
a tirare le somme, o magari a guardare il cielo e
a pensare che lo vedo forse per l’ultima volta; [...]
appunto perché il Lager è una gran macchina
per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare;
che anche in questo luogo si può sopravvivere,
e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare,
per portare testimonianza; e che per vivere è
importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro,
l’impalcatura, la forma della civiltà. Che
siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni
offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà
ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni
vigore perché è l’ultima: la facoltà
di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente,
lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca,
e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle
scarpe, non perché così prescrive il
regolamento, ma per dignità e proprietà.
Dobbiamo camminare dritti, senza strascicare gli zoccoli,
non già in omaggio alla disciplina prussiana,
ma per restare vivi, per non cominciare a morire.
(Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
Abbiamo scelto la vita. Io avevo scelto, senza avere
una spalla in cui piangere o qualcuno che mi consigliasse,
avevo scelto di non essere lì, di estraniarmi,
sì il mio corpo era lì, veniva picchiato
e torturato, aveva fame, era dimagrito, aveva freddo,
aveva paura, ma il mio spirito no, la mia mente no:
io ero quella di prima, quando correvo sulla spiaggia,
quando coglievo un fiore sul prato, quando ero seduta
nella mia casa con le persone care vicino a me. Io
non volevo essere lì, mi rendevo invisibile,
cercavo di non guardare in faccia i miei persecutori
e vigliaccamente non mi voltavo mai a guardare indietro
tutti i cadaveri, gli scheletri fuori, pronti per
essere bruciati, non guardavo le compagne in punizione,
non guardavo la fiamma del forno che bruciava, io
guardavo solo i miei zoccoli, li potrei disegnare
anche adesso; guardavo i miei piedi perché
non volevo assolutamente guardarmi intorno, non volevo
essere lì, non volevo che i miei persecutori
si impadronissero anche del mio spirito. (Liliana
Segre, deportata ad Auschwitz)
Ricordo che altre abitudini delle francesi mi colpirono
positivamente: erano solite spalmarsi, come antirughe,
la margarina del sabato sotto gli occhi; oppure passarsi
le dita tra i capelli rasati per tentare di formare
dei riccioletti. Non si trattava di frivolezze, ma
di gesti di resistenza, quasi ad esprimere il loro
diritto alla vita e la loro speranza. (Liana Millu,
deportata ad Auschwitz)
RITORNO
Gli artefici della mia resurrezione sono stati gli
amici, senza di loro non so se ce l’avrei fatta. Mi
hanno preso sotto la loro protezione, sapevano che
io non amavo parlare della grande tragedia che mi
era piombata addosso e non mi hanno mai chiesto niente,
hanno fatto sempre il possibile per farmi sentire
una persona normale anche se non si può essere
“normali” uscendo da Auschwitz. Non mi lasciavano
mai solo e questo è stato molto importante.
Ero considerato uno del gruppo e loro sopportavano
certi miei silenzi, certi pensieri… in alcuni momenti
mi assentavo completamente e i miei amici non c’hanno
mai dato peso. Facevamo tutto insieme: gite, villeggiature,
vedevamo le partite di calcio, andavamo al cinema,
a teatro, a ballare, ai concerti (…). Era una compagnia
molto affiatata e allegra composta quasi esclusivamente
da ragazzi e ragazze ebrei. Con loro e con i miei
parenti per molti anni non ho parlato di quello che
mi era accaduto. Temevo soprattutto che mi chiedessero
come mi ero salvato… mi terrorizzava il fatto che
qualcuno potesse chiedermi “Perché tu ti sei
salvato e mio figlio o mio marito no?”. Poi pensavo
che se io avessi parlato di certe cose a molta gente
avrebbe dato fastidio, o quantomeno qualcuno avrebbe
pensato: “Che va dicendo, non è possibile…”;
inoltre raccontare del lager avrebbe significato in
parte rivivere quelle situazioni ed io volevo sembrare
una persona come tutte le altre, non dico “essere”
ma almeno “sembrare”. E così è andata:
di giorno cercavo di fare una vita più normale
possibile e di notte molto spesso mi ritrovavo a fare
i conti con il mio passato nel lager. Sognavo continuamente
di Auschwitz, era una specie di doppia vita. (Pietro
Terracina, deportato ad Auschwitz)
SCARPE
Né si creda che le scarpe, nella vita del Lager,
costituiscano un fattore d’importanza secondaria.
La morte incomincia dalle scarpe: esse si sono rivelate,
per la maggior parte di noi, veri arnesi di tortura,
che dopo poche ore di marcia davano luogo a piaghe
dolorose che fatalmente si infettavano. Chi ne è
colpito, è costretto a camminare come se avesse
una palla al piede (ecco il perché della strana
andatura dell’esercito di larve che ogni sera rientra
in parata), arriva ultimo dappertutto, e dappertutto
riceve botte; non può scappare se lo inseguono;
i suoi piedi si gonfiano, e più si gonfiano,
più l’attrito con il legno della tela e delle
scarpe diventa insopportabile. Allora non resta che
l’ospedale: ma entrare in ospedale con la diagnosi
di “dicke Fusse” (piedi gonfi) è estremamente
pericoloso, perché è ben noto a tutti,
e ad alle SS in specie, che di questo male, qui, non
si può guarire. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
SELEZIONE
Una decina di SS stavano in disparte, l'aria indifferente,
piantati a gambe larghe. A un certo momento, penetrarono
fra di noi, e, con voce sommessa, con visi di pietra,
presero a interrogarci rapidamente, uno per uno, in
cattivo italiano. Non interrogavano tutti, solo qualcuno.
«Quanti anni? Sano o malato?» e in base
alla risposta ci indicavano due diverse direzioni.
Tutto era silenzioso come in un acquario, e come in
certe scene di sogni. Ci saremmo attesi qualcosa di
più apocalittico: sembravano semplici agenti
d'ordine. Era sconcertante e disarmante. Qualcuno
osò chiedere dei bagagli: risposero «bagagli
dopo»; qualche altro non voleva lasciare la
moglie: dissero «dopo di nuovo insieme»;
molte madri non volevano separarsi dai figli: dissero
«bene bene, stare con figlio». Sempre
con la pacata sicurezza di chi non fa che il suo ufficio
di ogni giorno; ma Renzo indugiò un istante
di troppo a salutare Francesca, che era la sua fidanzata,
e allora con un solo colpo in pieno viso lo stesero
a terra; era il loro ufficio di ogni giorno. In meno
di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati
in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle
donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire
allora né dopo: la notte li inghiottì,
puramente e semplicemente. Oggi però sappiamo
che in quella scelta rapida e sommaria, di ognuno
di noi era stato giudicato se potesse o no lavorare
utilmente per il Reich; sappiamo che nei campi rispettivamente
di Buna-Monowitz e Birkenau, non entrarono, del nostro
convoglio, che novantasei uomini e ventinove donne,
e che di tutti gli altri, in numero di più
di cinquecento, non uno era vivo due giorni più
tardi. Sappiamo anche, che non sempre questo pur tenue
principio di discriminazione in abili e inabili fu
seguito, e che successivamente fu adottato spesso
il sistema più semplice di aprire entrambe
le portiere dei vagoni, senza avvertimenti né
istruzioni ai nuovi arrivati. Entravano in campo quelli
che il caso faceva scendere da un lato del convoglio;
andavano in gas gli altri.Così morì
Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi
appariva palese la necessità storica di mettere
a morte i bambini degli ebrei. Emilia, figlia dell'ingegner
Aldo Levi di Milano, che era una bambina curiosa,
ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante
il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre
erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco,
in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco
aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che
ci trascinava tutti alla morte. Scomparvero così,
in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri
genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo
di salutarli. Li vedemmo un po' di tempo come una
massa oscura all'altra estremità della banchina,
poi non vedemmo più nulla. (Primo Levi, deportato
ad Auschwitz)
Formammo due file, andai alla ricerca dei miei fratellini,
di mia madre, noi non capivamo, lei sì: mi
benedì ala maniera ebraica, mi abbracciò
e disse “andate”. Non l’ho più rivista. Mio
padre, intanto, andava verso la camera a gas con mio
nonno. Si girava, mi guardava, salutava, alzava il
braccio. Noi arrivammo alla “sauna”, ci spogliarono,
ci tagliarono anche i capelli. E ci diedero un numero
di matricola. “Dove sono i miei genitori?”, chiesi
a un altro sventurato. E lui rispose: “Vedi quel fumo
del camino? Sono già usciti da lì”.
(Pietro Terracina, deportato ad Auschwitz)
Tre volte passai la selezione nell’anno che trascorsi
ad Auschwitz. Non era la selezione della stazione.
Erano delle selezioni annunciate, di cui noi sapevamo
a che cosa andavamo incontro. Ecco che le Kapò
ci chiudevano dentro le baracche e poi a gruppi ci
portavano nella sala delle docce, tanto cara ai nostri
assassini, e lì tutte nude, in fila indiana,
dovevamo attraversare la sala e uscire attraverso
un’uscita obbligatoria, dove un piccolo tribunale
di tre persone ci guardava, come le mucche al mercato,
davanti, dietro, in bocca, se avevamo ancora i denti,
se eravamo abili al lavoro e poi un piccolo gesto
gelido che voleva dire «vai». Io mi ricordo
come attraversavo quella sala: il cuore mi batteva
come un pazzo e io mi dicevo: «non voglio morire,
non voglio morire…» e rimanevo lì, non
avevo il coraggio di guardarli in faccia, mi atteggiavo
ad indifferenza; mi ricordo la prima volta che passai
la selezione che il medico (uno dei tre assassini
era medico), mi fermò e con un dito mi toccò
la pancia, dove due anni prima avevo fatto l’operazione
dell’appendicite e dissi: «Adesso, perché
ho la cicatrice sulla pancia, questo mi manda a morte»,
e invece lui tutto sorridente, mostrava ai suoi colleghi
assassini la cicatrice, dicendo che questo medico
italiano era una bestia, aveva fatto male la cicatrice.
Questa ragazza la vedrà sempre questa cicatrice,
mentre io la faccio sottilissima e se anche una donna
è nuda, questa cicatrice non si vede più.
Poi mi fece un segno, con il quale mi indicava che
io potevo andare avanti con la mia cicatrice sulla
pancia, e io avevo fatto quei due passi che mi separavano
dall’uscita, provando una felicità immensa;
non mi importava niente di dove ero, di cosa mi era
successo, dell’orrore di cui facevo parte, ero viva.
Ma una volta fui vigliacca e orribile quando fermarono
dietro di me, Janine, una ragazza francese che lavorava
con me alla macchina in fabbrica; la macchina, qualche
giorno prima, le aveva tranciato due dita. Durante
la selezione, lei, che era nuda, aveva coperto la
ferita con uno straccio, ma certamente l’assassino
lo vide subito, e senza neanche fiatare fece segno
alla scrivana (una prigioniera come noi), di prendere
il numero. E io sentii dietro di me che fermarono
Janine, che lavorava con me da diversi mesi, ma io
non mi voltai; io fui spaventosa e Janine fu portata
al gas per la sola colpa di essere nata ebrea. Janine
era una ragazza francese, di 22 – 23 anni, voce dolce,
occhi azzurri, capelli biondi. Io non mi voltai, non
mi comportai come i prigionieri di San Vittore; ma
non potevo più sopportare distacchi, io ero
viva. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
SETE
La sete mi faceva soffrire molto più della
fame.Chi non ha mai sofferto la sete, veramente e
ripetutamente, ha più simpatia per gli affamati.
Ma basta pensare a quanto tempo ci vuole prima che
un uomo muoia di fame e, al contrario, come si fa
in fretta a morire di sete.Si può digiunare
per settimane, addirittura per mesi, e continuare
a vivere, di sete si muore in pochi giorni. La sete
è dunque più tormentosa della fame.
A Birkenau il cibo, la zuppa quotidiana, deve essere
stato molto salato, perché avevo sempre sete,
specialmente nelle lunghe ore roventi degli appelli
sotto il sole a picco. “Cosa facevate voibambini ad
Auschwitz?- mi ha chiesto qualcuno di recente- Giocavate?”.
Giocare! Stavamo in piedi per l’appello. A Birkenau
stavo in piedi per l’appello e avevo sete e paura
di morire. Ecco tutto, ecco quel che è stato.
(Ruth Kluger, deportata ad Auschwitz)
SOPRAVVIVERE
Hai vergogna perché sei vivo al posto di un
altro? Ed in specie, di un uomo più generoso,
più sensibile, più savio, più
utile, più degno di vivere di te? Non lo puoi
escludere: ti esamini, passi in rassegne i tuoi ricordi,
sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro
si sia mascherato o travestito; no, non trovi trasgressioni
palesi, non hai soppiantato nessuno, non hai picchiato
(ma ne avresti avuto la forza?), non hai accettato
cariche (ma non ti sono state offerte…), non hai rubato
il pane di nessuno; tuttavia non lo puoi escludere.
E’ solo una supposizione, anzi, l’ombra di un sospetto:
che ognuno sia il Caino di suo fratello, che ognuno
di noi (ma questa volta dico “noi” in un senso molto
ampio, anzi universale) abbia soppiantato il suo prossimo,
e viva in vece sua. E’ una supposizione, ma rode;
si è annidata profonda, come un tarlo; non
si vede dal di fuori, ma rode e stride.(Primo Levi,
deportato ad Auschwitz)
STAGIONI
I giorni diventavano settimane e mesi mentre l’autunno,
freddo più del nostro inverno, diventava inverno,
l’inverno polacco che non vede mai il sole, fatto
di neve, gelo, tormente. C’erano sempre più
cadaveri congelati al mattino, fuori delle baracche.
Era il freddo a segnare per noi il passaggio delle
stagioni: sempre più freddo ed era arrivato
l’inverno; poi il freddo diminuiva a poco a poco ed
ecco arrivata la primavera e poi l’estate. Non c’erano
altri segni di primavera o estate ad Auschwitz, non
erba né fiori. Del resto, se fosse spuntato
un filo d’erba qualcuno se lo sarebbe mangiato subito.(Settimia
Spizzichino, deportata ad Auschwitz)
STALLA
Le cosiddette latrine[…] erano all’aperto ed erano
costituite da un lungo parallelepipedo di cemento,
sulla faccia superiore del quale vi erano due lunghe
file di buchi neri[…] Sulla testa una tettoia di lamiera.
Per noi fu un altro segnale. Non tanto e non solo
per la promiscuità forzata, insita nel luogo,
che ti obbligava ad abbandonare il più intimo
senso di pudore, ma soprattutto per il grande numero
previsto per l’uso simultaneo di quel luogo. Perché
l’impressione generale che ricavavi era quella di
una grande lugubre stalla[…] Ancora una volta ti veniva
segnalato che non eri diverso da un animale e come
tale ti avrebbero trattato. (Mario Carassi, deportato
ad Ebensee)
TATUAGGIO
Haftling: ho imparato che io sono un Haftling. Il
mio nome è 174517; siamo stati battezzati,
porteremo finché vivremo il marchio tatuato
sul braccio sinistro. L’operazione è stata
lievemente dolorosa, e straordinariamente rapida:
ci hanno messo tutti in fila, e ad uno ad uno, secondo
l’ordine alfabetico dei nostri nomi, siamo passati
davanti ad un abile funzionario munito di una specie
di punteruolo dall’ago cortissimo. Pare che questa
sia l’iniziazione vera e propria: solo “mostrando
il numero” si riceve il pane e la zuppa (Primo Levi,
deportato ad Auschwitz)
Proprio quest’anno mi è capitato di andare
a giocare a bridge in un circolo, dove c’era una signora
della mia età. Faceva caldo e avevo le maniche
corte e lei fa, ma cos’ha lì? Siccome ero in
giornata di dire quello che pensavo, ho risposto,
sono stata ad Auschwitz, dove ci mettevano nei forni,
non so se lo sa[…]Incredibile. Gente di Milano, che
ha settant’anni con tutti i giornali che continuano
a parlarne… Cos’hai lì? Come a dire, sei pazza,
ti sei fatta un tatuaggio? Il numero sul braccio è
molto pesante da sopportare, specialmente d’estate,
però fa talmente parte della mia storia che
non potrei rinunciarci, proprio come al mio naso con
la gobba. (Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
TRIANGOLI
Abbiamo ben presto imparato che gli ospiti del Lager
sono distinti in tre categorie: i criminali, i politici,
gli ebrei. Tutti sono vestiti a righe, sono tutti
Haftlinge, ma i criminali portano accanto al numero,
cucito sulla giacca, un triangolo verde; i politici
un triangolo rosso; gli ebrei che costituiscono la
grande maggioranza, portano la stella ebraica, rossa
e gialla. Le SS ci sono sì, ma poche, e fuori
del campo, e si vedono relativamente di rado: i nostri
padroni effettivi sono i triangoli verdi, i quali
hanno mano libera su di noi, e inoltre quelli fra
le due altre categorie che si prestano ad assecondarli:
i quali non sono pochi.. (Primo Levi, deportato ad
Auschwitz)
Ogni volta che il convoglio arrivava[…]il Kapo August
Adam sceglieva gli insegnanti, gli avvocati, i preti,
i giudici e cinicamente diceva loro: “Tu sei avvocato?
Tu sei professore? Bene! Vedete questo triangolo verde?
Significa che io sono un peccatore. A Prinzsom ho
avuto cinque condanne: una per omicidio e quattro
per rapina. E con ciò? Qui comando io. Il mondo
si è rovesciato, capito?[…] Mostrava il bastone
e cominciava a menare. Quando se ne stancava, portava
le sue vittime a pulire le latrine. (Vincenzo Papalettera,
deportato)
TRIANGOLO
ROSA
Il nostro blocco era occupato esclusivamente da omosessuali,
e ogni ala aveva circa duecentocinquanta detenuti
[…] Nella mia camerata, occupata da oltre centottanta
persone, si potevano trovare le più diverse
professioni. [...] Fino al giorno del loro internamento
nel lager erano tutte persone che nel loro privato
conducevano una vita come gli altri, molti di loro
erano stati addirittura cittadini molto apprezzati
che non erano mai entrati in conflitto con la legge
ma che avevano l’unico difetto di essere omosessuali.
Tutte queste persone, altrimenti del tutto rispettabili,
erano state rinchiuse a forza in quel crogiolo della
vergogna e della sofferenza, per essere annientate
con lavori pesantissimi, la fame e le torture. Tra
loro non c’erano corruttori di minori, cioè
omosessuali che avevano avuto rapporti con bambini
o ragazzi: questo tipo di detenuti doveva portare
il triangolo verde. E noi, uomini dal triangolo rosa,
eravamo veramente dei criminali, dei depravati, dei
"degenerati" che arrecavano danno alla comunità?
(Heinz Heger, deportato a Sachsenhausen)
VENTISETTE
GENNAIO
27 gennaio. L'alba. Sul pavimento, l'infame tumulto
di membra stecchite, la cosa Sòmogyi. Ci sono
lavori più urgenti: non ci si può lavare,
non possiamo toccarlo che dopo di aver cucinato e
mangiato. E inoltre, «... rien de si dégoûtant
que les débordements», dice giustamente
Charles; bisogna vuotare la latrina. I vivi sono più
esigenti; i morti possono attendere. Ci mettemmo al
lavoro come ogni giorno.I russi arrivarono mentre
Charles ed io portavamo Sòmogyi poco lontano.
Era molto leggero. Rovesciammo la barella sulla neve
grigia. (Primo Levi, deportato ad Auschwitz)
VIAGGIO
Nel vagone era buio, c’era un po’ di paglia per terra
e un secchio per i nostri bisogni.
Il treno si mosse e sembrò puntare verso Sud.
Andava molto piano, fermandosi a volte per ore. Dalle
grate vedevamo la campagna emiliana nelle brume dell’inverno
e stazioni deserte dai nomi familiari. Gli adulti
dimostravano un certo sollievo, visto che il treno
non era diretto al confine, ma alla sera ci fu un’inversione
di marcia e quella notte nessuno dormì.
Tutti piangevano, nessuno si rassegnava al fatto che
stavamo andando verso Nord, verso l’Austria. Era un
coro di singhiozzi che copriva il rumore delle ruote.
All’alba il treno si fermò e con sgomento vedemmo
scendere i ferrovieri italiani e salire i sostituti,
forse austriaci, forse tedeschi.
Dai vagoni piombati saliva un coro di urla, di richiami,
di implorazioni: nessuno ascoltava. Il treno ripartì.
Il vagone era fetido e freddo, odore di urina, visi
grigi, gambe anchilosate, non avevamo spazio per muoverci.
I pianti si acquietavano in una disperazione assoluta.
Io non avevo né fame né sete; mi prese
una specie di inedia allucinata come quando si ha
la febbre alta; quando riuscivo a riflettere pensavo
che, forse, senza di me, Papà avrebbe potuto
scappare da San Vittore, saltare quel muro come aveva
proposto Peppino Levi, o forse no. Mi stringevo a
Lui, che era distrutto, pallido, gli occhi cerchiati
di rosso di chi non dorme da giorni. Mi esortava a
mangiare qualcosa, aveva ancora per me una scaglia
di cioccolato. La mettevo in bocca per fargli piacere,
ma non riuscivo ad inghiottire nulla.
Nel centro del vagone si formò un gruppo di
preghiera: alcuni uomini pii, fra i quali ricordo
il signor Silvera, si dondolarono a lungo recitando
i Salmi. Mi sembrava che non finissero mai: erano
i più fortunati.
Le ore passavano, così le notti e i giorni,
in un’abulia totale: era difficile calcolare il tempo.
Pochissimi avevano ancora un orologio e anche quei
pochi privilegiati non lo guardavano più. Ogni
tanto vedevo qualcuno alzarsi a fatica e cercare di
capire dove fossimo, guardando dalle grate, schermate
con stracci per riparare dal gelo quel carico umano.
Si vedeva un paesaggio immerso nella neve, si vedevano
casette civettuole, camini fumanti, campanili…
Prima che cominciasse la Foresta Nera, il treno si
fermò e qualcuno poté scendere tra le
SS armate fino ai denti, per prendere un po’ d’acqua
e vuotare il secchio immondo. Anch’io e il mio Papà
scendemmo e vedemmo per la prima volta, scritto col
gesso sul vagone: “Auschwitz bei Katowice”.
Capimmo che quella era la nostra meta. Il treno ripartì
quasi subito e la notizia della nostra destinazione
gettò tutti in una muta disperazione.
Fu silenzio nel vagone in quegli ultimi giorni. Nessuno
più piangeva, né si lamentava. Ognuno
taceva con la dignità e la consapevolezza delle
ultime cose. Eravamo alla vigilia della morte per
la maggior parte di noi. Non c’era più niente
da dire. Ci stringevamo ai nostri cari e trasmettevamo
il nostro amore come un ultimo saluto.
Era il silenzio essenziale dei momenti decisivi della
vita di ognuno.Poi... poi, all’arrivo fu Auschwitz
e il rumore assordante e osceno degli assassini intorno
a noi. .(Liliana Segre, deportata ad Auschwitz)
ZONA GRIGIA
[ …]La maggior parte dei fenomeni storici e naturali
non sono semplici, o non semplici della semplicità
che piacerebbe a noi. Ora, non era semplice la rete
dei rapporti umani all'interno dei Lager: non era
riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori.
In chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager è
evidente la tendenza, anzi il bisogno, di dividere
il male dal bene, di poter parteggiare, di ripetere
il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i
giusti, là i reprobi. Soprattutto i giovani
chiedono chiarezza, il taglio netto; essendo scarsa
la loro esperienza del mondo, essi non amano l'ambiguità.
[…] Prima di discutere partitamente i motivi che hanno
spinto alcuni prigionieri a collaborare in varia misura
con l'autorità dei Lager, occorre però
affermare con forza che davanti a casi umani come
questi è imprudente precipitarsi ad emettere
un giudizio morale. Deve essere chiaro che la massima
colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello
Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte
dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici,
mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare.[…]Nella
enorme maggioranza dei casi, il loro comportamento
è stato ferreamente obbligato: nel giro di
poche settimane o mesi, le privazioni a cui erano
sottoposti li hanno condotti ad una condizione di
pura sopravvivenza, di lotta quotidiana contro la
fame, il freddo, la stanchezza, le percosse, in cui
lo spazio per le scelte (in specie, per le scelte
morali) era ridotto a nulla; fra questi, pochissimi
hanno sopravvissuto alla prova, grazie alla somma
di molti eventi improbabili: sono insomma stati salvati
dalla fortuna, e non ha molto senso cercare fra i
loro destini qualcosa di comune, al di fuori forse
della buona salute iniziale[…]Un ordine infero, qual
era il nazionalsocialismo, esercita uno spaventoso
potere di corruzione, da cui è difficile guardarsi.
Degrada le sue vittime e le fa simili a sé,
perché gli occorrono complicità grandi
e piccole. Per resistergli, ci vuole una ben solida
ossatura morale, e quella di cui disponeva Chaim Rumkowski,
il mercante di Lódz, insieme con tutta la sua
generazione, era fragile: ma quanto forte è
la nostra, di noi europei di oggi? Come si comporterebbe
ognuno di noi se venisse spinto dalla necessità
e in pari tempo allettato dalla seduzione?La storia
di Rumkowski è la storia incresciosa e inquietante
dei Kapos e dei funzionari dei Lager; dei gerarchetti
che servono un regime alle cui colpe sono volutamente
ciechi; dei subordinati che firmano tutto, perché
una firma costa poco; di chi scuote il capo ma acconsente;
di chi dice « se non lo facessi io, lo farebbe
un altro peggiore di me. (Primo Levi, deportato ad
Auschwitz)
Testi
e siti da cui sono state tratte le testimonianze
Jean Amery, Intellettuale ad Auschwitz, Torino, Bollati
Boringhieri 1987
Lidia Beccaria Rolfi, Anna Maria Buzzone ( a cura
di), Le donne di Ravensbruck. Testimonianze di deportate
politiche italiane, Torino, Einaudi 1978
A. Bravo, D. Jalla ( a cura di), La vita offesa. Storia
e memoria dei lager nazisti nei racconti di duecento
sopravvissuti, Milano, Franco Angeli 1986
Nedo Fiano, A 5405 Il coraggio di vivere, Varese,
Monti Edizioni 2003
Imre Kertész, Essere senza destino, Milano,
Feltrinelli 1999
Ruth Kluger, Vivere ancora, Torino, Einaudi 1995
Laude Lanzmann, Shoah, Milano, Bompiani 1987
Primo Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi
1989
Primo Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi
1991
Olivier Lustig, Dizionario del Lager, Firenze, La
Nuova Italia 1996
Liana Millu in Chi è come te fra i muti? Lezioni
promosse da Carlo Maria Martini, Milano, Garzanti
1993
Liana Millu, Il fumo di Birkenau, Firenze, La Giuntina
1986
D. Padoan (a cura di), Come una rana d’inverno. Conversazioni
con tre donne sopravvissute ad Auschwitz, Milano,
Bompiani 2004
Vincenzo Papalettera, Tu passerai per il cammino.
Vita e morte a Mauthausen, Milano, Mursia, 1965
Piera Sonnino, Questo è stato, Milano, il Saggiatore
2004
Elisa Springer, Il silenzio dei vivi, Venezia, Marsilio
1996
Elie Wiesel, La notte, Firenze, Giuntina 1980
Aned Savona- Isrec Savona, Viaggi di istruzione ai
campi di sterminio nazisti. Ricerche e riflessioni
degli studenti della scuole della provincia di Savona,
Savona 2005
www.ucei.it
www.deportati.it
www.aned.it
www.olokaustos.org