
Fonti e percorsi della storia contemporanea/2
Davide Montino
Archivio Ligure della Scrittura Popolare
Università di Genova
Dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea
In questo contributo si prenderanno in considerazione documenti particolari. Dato il carattere propositivo dell’intervento, ossia di indicazioni di metodo e suggerimenti piuttosto che di contenuti, non si seguirà una precisa linea cronologica, ma alcuni percorsi tematici, scelti tra gli altri per la loro significatività storiografica e per il loro carattere paradigmatico di una esperienza totalitaria come il regime fascista. Non mancherà, però, una scheda introduttiva sulla storia della scuola durante il ventennio.
La scuola fascista

La riforma Gentile tra diverse esigenze educative
Quando il fascismo salì al potere tra i suoi primi interventi ci fu la riforma della scuola operata da Giovanni Gentile nel 1923.
Il nuovo ministro dell’istruzione era stato tra i fondatori del Fascio di Educazione Nazionale (F.E.N.) nel 1919, ed era esponente di punta della corrente idealista della filosofia italiana. La riforma che realizzò era dunque frutto della pedagogia idealista di cui da anni il filosofo siciliano si faceva promotore. In effetti proprio da quell’ambiente, e soprattutto per l’opera di uomini come Giuseppe Lombardo Radice, erano venuti particolari progressi nelle teorie educative: si era avvertita la necessità che i libri fossero più realistici, più corrispondenti al mondo del bambino, con più attenzione alla psicologia dei personaggi che popolavano le pagine delle letture scolastiche.
Con questi obiettivi innovatori si apprestava ad iniziare il suo lavoro la Commissione Centrale per l’approvazione dei libri di testo per le scuole elementari, presieduta proprio da Lombardo Radice, nominata nel 1923. Era tramontata la pedagogia positivista, ormai stanca e legata ad una società vecchia, dove i problemi fondamentali dell’educazione erano l’igiene personale e un’educazione essenzialmente moralistica.
La Commissione non si sarebbe limitata ad un riscontro formale dei requisiti dei testi scolastici, ma avrebbe preteso che fossero conformi ai presupposti pedagogici ed ideologici che voleva vedere affermati, che fossero adeguati all’idealismo di Lombardo Radice, all’esperienza migliore delle sue teorie educative. Bisognava superare il modello di “lettura istruttiva” tipico dell’Ottocento per giungere ad un testo bello e al passo con le nuove esigenze della realtà italiana degli anni Venti.
Questa impostazione non poteva però soddisfare il fascismo, il quale non nascondeva di pretendere una maggiore aderenza ai propri principi. Infatti già dal 1925 era iniziata quella che è stata definita la “politica dei ritocchi” alla Riforma Gentile, e stava prendendo forma tutta un’altra visione dell’educazione e della pedagogia: la scuola sarebbe dovuta divenire il luogo dove plasmare l’italiano nuovo, l’italiano fascista. Infatti le commissioni che sarebbero seguite “nei libri di testo – scrivono Bacigalupi e Fossati in Da plebe a popolo – volevano vedere l’esaltazione del fascismo. La pedagogia veniva dopo, se c’era”.
Col passare degli anni e il consolidarsi del regime questa tendenza sarebbe stata dominante, mettendo in ombra i progressi conseguiti negli anni Venti, periodo in cui si era raggiunto un momento di grande qualità nella realizzazione delle letture scolastiche, frutto di una nuova pedagogia, ancorata ai valori forti della nazione e della famiglia, ma anche con molta attenzione al mondo del bambino e alle sue esperienze.
1925-1931: il progressivo adeguamento al fascismo
gli anni che vanno dal 1925 al 1931 sono quelli che vedono un lento ma progressivo appiattimento della produzione di testi scolastici sulle direttive e sulle esigenze del regime. Da più parti negli ambienti fascisti del ministero della pubblica istruzione si lamentava poca attenzione al fascismo nei libri di lettura, tanto che la Commissione Giuliano, già nel 1926, iniziò a definire i nuovi criteri per valutare i libri scolastici: le qualità da apprezzare diventavano quelle capaci di alimentare sentimenti patriottici e virili, l’accento si poneva sul valore militare.
Negli anni seguenti si fece più esplicita l’intenzione di propagandare ed esaltare il fascismo: ai compilatori delle letture si chiese di dare un’immagine favorevole del regime, di elencarne le conquiste e di sottolinearne i meriti. I libri iniziarono a popolarsi di Balilla, di martiri della Rivoluzione, della figura e dei discorsi del Duce (il primo appare in un testo nel 1929 ), dei miti della Roma antica. Il processo di progressivo smantellamento della Riforma Gentile e la fascistizzazione dell’educazione, e quindi delle letture scolastiche, furono due fenomeni che procedettero di pari passo, anzi addirittura complementari, nel senso che il primo fu il presupposto del secondo.
Per capire quale era l’idea di educazione che il fascismo poneva come premessa alla realizzazione delle letture scolastiche può essere utile riferirsi a Educazione fascista, un testo di fondamenti dottrinali per i candidati ai concorsi magistrali: la scuola fascista non doveva solo dare un’istruzione e delle abilità ma doveva formare soprattutto l’italiano nuovo e creare una nuova gerarchia di valori e responsabilità. L’obiettivo non era di formare individui che potessero affrontare liberamente la società ma di fabbricare nuove coscienze per uno stato rigenerato.
L’invadenza del regime è dichiarata senza mezzi termini, la pretesa totalizzante della dittatura di Mussolini si fa sempre più netta, ormai tutto è pronto per l’ultimo definitivo passo: l’introduzione del testo unico di stato.
La Riforma Gentile, benché definita da Mussolini la “più fascista delle riforme”, era stata, nelle affermazioni del suo stesso ideatore, l’ultimo atto del liberalismo, che aveva trovato un valido alleato, per affermarsi, nelle richieste provenienti dal mondo cattolico. Gli anni che corrono tra il 1923 e 1931 rappresentano bene l’affermarsi di una nuova visione dell’educazione e il massiccio intervento del totalitarismo Mussoliniano. Significativamente Lombardo Radice, ispiratore dei lavori della prima commissione nominata da Gentile, aveva abbandonato l’incarico al ministero già nel 1924 in seguito al delitto Matteotti. Questo fatto è rappresentativo di come i fondamenti pedagogici idealisti venissero quasi subito accantonati per lasciare spazio alla svolta autoritaria anche nella scuola. La Commissione del ‘26 aveva dato il via a questo processo e già nel 1929 il Ministero dell’Istruzione veniva chiamato Ministero dell’Educazione Nazionale. In meno di dieci anni erano state poste le basi che nel decennio seguente avrebbero permesso di procedere alla retorica autocelebrazione del regime, che avrebbe trovato anche nei libri scolastici un buon spazio per esprimersi.
Tutto questo processo di adeguamento alle esigenze del fascismo finì per riflettersi anche sulla qualità dei libri stessi. Se negli anni Venti si erano raggiunti buoni risultati, in questa nuova fase si assistette in genere ad un abbassamento della qualità delle opere dedicate agli scolari. In genere la preoccupazione degli autori era quella di soddisfare il regime, quindi prevaleva un aspetto celebrativo, forzatamente retorico e incentrato sull’esaltazione del fascismo. Tutti i punti di riferimento del mondo raccontato ai bambini erano presi dall’universo fascista, perdendo perlopiù contatto con la realtà del vivere quotidiano. I testi si preoccupavano sempre più di creare situazioni stereotipate in cui descrivere come doveva essere il buon scolaro fascista. I personaggi erano poco realistici, non avevano problemi con i genitori, non avevano affetti che non fossero quelli per la patria o il duce:
L’esigenza politica – scrivono ancora Bacigalupi e Fossati – [finiva] per soffocare la vita privata, per farla scomparire con effetti poco credibili, mentre l’introduzione di personaggi psicologicamente ben caratterizzati era stata la grande novità degli anni Venti.
Novità che stava ormai scomparendo.
Naturalmente non tutta la produzione di letture era una mediocre celebrazione del fascismo. Alcuni autori, spesso già operanti negli anni precedenti, riuscivano a coniugare le esigenze politiche dello stato con un livello narrativo apprezzabile. Un esempio può essere il libro di Lucia Maggia, Serenità (edito da Mondadori nel 1917 e in versione aggiornata nel 1929), dove la figura del Duce e il fascismo erano trattati in modo intelligente e discreto. Infatti l’autrice, il cui testo era stato molto apprezzato dalle commissioni precedenti, se da un lato costruisce il personaggio del Duce in modo da rappresentare quelle doti e virtù che il fascismo voleva celebrare e trasmettere al popolo, dall’altro non si lascia prendere la mano e non esagera nell’enfatizzarle oltre il dovuto. Si ha così una biografia di Mussolini narrata in una dimensione familiare, semplice, ordinata, e la figura del Duce cresce a poco a poco, senza fasi eroiche, fino a diventare capo e guida di tutti gli italiani in modo quasi naturale.
1931-1943: il testo unico di stato
Negli anni Trenta, la tendenza a fascistizzare la scuola, e di conseguenza i testi scolastici, che già si era manifestata a partire almeno dal 1926, si fece completa. Al Ministero per l’Educazione Nazionale si avvicendarono ministri di sicura fede fascista come Belluzzo, Ercole, De Vecchi e Bottai. La politica della scuola continuava i suoi ritocchi alla Riforma del 1923, che ormai era quasi del tutto snaturata, conservando solo quegli aspetti autoritari ed elitari, peraltro tipici della scuola italiana a partire dalla stessa legge Casati. Compito prioritario del ministero era assecondare le finalità politiche del momento. Emblematico è il caso De Vecchi: venne chiamato a dirigere la Minerva nel gennaio 1935, quando stava per iniziare la guerra d’Etiopia. Il suo compito era di introdurre i toni militareschi nella scuola, le sue finalità due: realizzare l’istruzione pre-militare e creare un clima soldatesco in vista dell’espansione coloniale. Come appare evidente sono obiettivi che poco hanno a che vedere con l’educazione pedagogicamente intesa. Si può affermare che la scuola ormai era subordinata alla politica e alla propaganda di regime, era una parte di quella struttura che è stata definita “fabbrica del consenso”, le cui finalità erano di irreggimentare il popolo italiano, disciplinarlo in funzione delle tendenze sempre più militaristiche ed espansionistiche del fascismo. Anche la nomina di Bottai rispose alle esigenze del momento: organizzatore di cultura e intellettuale, a partire dal novembre 1936 fu ministro per l’Educazione Nazionale con il chiaro obiettivo di realizzare una riforma autenticamente fascista della scuola. Nel 1939 i suoi sforzi riformistici culminarono nella stesura della Carta della Scuola, che avrebbe dovuto sancire l’inizio della scuola veramente fascista. Lo scoppio della guerra ne impedì la realizzazione pratica, se non in minima parte. Non si poté invece impedire il crescente controllo che il ministero esercitava sui testi scolastici.
Controllo che si fece totale con l’introduzione, a partire dall’anno scolastico 1930-31, del testo unico di stato. Le motivazioni ufficiali erano di tipo ideologico e didattico e dovevano ruotare intorno a tre principi, riassunti dal ministro Giuliano, liberale e gentiliano, ma ormai adeguato passivamente alle direttive del partito, nel 1929:
1)Tenere i fanciulli non chiusi in un mondo artificioso senza rispondenza nella vita, ma a contatto con la realtà, specie la realtà educativa. 2)Dare ai fanciulli il senso di questo meraviglioso rinnovamento di italianità, opera del Fascismo. 3)Formare un’educazione fascista che non sia effimera sovrapposizione retorica, ma che sorga spontanea nei giovani animi al contatto con la vita reale.
In realtà i risultati che si volevano raggiungere erano altri. Oltre a voler ottenere un consenso ed un controllo maggiori, si voleva costruire l’immagine di un regime che funzionava in tutti i settori, che aveva saputo ricostruire e ridare splendore all’Italia con una efficienza tipicamente militare. Inoltre l’innovazione del testo unico e la sua revisione triennale volevano dare l’idea di un processo di modernizzazione della struttura didattica precedente. c’era, poi, il prestigio che lo stato sperava di ottenere nel curare un’operazione editoriale di alto livello, avvalendosi di autori illustri. Infine, il fascismo intendeva, demagogicamente, anche andare incontro ai problemi finanziari che l’acquisto dei libri comportava, soprattutto per le classi meno agiate. Mettendo ordine nella selva di letture che ogni anno cambiavano per compiacere agli editori, e tenendo i prezzi più bassi, si poteva realizzare un risparmio per quelle famiglie per le quali la scuola rappresentava ancora un lusso.
In genere la qualità dei testi si fece più scadente, ora che il modello da imitare era ben definito. Nonostante si producessero lavori di pregevole livello, come Il balilla Vittorio di R. Forges Davanzati, il fatto che vi fossero delle priorità di tipo politico-propagandistico non aiutava certo la creatività e l’originalità. A fianco delle ben curate ma banali opere di autori a volte anche rinomati, le retoriche celebrazioni che si vedevano già nei secondi anni Venti si fecero spesso ancora più retoriche, più artificiose.
Infine i nuovi libri dovevano segnare la netta separazione dalla pedagogia degli anni Venti, troppo individualistica e raffinata, per dare spazio a quella pedagogia per la massa che il fascismo tentava di introdurre nella scuola.
In questo modo dal 1931 al 1943 si completò la sovrapposizione fra educazione, stato e fascismo.
I documenti
I documenti scelti sono essenzialmente di tre tipi: copertine di quaderni scolastici; scritture scolastiche; libri di testo. Si tratterà, innanzi tutto, di mostrare la semplicità del costruire percorsi didattici con fonti spesso provenienti da archivi familiari, sulle quali gli stessi studenti potrebbero lavorare in modo autonomo, ma più in generale, questi materiali rispondono ad una domanda storiografica ben precisa. Essi documentano del tentativo davvero totalitario e totalizzante compiuto dal regime di Mussolini di arrivare fin negli angoli più remoti della società civile, attraverso la scuola che occupava ormai milioni di bambini. Qui l’inquadramento dell’infanzia, la propaganda attraverso libri, quaderni e parole dei maestri, si fa comunicazione integrata e onnicomprensiva, che attraverso l’uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione allora disponibili cercava di formare un popolo nuovo, sottomesso al fascismo, guerriero e moderno, ma allo stesso tempo radicato nella tradizione.
I quaderni
L’Etiopia e la dimensione imperiale fascista
Attraverso le copertine dei quaderni è possibile mostrare il coinvolgimento della scuola nella celebrazione della guerra d’Etiopia e della nuova dimensione imperiale del fascismo, la quale andava spesso a riprendere argomenti già presenti nell’ideologia del regime. Per esempio, nella figura 1, si vede il tema dello sviluppo demografico in chiave imperiale:

Figura 1
Allo stesso modo, altre copertine coniugano il tema della modernità aviatoria, il mito della conquista fascista del cielo e il dominio su quello che sarebbe dovuto tornare ad essere il “mare nostrum” (figura 2). Infine, altre servono per far passare, fin da subito, l’idea della superiorità degli italiani – bianchi e colonizzatori – rispetto agli abissini (figura 3).
Figura 2

Figura 3
Le grandi opere del regime
La “vocazione propagandistica” non si limitava all’Etiopia, ma la vediamo evolversi, per esempio, anche nei temi delle “grandi opere”, con le quali il regime andava trasformando il paese, o così voleva far credere. C’è una serie di copertine, di cui sotto vediamo un esemplare, con le quali si celebrano dighe, centrali idroelettriche, stazioni, ponti, realizzati dallo stato al fine di modernizzare e rendere più competitivo il paese.
Figura 4
L’autarchia
Altro tema che ebbe larga diffusione fu quello dell’autarchia (figura 5). A seguito delle sanzioni – in verità ritirate quasi subito – il regime lanciò la parola d’ordine della produzione nazionale autarchica, cioè in grado da sola di fare fronte al fabbisogno del paese. Anche questa parola d’ordine, più demagogica che reale, ebbe diffusione propagandistica nella scuola, in cui si raccolsero metalli, lana, carta, etc…
Figura 5
Le scritture scolastiche
I quaderni sono utili anche per il loro contenuto. Spesso, con la grafia incerta e faticosa di molti bambini, troviamo il riverbero delle tante “parole di regime” che dai maestri sono loro transitate, per essere poi ribadite nei temi, nei diari, nei dettati. Da questo punto di vista, quindi, sono a buon diritto frammenti di quella pedagogia nazionale messa in atto dal fascismo, la quale non intendeva lasciare né spazi di dissenso né spazi neutri. Possiamo così leggere, per esempio, quello che scriveva un bambino di Putignano, in provincia di Bari, nei secondi anni Trenta, a proposito delle opere del regime:
(Tema) Prima puntata. Dalla venuta del nuovo governo Fascista, non v’è città d’Italia che non si è abbellita a compiere importanti lavori pubblici. Da per tutto furono costruite le scuole elementari, le ville, le strade, il sanatorio, e altre cose. La legge ha fatto costruire le scuole, perché andassero i bambini, ad istruirsi e per quei genitori che non mandassero a scuola i loro figli, vi sono le multe. Le scuole sono gratuite, oltre poi l’asilo, per i piccoli e le scuole serali per gli adulti. La scuola in Italia si va facendo bella e tutti ci andiamo volentieri.
Oppure sulla campagna di educazione antiaerea, che annunciava un periodo ben più triste e drammatico per il nostro paese:
Il signor maestro stamane ci ha spiegato la lezione degli aeroplani. […] Le offese che possono fare gli aeroplani sono: dirompenti, incendiarie, chimiche, batteriologiche. Le offese dirompenti, è quando le bombe scoppiando guasta i palazzi. Le offese incendiarie quando la bomba scoppia e incendia tutto il paese. Le offese chimiche sono quelli che possiedono il gas. Le offese batteriologiche sono le bombe con i microbi che si prendono brutte malattie. Per difenderci dalla bombe dirompenti e incendiarie bisogna scendere nei sotterranei. Per difendere dalla bombe chimiche bisogna tenere le maschere antigas.
Infine, l’Etiopia entrava di prepotenza, come abbiamo già visto, nelle scuole, e il piccolo Domenico ne ripeteva l’eco nel suo diario:
Oggi il signor maestro ci ha parlato della conquista dell’Impero. Ci ha detto che 52 nazioni il 18 novembre 1935 misero le sanzioni, cioè non volevano mandare più merci all’Italia, e credevano di farla miseria. Il Duce disse: Non fa niente che ci hanno messo le sanzioni, invece di consumare di più consumeremo di meno e così vivremo lo stesso. Non fa niente che abbiamo fatto un po’ di penitenza ma abbiamo vinto la guerra contro le sanzioni. Io amo molto il Duce perché lui sa ottenere quello che occorre alla nostra nazione.
Non tutti i quaderni scolatici, però sono contenitori solo di “scritture disciplinate”. In alcuni casi la scrittura può essere libera e spontanea – certo molto dipende dal maestro – come nel caso di Teonesto, uno scolaro di Monesiglio, che così scrive, quasi con toni lirici e poetici, nei primi anni Trenta:
Oggi è stata una giornata da neve; infatti non ha ancora smesso un minuto.
Tutta la campagna è bianca per colli e per valli. Sembra tutta ricoperta da un manto bianco tappezzato da alberi e ruscelli.
Nelle fonti d’acqua limpida di quest’ estate ora sono immerse nella neve e nelle notti fredde col ghiaccio.
La neve ha la forma di piccole stelline tutte ornate di bianchi brillanti.
Mi piace molto vederla scendere; sembra una pioggia di stelle piccoline fatte di burro che appena sentono il caldo si sciolgono.
Le giornate di neve sono come un fastidio perché non si può uscir di casa senza aver freddo.
Le scritture scolastiche, quindi, possono introdurre il tema della soggettività dell’infanzia e della loro autonomia rispetto agli adulti nel processo educativo.
I testi unici di stato
Questa è una fonte davvero ricca e a diversi livelli di lettura: dai testi alle immagini (figura 6), dai temi trattati alle parole usate, dall’ideologizzazione delle materie di insegnamento al culto del Duce.
Si vedano, per esempio, i seguenti esempi.
Il culto del Duce
Da F. Sapori, Il libro della quinta classe. Letture, Amor di patria, La libreria dello stato, Roma, 1937
Ritratto del Duce. Nel lampo degli occhi è la potenza imperiale. Ogni parola del condottiero, dell’uomo di governo, del padre amoroso della sua gente, è lapidaria; ogni gesto, definitivo. Ne’ suoi discorsi di statista, prorompe all’improvviso la cordialità, sorride la beffa, scatta il comando.
Lo interessa una partita di scherma. Tocca delicatamente il suo violino. E’ al volante della macchina preferita: la velocità gli piace. Pilota da sé un trimotore dall’uno all’altro lembo d’Italia.
Ara il campo in Romagna. Conduce il motoscafo nell’Adriatico. Tra poco leggerà un canto della Divina Commedia. Intrattiene alcuni diplomatici, parlando inglese. Passa in rivista le truppe volontarie della Milizia Nazionale. Premia gli agricoltori. Dètta lettere e leggi. Inaugura un congresso di scienze. Commuove il popolo e persuade i dotti. Riceve gente d’ogni rango e d’ogni paese. Incanta dei filosofi a convegno. Entusiasma la Regina fra le Regine: Margherita di Savoia.
Intanto, governa l’Italia. La vuole, la vede rispettata e grande fra le nazioni.
A pittori, a scultori d’ogni parte della terra ha stretto cordialmente la mano. I ritrattisti più celebri sono andati a Roma apposta per ritrarlo. […] E’ oratore in Parlamento, in Senato; pei gerarchi, pel popolo. Lo esaltano le vaste folle ondeggianti come il mare. Le interpella, ne provoca il grido, strappa loro le grandi promesse. Annuncia, comanda, minaccia. Riassume sempre e decide per tutti.
Vuole che tutti lavorino e che nessuno soffra. La sua bontà è proverbiale.
Quest’uomo chiamato da Dio è nato a Predappio, in Romagna, in una casuccia di sassi e malta, fra bicocche senza nome. Dalla fame che un giorno ebbe a patire, dalla strada per la quale fu viandante triste e solo, è balzato in alto. E domina il mondo.
Matematica di regime
Da AAVV, Il libro della III classe elementare, La libreria dello stato, Roma, 1936, parte di matematica compilata da M. Mascalchi
Nota sui numeri romani. Per la numerazione dei capitoli dei libri, per l’indicazione della classe dei vagoni ferroviari, ecc., si adoperano i numeri romani, cioè si scrivono i numeri secondo il modo usato dagli antichi Romani di cui noi siamo eredi diretti. Il nostro popolo, sotto la guida del Duce, rivive oggi le glorie antiche e porta il segno del littorio nei paesi lontani come un tempo portava nel mondo l’aquila romana. E dal giorno in cui si è iniziato il rinnovamento della vita italiana, cioè dalla Marcia su Roma, si conta una nuova éra che si rappresenta coi numeri romani
La maestra ha incaricato 4 Piccole Italiane di preparare in palestra la tavola per la refezione ai bambini poveri. Essendo aumentato il numero di questi, la maestra aggiunge alla prime 4, altre 3 Piccole Italiane. Quante sono ora le Piccole Italiane?
Nella scuola di un villaggio vi sono 23 Balilla in prima elementare, 21 in seconda e 15 in terza. Quanti sono i Balilla della scuola?
Un rappresentante ha venduto ieri 156 copie del giornaletto Balilla e 83 copie oggi. Quante copie ha venduto in due giorni?
Anticomunismo e antisemitismo
Da AAVV, Religione grammatica storia, La libreria dello stato, Roma, 1942
Dal 1917 s’è insediato in Russia un governo tirannico, negazione di Dio e della civiltà, il Governo sovietico, detto anche bolscevico. Tale governo, dominato da uomini di razza ebraica, ha tentato di estendere ad ogni costo il suo dominio di disordine in tutto il mondo. Per l’attuazione di questo tristo programma, nel 1936 promosse in Ispania l’avvento di un Governo sovversivo, rosso, il quale doveva preparare l’instaurazione del regime sovietico.

Figura 6
Bibliografia essenziale