Incipit:
Viaggio assurdo, mi dissi.
Ero arrivato ad Amsterdam a mezzanotte passata. Il volo che doveva riportarmi
in Italia partiva qualche ora dopo, la mattina presto. Non aveva senso
prendere una stanza in albergo e quindi decisi di restare in aeroporto,
senza nemmeno uscire dalla zona imbarchi.
Ero in un gigantesco atrio pieno di negozi, tutti chiusi. Pochi viaggiatori
sperduti come me, qua e là.
Alcuni, in piccoli gruppi, chiacchieravano tra loro con l’aria un
po’ aliena che hanno le persone in situazioni sospese come quella.
Qualcuno dormiva seduto, qualcuno disteso per terra o su più sedili;
profondamente, come anch’io riuscivo a fare molti anni prima.
Scelsi una fila di sedie completamente libera. In quella di fronte c’era
solo una ragazza che leggeva.
Prima di sedermi le diedi un’occhiata e mi parve che la sua faccia
avesse qualcosa di familiare, come se l’avessi già vista o
conosciuta.
Mi sedetti, tirai fuori il mio libro, per qualche minuto tentai inutilmente
di leggere, rinunciai e mi guardai di nuovo attorno.
Cioè cominciai a guardare la ragazza seduta di fronte, e subito
mi resi conto che era molto meno giovane di quanto mi fosse sembrata all’inizio.
Doveva avere più o meno la mia età e, osservandola, l’impressione
di averla già vista si attenuò fin quasi a dissolversi. Teneva
il libro poggiato sulle gambe, leggeva un po’ curva e mi sembrava
che ogni tanto muovesse le labbra, come per imprimersi bene nella mente
qualche frase. A un certo punto cambiò posizione, si tirò su,
si appoggiò allo schienale, alzò il libro e io riconobbi
la copertina. Tutta rossa con sopra solo una scritta bianca a caratteri
grandi.
Ebbi una vertigine. La sensazione di avere perso all’improvviso gli
abituali appigli al reale, e parlai senza accorgermene.
“
Mia madre aveva quel libro. Lo leggeva quando ero piccolo.”
Lei sollevò la testa, mi vide – fino al qual momento non si
era nemmeno accorta di me – e rimase per qualche istante in silenzio.
Indecisa su cosa dire o fare. Poi socchiuse il libro, tenendo il segno
con un dito. Lo girò verso di me mostrandomi la copertina, come
per dirmi: parla con me? Parla proprio di questo libro?
Feci di sì con la testa. Parlavo proprio con lei e parlavo proprio
di quel libro.
Testo del tema " C'era una svolta" di CLAUDIA
FAVA, della classe 3^I
REMEDIOS 1984
Continuavo a spostare lo sguardo dalla giovane alla copertina. Così come
prima avevo parlato senza accorgermene, ora tenevo inconsapevolmente la
bocca chiusa, senza neppure osare battere le palpebre tanto era il timore
che quella che avevo iniziato a considerare una visione indotta dalla sonnolenza
sarebbe scomparsa.
Non mi accorsi neppure del formicolio che mi stava salendo lungo i polpacci…
*
Il piccolo Samuele stava dormendo un sonno agitato. Le mani si stringevano
convulsamente intorno agli angoli della trapunta, troppo leggera per quella
fredda notte di Gennaio. Il volto diafano era reso quasi spettrale dal
solitario raggio di luna che filtrava obliquo attraverso le fessure delle
persiane e andava a carezzare le palpebre del bambino, che tremanti nascondevano
gli occhi.
Senza alcun preavviso Samuele si mise seduto sul letto, quegli stessi occhi
arrossati e spalancati nella penombra della stanza. Respirava affannosamente,
sentiva piccole gocce di sudore che scendevano lungo la schiena, piccole
gocce di diversa natura che gli solleticavano gli angoli degli occhi, scivolavano
sulle guance sulle labbra screpolate, per concludere la loro breve corsa
assorbite tra le fibre di cotone del pigiama.
Impacciato, il piccolo si lasciò scivolare giù dal letto,
i piedini nudi produssero un suono umido sul pavimento gelido. Un brivido
scosse il bambino, mentre lo scalpiccio abbandonava la cameretta in favore
della stanza della madre, isola in mezzo ad un mare burrascoso. Bussò alla
porta, vi accostò l’orecchio ma non udì alcun rumore
ad indicargli d’entrare.
Bussò di nuovo, ma il risultato rimase invariato. Allora si alzò sulle
punte dei piedi e tendendo le braccia verso l’alto cercò di
afferrare la maniglia con le mani sudaticce.
Riuscì nel suo intento solo con un piccolo balzo che lo sollevò da
terra quei pochi centimetri necessari ad aggrapparsi saldamente alla maniglia.
Uno scatto sonoro annunciò l’apertura della porta. Il bambino
rimase penzoloni per qualche istante, prima di lasciare la presa ed atterrare
con un morbido tonfo sul pavimento, Si accese la lampada sul comodino.
Una donna di mezza età sedeva sul bordo del letto, squadrando il
bambino con aria divertita ed interrogativa al tempo stesso.
Il rumore mi aveva fatta svegliare di soprassalto, ma quando vidi quel
visino spaventato affacciarsi dalla porta socchiusa non potei trattenere
un sorriso.
Vieni, lo invitai senza parole.
Non smisi di osservarlo nel suo insicuro tragitto verso il letto. Attesi
che si sistemasse al meglio accanto a me e che iniziasse a parlarmi senza
che dovessi domandargli nulla.
Il piccolo Samuele si arrampicò sul letto e si accoccolò al
fianco della madre, seppellendo il volto bagnato di lacrime nel pigiama
intriso del dolce profumo della donna.
Non parlò, ma lentamente il suo respiro si fece più regolare.
Indicò approssimativamente qualcosa che si trovava sopra al comodino.
Sorrisi e allungai un braccio verso i libri che attendevano in silenzio
di essere letti, mentre con attenzione circondavo la piccola figura del
mio bambino con il braccio rimasto libero. Lasciai scorrere il pollice
sulle pagine tenendo il libro chiuso, alla ricerca della piega che segnava
il confine tra la storia già letta e quella ancora da scoprire.
Poi lo aprii e iniziai a leggere.
Come la bianca ala dell’albatros sul
remoto profilo del Pacifico,
così vagabonda per vagare…
Mi interruppi al sentire la testa del piccolo muoversi in un cenno di diniego.
Presi il secondo libro, lessi in silenzio il titolo e lo aprii alla prima
pagina.
Chiamatemi Ismaele. Alcuni
anni fa, non importa quanti
esattamente, avendo in tasca…
Ma da un nuovo richiamo di Samuele fui costretta ad interrompere di nuovo
la lettura.
Ultima possibilità.
Le pagine del piccolo libro erano tenute insieme da una copertina improvvisata
con la vecchia stoffa rossa di una tovaglia, che interrompeva la sua stessa
monotonia con una scritta bianca in una lingua che nè io né sicuramente
mio figlio conoscevamo. Lo aprii a una delle ultime pagine.
“
Ti avrò fatto un brutto scherzo”
Disse il piccolo principe. E rise ancora.
Sentii che anche il piccolo ridacchiava, con il viso nascosto nel mio pigiama.
*
Mi scossi da quel sogno ad occhi aperti. La giovane donna era ancora davanti
a me.
Credo avesse paura, e me ne dispiacqui. Vedendomi tornato al presente si
alzò e in silenzio mi posò il libro accanto, prima di allontanarsi
in fretta. Presi il libro e lo aprii a una delle ultime pagine.
“
Ti avrò fatto un brutto scherzo”
Disse il piccolo principe. E rise ancora.
La copertina di stoffa rossa aveva ancora un profumo così dolce…
*
Sono passati più di trent’anni da quel giorno. Quella donna
non l’ho più rincontrata. E’ un peccato, avrei avuto
tante cose da chiederle…
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